Perchè impedire la proliferazione nucleare è un’illusione

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In piena Guerra fredda nelle università circolava una provocazione che diceva più o meno questo: se, come hanno sempre ipotizzato i classici della filosofia politica, lo stato di civiltà è nato per tutelare l’integrità personale di chi è parte della comunità, per nulla garantito nello stato di natura, anarchico e prepolitico, in cui ogni soggetto ha una sorta di potere di veto sulla vita di tutti gli altri, nelle relazioni internazionali, per analogia, si passerà dalla sovranità degli stati nazionali ad un potere militare unico e sovraordinato nel momento in cui tutti gli attori della scena internazionale disporranno di micidiali armamenti nucleari, perché solo in quel momento si sarà raggiunta una soglia di insicurezza unanimemente giudicata intollerabile. 

Visto che il compito della scienza dovrebbe essere quello di fare delle previsioni, di tanto in tanto può essere interessante riesumare vecchie teorie cadute nel dimenticatoio. In ordine a quella appena citata, in buona misura si trattava di una critica irriverente nei confronti delle superpotenze in riferimento allo loro strategia, per molti versi illusoria, di limitazione della proliferazione nucleare; ma accanto a questo aspetto, oggi ormai secondario, questa tesi continua ad avere una sua suggestione. 

Ma naturalmente è necessario fare alcune precisazioni. La prima cosa da dire è che, nell’età dell’equilibrio del terrore, si è sempre guardato agli armamenti nucleari ritenendoli dei simboli di status, destinati a non essere utilizzati. Le esplosioni di Hiroshima e Nagasaki dell’agosto 1945, che provocarono rispettivamente 150mila e 70mila morti, hanno prodotto una reazione emotiva così forte da entrare a fare parte dell’eredità culturale della Seconda guerra mondiale: dopo la sua conclusione si dava per scontato che, per ragioni etiche, non avremmo mai più avuto davanti agli occhi la Shoa e l’atomica. La competizione nella corsa agli armamenti da parte delle superpotenze avveniva dietro questo presupposto, che la rendeva una lotta per la supremazia formale che mai avrebbe potuto trovare un riscontro concreto (oltre a loro, molto significativamente finirono per dotarsi della bomba atomica tutti i membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite, che vi sedevano in qualità di vincitori della Seconda guerra mondiale).  

Dopo la fine della Guerra fredda si è avuta immediatamente una corsa al nucleare da parte delle potenze “regionali” che hanno delle ambizioni egemoniche nei rispettivi sotto-sistemi politici: il Brasile nel Sud-America, l’India e il Pakistan nel Medio-Oriente, la Cina nel Far-East e così via. Come ha messo bene in luce il bel libro di William Langewiesche Il bazar atomico, recentemente pubblicato anche in Italia da Adelphi, “con la bomba atomica ogni nazione riesce a soddisfare le più grandiose ambizioni politiche senza spendere cifre impossibili e andare in rovina”. Le dottrine strategiche su cui si basano queste iniziative sono sostanzialmente le stesse della Guerra fredda, si fondano in altre parole su delle logiche di “violenza psicologica” che rendono improbabile l’utilizzo degli armamenti non convenzionali. 

Ciò detto, non significa che l’attuale situazione internazionale non sia problematica. In primo luogo l’affidabilità di questi stati nel trattare gli armamenti nucleari non è certo paragonabile a quella delle superpotenze di un tempo. Ma, a ben vedere, il problema vero è un altro, e cioè che il procedimento che porta alla costruzione di una bomba atomica è ormai di dominio pubblico nella sua relativa semplicità. Per costruirla ci vogliono circa quattro mesi e, se si fa ricorso ad uranio arricchito di tipo elementare, è sufficiente una squadra di esperti piuttosto limitata, che comprenda un fisico o un ingegnere nucleare, un paio di operai specializzati nel lavorare l’uranio, un esperto di esplosivi adibito al propellente, uno specialista di elettronica per il detonatore. La paura più grande è ovviamente che l’atomica cada nella mani di un gruppo jihadista, che la voglia usare per un’azione dimostrativa contro un obiettivo civile del mondo occidentale.    

Ma dove reperire il materiale combustibile per una bomba a fissione, cioè alimentata da plutonio o uranio arricchito? Qui si apre la pagina più inquietante del mondo contemporaneo: la Turchia, per esempio, è un eccellente bazar del contrabbando nucleare, in ragione della sua collocazione geografica, così prossima al Medio Oriente e, nel contempo, alle repubbliche caucasiche della ex Unione sovietica, in cui è viva un’aria di “smobilizzazione” dell’eredità sovietica, nucleare compreso, che è di una pericolosità elevatissima.  

Inutile dire che costruire un’atomica non è poi così facile, altrimenti qualcuno ci sarebbe già riuscito. Ma forse questo è già avvenuto e le difficoltà più ardue e ancora insuperate sono di altra natura: come maneggiare l’ordigno e soprattutto come trasportarlo una volta assemblato? Come raggiungere il bersaglio? E quale mezzo utilizzare per farlo esplodere, per esempio in una città occidentale: un aereo a noleggio oppure un container? Il fatto che tutto ciò sia estremamente difficile dal punto di vista operativo non è sufficiente a lasciarci tranquilli, perché ciò che più temiamo è che sia finita la stagione in cui il ruolo degli armamenti nucleari era il “non uso” e che prima o poi, come molti paventano, uno stato o una formazione politica extra-occidentale riesca a far rivivere l’incubo dell’orribile fungo.

W. Langewiesche, Il bazar atomico, Adelphi, 2007, pp. 196, euro 18,00

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