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Burocrazia ingessata

Perché il fallimento del vertice Fao non fa più notizia

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Un cane che morde un uomo non fa notizia. E neppure il fallimento del vertice Fao. L’inadeguatezza di questa organizzazione delle Nazioni Unite è resa evidente non solo dalla sua storia e dal suo bilancio, ma anche e soprattutto dal presupposto su cui la sua esistenza si regge. Il suo costo spropositato – nel biennio 2008/2009 gli Stati membri hanno promesso 930 milioni di euro, a cui se ne aggiungono altrettanti da fonti diverse – serve soprattutto a mantenerne la struttura, che solo per i suoi costi diretti assorbe circa un terzo del budget.

Il suo funzionamento è talmente inefficiente che il direttore generale, Jacques Diouf, ha dovuto commissionare un rapporto indipendente, che ha evidenziato sprechi e una governance barocca e inefficace. Ma il vero problema va cercato, per così dire, nella sua natura: erogare aiuti ai paesi in via di sviluppo. Per quanto in alcuni e molto limitati casi l’aiuto diretto possa contribuire a risolvere situazioni critiche, la verità è che si tratta di uno strumento usurato, specie quando da intervento eccezionale diventa strumento ordinario di sussidio a favore di realtà critiche e tessuti sociali deboli.

La letteratura sull’economia dello sviluppo ha ormai chiarito che l’approccio della Fao è più controproducente che inutile. Le sacche di povertà che affliggono gran parte del mondo sono frutto di una carenza istituzionale, che distrugge gli incentivi alla crescita economica e tende a deresponsabilizzare gli attori sociali. L’unico modo di uscire dalla povertà è quello di avviare il processo per la creazione di ricchezza, che richiede appunto di introdurre vera libertà di mercato.

I paesi occidentali non sono privi di colpe: il passato coloniale lascia un’eredità che è difficile cancellare, e le politiche commerciali europee e americane, tutte centrate sui dazi contro le importazioni, costituisce una formidabile barriera allo sviluppo. Che il libero scambio sia la ricetta più rapida ed efficace per lo sviluppo non è più oggetto del dibattito. E’ una verità assodata, e confermata da tonnellate di ricerca empirica, come il lavoro del 1995 di Jeffrey Sachs e Andrew Warner.

Gli aiuti allo sviluppo, di cui la Fao è campione e promotrice, sono nocivi per varie ragioni. Una, non banale, è che rappresentano un modo con cui i paesi sviluppati si lavano la coscienza: grazie all’elemosina degli aiuti, si sentono legittimati a cingersi di una barriera tariffaria, che impedisce alle economie dei paesi in via di sviluppo di spiccare il volo.

Secondariamente, gli aiuti da Stato a Stato molto spesso finiscono per consolidare regimi odiosi, che li utilizzano per erigere monumenti equestri a sé o armare i propri eserciti, a dispetto delle loro finalità teoriche.

Lord Bauer, che ha raccolto le sue idee nell’aureo “Dalla sussistenza allo scambio” (appena edito da IBL Libri), parlava di un trasferimento di denaro “dai poveri dei paesi ricchi ai ricchi dei paesi poveri”. Gli uni finanziano gli aiuti con le loro tasse, gli altri li ricevono e li gestiscono a piacimento.

Da questo punto di vista, che manchino le risorse per i programmi di aiuto, sovrastati dai loro effetti perversi, non è necessariamente una cattiva notizia. Semmai, viene da chiedersi che senso abbia continuare a mantenere una burocrazia ingessata come la Fao, la cui stessa esistenza rappresenta uno sperpero offensivo proprio verso i più poveri.

Se i paesi occidentali vogliono risultare convincenti quando si lamentano della fame nel mondo, la smettano di dare cattivi consigli e inizino col buon esempio: chiudere la bocca, aprire le frontiere.

 

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