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Perchè Fassino e D’Alema sbagliano su Hamas

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Non conosciamo i sistemi educativi prediletti per la disciplina dei figli dall’On. Piero Fassino e dai dieci ministri degli esteri mediterranei – Massimo D’Alema incluso – firmatari di una recente lettera che propugna il dialogo con Hamas. Nemmeno sappiamo se essi considerino il sistema penale come uno strumento punitivo, oltre che correttivo, dei comportamenti antisociali. Ma si può supporre che l’On. Fassino non ritenga che più discolo e delinquente sia un fanciullo, più si meriti doni e attenzioni da parte dei genitori. O che almeno apprezzi il fatto che la riduzione della pena per buona condotta non si da preventivamente all’assassino, ma è frutto di anni di comportamento che attestano, nei fatti, a un cambiamento. Nelle nostre società non rimettiamo i criminali in circolazione sperando che si comportino meglio, senza aver fatto loro prima dimostrare un serio ripensamento dei loro crimini attraverso un percorso lungo e doloroso, che comporta pena, sanzione, perdita di libertà e concreta, tangibile dimostrazione di ravvedimento.

Ebbene, questa elementare regola dell’educazione dei figli e della punizione dei criminali – si premia il comportamento che si vuole incoraggiare, si punisce quello che si vuole scoraggiare – è stata ribaltata dall’On. Fassino, che insieme a un coro sempre più numeroso di politici italiani ed europei vorrebbe vedere Hamas riabilitato nonostante i trascorsi. Fassino certo non sostiene il dialogo perchè si illude, come fa Sergio Romano, che Hamas in fondo non è l’organizzazione fondamentalista, fanatica, e paranoica antisemita che il suo comportamento, i suoi proclami, la sua dottrina, e la sua strategia affermano. Dice invece che questo passo è inevitabile, perchè non parlare con Hamas comporta ritardi intollerabili nel processo di pace e altre sofferenze. Quindi c’è una componente utilitaristica e strumentale nel ragionamento di Fassino, che merita considerazione.

Il problema è che non si possono separare i due aspetti – l’essenza di Hamas e le probabilità che un dialogo dia dei frutti. Parlare per parlare, a che serve, a meno che Fassino non auspichi un ravvedimento di Hamas come conseguenza del dialogo, e un cambio di rotta nei comportamenti e nell’ideologia come conseguenza. Se questo è vero insomma, per Fassino il bagaglio ideologico e i trascorsi violenti di Hamas si ridurrebbero all’equivalente del comportamento antisociale un bambino trascurato dai genitori. Una disperata ricerca d’attenzione, insomma.

Fassino si aspetta che Hamas s’ingentilisca se gli viene offerto un riconoscimento, ma in questo ignora o sottovaluta le cause del radicalismo di Hamas. Da dove si è acquistata questo ruolo così centrale nel processo politico palestinese dal diventare così irrinunciabile? Dall’aver conquistato, manu militari, il controllo della Striscia di Gaza, dopo aver creato una milizia parallela; dall’aver eliminato brutalmente i suoi oppositori, gettandoli dai tetti delle case e freddandoli con un colpo alla nuca in strada dopo averli catturati; dall’aver dato ospitalità a cellule di al-Qaeda e dall’aver accolto il sostegno logistico e finanziario dell’Iran e della Siria; dall’aver lanciato attacchi contro Israele dalla Striscia di Gaza senza interruzione negli ultimi due anni, da quando Israele si è ritirata unilateralmente dalla Striscia. E dall’essere stata la prima organizzazione palestinese – all’apice del processo di pace – ad esser ricorsa ad attentati suicidi per impedire il successo di Oslo. Questo comportamento riflette del resto l’ideologia di Hamas: una visione paranoica del mondo alimentata da teorie del complotto – non ultimo, il falso dei Protocolli dei Savi di Sion che la Carta di Hamas cita; un’appartenenza alla Fratellanza Mussulmana che ne rafforza il sentimento antioccidentale e antisemita; un culto della morte che ha echi nel passato europeo degli anni trenta e quaranta; un’interpretazione dell’Islam che esalta la violenza e il martirio; un disprezzo per la vita umana; e una fede incrollabile nel dovere religioso di distruggere Israele e nel diritto divino di creare al suo posto uno stato islamico. Di che si può parlare allora con Hamas?

Il comportamento di Hamas rispecchia quest’ideologia, e non la reazione all’isolamento internazionale. Fa comodo, certo, dire che l’isolamento imposto a Hamas all’indomani della sua vittoria elettorale abbia generato tali estremi, ma dir questo significa ignorare quanto Hamas ha detto e fatto prima di vincere le elezioni. Del resto, la comunità internazionale – Israele inclusa – non aveva chiesto l’impossibile ma aveva intimato a Hamas di accettare tre semplici precondizioni come premessa al dialogo: rinuncia della violenza, riconoscimento d’Israele e accettazione dei passati impegni internazionali. In cambio sarebbero arrivati aiuti economici, legittimità internazionale, dialogo, sostegno politico e quant’altro. Un’organizzazione politica votata a scopi pacifici e con il benessere del suo popolo a cuore avrebbe accettato quelle condizioni o almeno avrebbe adottato un comportamento a esse conforme. Hamas ha avuto più di un anno di tempo per dimostrare, con buona condotta, un ravvedimento rispetto al passato, ma non lo ha fatto. Non solo, il suo comportamento si è fatto più villano e violento: il suo colpo di stato a Gaza non è che l’ultima dimostrazione di quanto incorreggibile sia questa organizzazione. Ora Fassino vorrebbe fare uno sconto a Hamas, aspettandosi solo un riconoscimento de facto di Israele e una sospensione della violenza contro Israele, a patto che Israele sospenda a sua volta le sue attività militari. Ma Fassino si sbaglia e non riconosce, negli esempi storici che cita a sostegno della sua tesi, le enormi differenze. Il riconoscimento di Israele da parte di Giordania ed Egitto non venne alla fine del loro negoziato, ma all’inizio – e i trattati di pace furono preceduti da tali e tanti incontri pubblici e atti ufficiali tra stati da rendere la questione del riconoscimento intrinseca nell’atto stesso di dialogare. In quanto al dialogo tra Israele e la delegazione palestinese dei territori inaugurato alla conferenza di Madrid a prescindere dal riconoscimento, esso fu un dialogo talmente futile e fallimentare (durò due anni e portò a un nulla di fatto) che lo teniamo volentieri come esempio per dimostrare la fallace natura della strategia proposta da Fassino.

Fassino certo cerca una soluzione a un’impasse e si può capire il desiderio di sbloccare la situazione. Ma non è parlando con Hamas che si risolve il problema – specie perchè come nota saggiamente Piero Ostellino, una tale mossa indebolirebbe il governo del presidente palestinese Abu Mazen, che Israele invece ha già riconosciuto.

Bisogna invece riconoscere che l’isolamento di Hamas ha dato i suoi frutti: ha costretto Hamas a mostrare il suo vero volto, non solo come organizzazione terrorista, ma come movimento islamista privo di scrupoli e violento, pronto ad allearsi con Siria e Iran e a sacrificare l’unità palestinese e le aspirazioni nazionali pur di imporsi a Gaza. E ha spinto finalmente Abu Mazen – con quattro anni di ritardo rispetto alla Road Map – a denunciare Hamas per quello che sono, dei terroristi, e ad attuare la Road Map nella Cisgiordania, ordinando il disarmo delle cellule di Hamas e cercando di affermare l’Autorità Palestinese come unico potere legittimo. Il successo della Cisgiordania, nel tempo, farà da contraltare a Gaza, il cui continuo isolamento indebolirà Hamas fino a indurlo a più miti consigli o a fargli perdere il potere.

Si tratta di un processo lungo, come è dato che sia viste le circostanze. Ma non è un percorso futile. Lo è invece il dialogo con Hamas: non un gesto generoso nei confronti di chi ha già mostrato ravvedimento, ma un premio – e un incoraggiamento – a continuare a delinquere e una resa di fronte al vil ricatto della violenza.

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