Perché in Georgia la strategia euro-atlantica non ha funzionato
06 Settembre 2008
I paesi occidentali hanno due modi per guardare alla crisi caucasica a seconda che considerino l’attacco alla Georgia esclusivamente un’aggressione e un’occupazione ingiustificata da parte della Russia, quindi un atto di politica imperiale inammissibile, oppure che collochino quell’azione bellica entro una dinamica di forze, azioni e reazioni. Andamento che inevitabilmente complica non solo l’analisi ma anche le proposte di soluzione. Ma questa strada è quella necessaria, se si vuole uscire da una secca, francamente insopportabile, che contrappone nello schieramento occidentale i buoni, moralmente integerrimi (USA, Regno Unito, Stati baltici, Polonia), ai cattivi (tra cui in prima fila gli italiani) opportunisti, moralmente dubbi come li qualifica il Wall Street Journal, che pensano alle loro tasche, più al petrolio e al gas che alla libertà dei popoli.
E le questioni in gioco sono sì la democrazia e l’accesso alle risorse energetiche, ma anche il problema delle minoranze, la questione dell’autodeterminazione dei popoli, l’intangibilità dei confini, l’allargamento della Nato, le relazioni tra USA e i paesi della regione. Il fatto è che saltata la cornice del bipolarismo della guerra fredda, lo schema di soluzione delle tensioni nelle relazioni internazionali del dopo Berlino – rappresentato dalla coppia unipolarismo USA, promozione della democrazia con il corollario del diritto di intervento umanitario, e quindi sovranità limitata delle nazioni – risulta troppo semplicistico e contraddittorio per affrontare il caos odierno. Quel paradigma non tiene conto infatti per lo meno di tre elementi.
Innanzitutto ha il pregio e difetto di moralizzare la politica, cioè trasforma ogni conflitto immediatamente in una questione di bene contro male e perciò lo rende inevitabile. Ma questo esito, in secondo luogo, non essendo realisticamente possibile a causa delle risorse limitate e di una gerarchia di interessi materiali comunque esistente, fa sì che l’applicazione dell’interventismo umanitario e democratico avvenga in modo contraddittorio e sia percepita dal resto del mondo non occidentale come “interessato”. In ultimo, non tiene conto che la supremazia USA nel mondo non è né un dato naturale e perenne, né un diritto a cui tutte le altre nazioni si devono piegare. E infatti per un quindicennio le cose hanno funzionato, più o meno, secondo la volontà e retorica americana: il modo in cui il Kossovo ha raggiunto l’indipendenza è l’esempio concreto dell’unione di forza, uso del diritto internazionale e applicazione interessata dei principi universali (l’autodeterminazione vale per il Kossovo, non per il Tibet, ma nemmeno vale per la popolazione serba all’interno di quella regione balcanica). Oggi che riemergono potenze regionali con aspirazioni imperiali, la situazione sta cambiando e l’elaborazione di soluzioni a partire da quella stella polare risulta sempre più limitata.
A riprova di quanto detto, vi è il dato di fatto inequivocabile che la Georgia nello scontro con la Russia ha perso e, con la distruzione sistematica di quasi tutto il materiale americano, anche Washington è stata fortemente umiliata. L’Abkhazia e l’Ossezia, già fuori dal suo controllo, ora sono state annesse a Mosca, cuscinetti contro la NATO e duro avvertimento contro qualsiasi politica occidentale del fatto compiuto. Se la strategia euro-atlantica (alleanza con Tbilisi, allargamento NATO) avesse funzionato, questo passaggio non doveva avvenire o per lo meno doveva indurre a una risposta militare, che non c’è stata né vi poteva essere. Vediamo perché.
Innanzitutto, il problema delle minoranze e di come uno stato dovrebbe affrontare questa delicata questione (sarebbe bene sempre ricordarsi le fatiche – compreso il terrorismo – durate dal 1945 fino al 1971 che due paesi democratici, pacifici e stanchi di guerre, quali l’Italia e l’Austria, hanno passato nell’affrontare la questione alto atesina e sarebbe bene non dimenticare che più principi sono quasi sempre in lotta tra loro: la diversità etnica e linguistica, la geografia dei confini, la continuità storica). Il fatto è tanto più di difficile soluzione perché non si sta parlando di entità etniche autonome e ben circoscritte, ma di realtà a puzzle, a mosaico come nel caso dei Balcani, aggravate dalla dissoluzione dell’impero sovietico alla fine degli anni ‘80 che è avvenuta in modo repentino e nel caos più totale. Dal magma delle nazionalità già aggrovigliate in epoca zarista, poi rese ancor più caotiche dalla politica etnica stalinista (un mix di genocidi e deportazioni che hanno stravolto la mappa originaria), nel mare dell’indipendenza sono emersi stati sottomessi da Stalin nel ‘39 come le repubbliche baltiche, entità russe francamente poco credibili, mini stati etnici, stati semi-dinastici appartenenti a satrapi orientali, fino ad arrivare al Caucaso, dove la confusione etnica, razziale, religiosa è massima. La Georgia non rappresenta un’eccezione.
Pur non essendo slava e dotata di un alfabeto proprio, dal 1810 faceva parte della Russia di cui aveva chiesto protezione contro il potente vicino persiano. Se questo stato caucasico dopo quasi 180 anni di sottomissione a Mosca decide di essere indipendente perché impedire all’Abkazia, regalata da Stalin nel 1930 a Tbilisi, di diventarlo? E che senso ha per uno stato democratico tenere focolai di infezione che hanno già causato pulizie etniche, stragi orrori come quelli della guerra agli inizi degli anni novanta? Comunque sia, quello che ha combinato il premier Saakashvili con il bombardamento pianificato degli osseti non è solo irresponsabile perché diretto a provocare una reazione del gigante limitrofo scommettendo sulla protezione americana, ma anche criminale. E allora segue una domanda: può un personaggio simile far parte della Nato? Non era più realistico e responsabile per l’Occidente pazientare per arrivare ad un tavolo internazionale di mediazione per risolvere il guazzabuglio caucasico senza forzare la situazione con miraggi di alleanze insostenibili, sia per credibilità, geografia e conflittualità della situazione?
Fino ad arrivare alla domanda centrale. Le organizzazioni occidentali euro-atlantiche non hanno confini, si possono espandere senza limiti, senza perdere il loro senso originario? Quest’Unione europea ad esempio dove può arrivare senza essere completamente snaturata? La fine della logica delle sfere di influenza non è una conseguenza della fine della guerra fredda, ma della perdita di ruolo e potenza di uno dei due poli, dell’ex Unione Sovietica. Forse per le nuove situazioni di confine, non solo geografico, sarebbe bene trovare soluzioni ad hoc che coinvolgano anche l’“altro” invece di proporgli scelte predeterminate, aut aut indigeribili utili a rianimare i falchi moscoviti, ancora nostalgici del sogno panslavo e sovietico.
E’ quindi vero come afferma Robert Kagan nell’ultimo libro che la storia ha ripreso il sopravvento, ma è una nuova storia in cui nessun paese, tanto meno chi aspira a diventare di nuovo una super potenza, né vuole né può uscire dalla globalizzazione e dai riflettori dei media.
