Perché i politici di centrodestra vanno ancora da Floris, Santoro & Co.?

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Perché i politici di centrodestra vanno ancora da Floris, Santoro & Co.?

28 Novembre 2010

Sulle trasmissioni di Santoro (& Travaglio), di Fazio (& Littizzetto), di Floris (& C.) di Dandini (& Vergassola) ogni persona ragionevole e con un minimo di senso di imparzialità dà lo stesso giudizio che ne danno professionisti della carta stampata come Piero Ostellino e Giampaolo Pansa, due commentatori politici e saggisti che non votano certo né per Berlusconi né per Fini. Il conduttore televisivo, nei casi ricordati, è il dodicesimo calciatore della squadra che gioca sempre in casa ma con la maglia dell’arbitro. Davanti alla compagnia dei finti «muckraker» – i muckraker erano quei giornalisti d’assalto, come Lincoln Steffens e Edwin Markhan, che al tempo di Theodor Roosevelt denunciarono la corruzione politica e le collusioni con la criminalità organizzata – giornaliste (di parte) come Lucia Annunziata e persino Lilli Gruber diventano esempi di altissima professionalità.
Ci si chiede allora: come mai ministri e giornalisti del centro-destra accettano di intervenire in trasmissioni in cui verranno letteralmente sbranati, messi alla gogna, sbeffeggiati? Quale pugile accetterebbe di salire sul ring sapendo che l’arbitro farà di tutto per metterlo in difficoltà?
La risposta c’è ma è desolante: l’indice di ascolto! Le trasmissioni dei predicatori dell’etere vengono seguite da milioni di italiani, dei quali una minoranza è formata da soli curiosi, mentre la stragrande maggioranza è fatta di nemici e antipatizzanti del Cavaliere.
Come capita spesso nel nostro paese, e in tutte le sue stagioni politiche, gli sconfitti della storia si ritagliano una loro ‘subcultura’ antagonista, fatta di simboli, di linguaggi, di segni che sottolineano una diversità irriducibile e che producono una gratificazione di ‘revanche’ in quanti hanno perduto ogni presa sulle masse apatiche, qualunquistiche ed eterodirette. Come ho scritto in un articolo pubblicato domenica scorsa sul ‘Giornale’: «Da molti anni, ormai, il crollo dell’impero sovietico ha causato il discredito del marxismo e il vuoto seguito al tramonto di una teoria della storia e della società coerente e strutturata è stato riempito da una marmellata anti-capitalistica e antiliberale, fatta di pulsioni anarcoidi e libertarie, che del vecchio materialismo storico ha conservato le passioni, dopo averne perso le ragioni. E’ una muffa rossa che, a Genova ad esempio, ha trovato i suoi simboli in una compagnia di giro che, ‘ai suoi bei dì’, comprendeva Fernanda Pivano, Fabrizio de André, don Andrea Gallo, Moni Ovadia». Un tipico prodotto di questo culturame –absit iniuria verbis – è Fabio Fazio, espressione di una regione, la Liguria, in piena decadenza che si consola organizzando, grazie a un brain trust che va da Pannella a Vendola, il VI Congresso di Anticlericale.net (11-12 dicembre 2010) e l’organizza proprio a Genova giacché «la situazione del capoluogo ligure riassume in sé l’occupazione parossistica di ogni aspetto della vita politica, economica e civile delle gerarchie vaticane ai danni della società, dello Stato fu laico dell’individuo e della sua libertà di scelta». La potenza del catto-berlusconismo dev’essere davvero smisurata se quell’«occupazione parossistica» avviene in un territorio in cui città, provincia e Regione sono amministrate dal centro-sinistra!
A prevenire possibili malintesi, non intendo associarmi a quanti vorrebbero oscurare gli schermi della suddetta ‘compagnia di giro’. La libertà di parola è la più alta conquista della civiltà liberale e se essa viene condizionata (cattolicamente) dai ‘contenuti di verità’ si riduce alla ‘libertà vigilata’ dei regimi teocratici e totalitari, nei loro rari momenti di ‘apertura’. La faziosità, la malafede, la menzogna, l’isterismo ideologico sono ‘giudizi di valore’ che, per quanto motivati – ed è il caso della banda dei nostri imbonitori televisivi – potrebbero sempre, in teoria, essere dettati dal pregiudizio ideologico. Un liberale – segnato e corrotto da David Hume – ha sempre il dubbio che le sue valutazioni siano sbagliate, un dubbio che non sfiora mai animali politici come Santoro & C., le cui menti sono state colpite, senza rimedio, dalle metastasi totalitarie. Ben vengano quindi altri dieci, cento, mille ‘Anno zero’ e ‘Vieni via con me’ che ridiano conforto e ‘joie de vivre’ a quanti hanno perso tutti gli appuntamenti della storia e trovano conforto solo ritrovandosi nella grandi adunate ‘reducistiche’ che le televisioni di Stato preparano per loro (con i soldi di tutti).
Tra l’altro in un paese in cui «nulla si crea e nulla si distrugge», le trasmissioni antagoniste hanno una funzione non trascurabile di ‘sfogo’ emotivo: consentono alla rabbia repressa contro i connazionali che, insensibili alle virtù civiche e all’antifascismo, votano per il PDL, di esplodere verbalmente nella finta satira, nel dileggio sguaiato, nel pernacchio atonale e, in tal modo, forse, fanno sbollire un’aggressività che potrebbe trovare altre vie di fatto (ma talora siamo al limite: è il caso di un negozio di informatica di Trastevere che ostenta una statuetta di Berlusconi sanguinante con accanto il corpo contundente, il plastichetto del duomo di Milano!); ma hanno, pure, una funzione di riproduzione e di rassicurazione culturale in senso lato. Da noi il 68 non è mai finito, i suoi cascami ideologici, nutriti di post-marxismo e della ‘political culture’ dei centri sociali e delle comunità cattoliche di base, hanno de facto il monopolio dell’istruzione media e universitaria, sono diventati, per molti italiani, ‘senso comune’. Qualche esempio vale più di tanti discorsi teorici. Recentemente in una città del Nord un sociologo della comunicazione – docente alla scuola di giornalismo – mi ha inviato una email di protesta per la sentenza dei giudici lombardi che, per la strage di Piazza della Loggia, non avevano condannato nessun fascista. Sono le occasioni in cui si risveglia in me il mio quarto (ma decisivo) di sangue napoletano e, pertanto, gli ho risposto che i tribunali avevano insabbiato tutto perché il mandante di quella strage era Silvio Berlusconi. Pensavo di averlo irritato ma con mia grande meraviglia mi ha subito risposto di non aver preso in considerazione questa ipotesi così inquietante e mi ha pregato di inviargli al più presto lo scritto in cui io o altri rivelavamo i documenti scottanti! Se questi sono i maestri, figuriamoci gli allievi! Del resto quando in una lezione – è capitato a me – si dice che si è innocenti finché una sentenza del tribunale non abbia stabilito il contrario e una simpatica, candida, allieva fa una domanda esordendo «quindi Lei è un berlusconiano!», si ha la riprova che la cultura liberale, nel nostro paese, è ancora più fragile che al tempo dei ‘trinariciuti’ quando, nei licei borghesi, si poteva ancora trovare qualche insegnante amico della ‘società aperta’, del mercato e della proprietà privata. (Oggi, anche se un po’ meno, persino un Giulio Giorello si riempie la bocca di Popper ma dalla sua idea di ‘società aperta’ è escluso il diritto di proprietà e, soprattutto, il principio che l’interesse pubblico si realizza attraverso la tutela dei diritti individuali, al contrario di quanto ritengono i democratici antiliberali per i quali sono i diritti individuali che vengono salvaguardati dal primato dell’interesse pubblico!).
Ebbene senza le trasmissioni fabiofaziose come potrebbe tramandarsi alle generazioni future la cultura sessantottesca? Licei e Università non bastano se i loro ‘saperi’ non si proiettano sul ‘piccolo schermo’: la televisione è la conferma che quei saperi non sono fantasticherie della ‘repubblica delle lettere’ – come in tempi lontani in cui tra la leopardiana ‘Ginestra’ che si leggeva nelle aule scolastiche e le canzoni ‘urlate’di Tony Dallara che si sentivano fuori c’era un abisso planetario – ma ‘vissuto esistenziale’. I commenti politici di Luciana Littizzetto e quelli del docente di ‘Sociologia della comunicazione’ stanno ormai sullo stesso piano, sono identici e intercambiabili sicché non meraviglia che le sociologhe di una Facoltà di ‘Scienze della Formazione’ (nel profondo Nord) abbiano potuto programmare un incontro con Vladimir Luxuria nello stesso ‘spirito di servizio’ col quale, mezzo secolo fa, il mio vecchio Liceo ‘Giosuè Carducci’ di Cassino aveva organizzato un incontro con lo scienziato credente Filippo Medi sul ‘Paradiso’ di Dante e le prove dell’esistenza di Dio alla luce della fisica moderna. E’ finito, quindi, il ‘gap’ tra la ‘scuola’ e la ‘vita’ ma, purtroppo, non nel senso, che la prima si è aperta alla seconda e ne ha lasciato penetrare l’aria fresca e rigeneratrice ma nel senso che una subcultura politica, nella sua strategia gramsciana di conquista della società civile, ha messo profonde radici nel ‘sistema culturale’ e di lì ha conquistato sia le ‘scuole’ – e persino quelle elementari una volta sotto il controllo pressoché capillare dei pedagogisti cattolici – sia i centri di riproduzione massmediatica delle immagini della vita. Che la vita ‘reale’ non sia mai entrata nelle aule medie e universitarie è dimostrato da un’esperienza che come docente universitario di una materia politologica, mi capita di fare tutti i giorni: quando tento di spiegare agli studenti – portati ad attribuire la vittoria del centro-destra alle influenze subliminali delle televisioni di Mediaset – che assai è più determinante è stato «il popolo delle partite IVA», mi accorgo che la maggior parte di essi non sanno di cosa sto parlando e solo un’esigua minoranza ‘informata’ abbozza un sorrisetto ironico come a dire: «certo quelli che non vogliono pagare le tasse!…».
 «Se le cose stanno così» è giocoforza rassegnarsi che in Italia c’è un paese nel paese – con le sue scuole, le sue televisioni, i suoi giornali – che non ha più rapporti con l’altro, non solo con quello della maggioranza silenziosa ma altresì con quello della vecchia sinistra riformista e socialdemocratica pur sempre ancorata all’Occidente e che grazie a (ma io preferisco dire: per colpa di) Berlusconi, il paese dei ‘contras’ ha mollato gli ormeggi, naviga per conto suo, rifiutando ogni serio confronto con quanti non fanno parte della sua «comunità di linguaggio».
A questa frattura, sempre più insanabile, non si reagisce con la retorica o con la demonizzazione ma creando strumenti culturali seri e affidabili, in grado di trasmettere un’autentica cultura liberale. Un ‘Anno Zero’ di destra – come da qualche parte auspicato – sarebbe la vittoria degli ‘antagonisti’ giacché porterebbe il match ideologico sul terreno ad essi congeniale. Sul piano dei diritti di libertà un pluralismo rissoso e fazioso non può essere censurato ma sul piano dell’etica pubblica – e della rifondazione liberale di una società civile sempre più lontana dalla political culture del suo fondatore, il Conte di Cavour – il discorso cambia. Qui si vince se all’isteria dei Travaglio, dei Giuseppe d’Avanzo delle Barbare Spinelli si contrappongono i ragionamenti pacati, le analisi fattuali, lo stile scientifico e distaccato dei Luca Ricolfi, tanto per fare un nome.
Nulla, però, lascia sperare che ci si muova in questa direzione. Talora gli stessi politici del centro-destra che vorrebbero allontanare dagli schermi televisivi i Santoro, i Floris & C. vanno volentieri alle loro trasmissioni: se fossero liberali non solo dovrebbero ben guardarsi dal chiederne la chiusura ma dovrebbero altresì evitare inutili esibizioni gladiatorie terminanti regolarmente col pollice verso della claque precettata negli studios. Il fatto è che pur di essere visti da milioni di italiani si fa baratto della propria dignità contrabbandando la comparsata televisiva per un atto eroico – ‘uno solo contro tutti’, ‘Daniele nella fossa dei leoni’ etc. – e non avvedendosi che si vestono i panni del patetico Professor Unrat dell’«Angelo Azzurro» di Heinrich Mann.
Contrariamente a quello che credono letterati, filosofi, preti, maîtres-à-penser di ogni ordine e grado, la politica non è (solo) spettacolo. Quando gli italiani furono chiamati a pronunciarsi in un referendum che avrebbe dovuto, tra l’altro, togliere di mezzo Rete 4 (ero tra i convinti sostenitori di quel referendum e, chiedo scusa a Emilio Fede, non me ne pento affatto), non pochi elettori di Rifondazione Comunista votarono con la destra: nel ‘tempo del lavoro’, quando ne andavano di mezzo i loro (legittimi) interessi, stavano con Bertinotti, ma nel ‘tempo dello svago’, quando stanchi tornavano a casa, non intendevano rinunciare a trasmissioni ‘leggere’ e, soprattutto, gratuite.
 Un buon provvedimento sulla criminalità organizzata o sulla scuola producono più consenso (e più popolarità) del battibecco televisivo con Di Pietro o con Vendola. Un quinto potere che, come s’è detto, si avvolge fabiofaziosamente su se stesso serve (ma non sui tempi lunghi) a rafforzare l’identità polemica di una parte politica e a pubblicizzarne le ragioni attraverso l’etere ma una responsabile classe di governo non dovrebbe avere nulla a che fare con i Dulcamara televisivo, spacciatori di elisir dell’odio. E’ un riserbo che si chiede ad essi non come uomini o esponenti di un partito politico ma come rappresentanti delle istituzioni. Un vecchi proverbio ciociaro dice «chi va a durmì cu le criature se sveglia scacat’» («chi va a letto con i neonati, si ritrova la popò nel letto»). Si scachino pure i politici e i giornalisti del centro-destra – a cominciare dal simpatico Maurizio Belpietro tutto gongolante quando viene invitato dalle iene televisive – ma lascino le istituzioni fuori dalla rissa… e dalla melma.