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Perché la Finanziaria è uno strumento inutile

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Il Governo l’aveva promesso: “per il 2008 faremo una finanziaria snella e leggibile!”. Ma, evidentemente, la promessa non è stata mantenuta. Partita con 97 articoli, la legge è invece tornata al Senato (per la terza lettura) con 1201 commi distribuiti in 3 articoli. Insomma, per l’ennesima volta si è assistito alla moltiplicazione dei commi e delle elargizioni pubbliche. E, come ogni anno, dopo la sua approvazione si dirà che occorre riformare le procedure di bilancio, che non verrà più chiesta la questione di fiducia, che non sarà più una finanziaria “omnibus” e bla bla bla. Le solite parole che si ripetono da troppo tempo ormai.

Ma è possibile sopravvivere senza la legge finanziaria? La storia italiana dimostrerebbe di sì. Per oltre un secolo infatti, dall’unità nazionale fino al 1978, il problema del raggiungimento del pareggio del bilancio fu affrontato con la normale legislazione. Inoltre, nel quinquennio 1965-1970, il deficit di bilancio del nostro Paese si attestò in media intorno al 3,7%, cioè pienamente in linea con gli standard europei del periodo. Negli anni successivi si assistette però ad un peggioramento dei conti pubblici: infatti, nel 1975 il saldo di bilancio si elevò fino a raggiungere il 12% del Pil. Nonostante l’approvazione, nel 1978, della legge finanziaria il dato subì un ulteriore aggravio nell’anno 1985 (aumentò ben oltre il 12%), facendo registrare un record negativo per l’Italia. Mentre nel quinquennio successivo (1985-1990) il deficit di bilancio oscillò fra il 10 e il 12% e il debito pubblico passava nel corso degli anni Ottanta dal 60 al 100% del Pil, dimostrando come l’intervento legislativo si era rivelato completamente inefficace. Tale strumento non ha dunque sortito, in virtù della sua entrata in vigore, nessun effetto positivo sul piano del controllo della finanza pubblica, disattendendo ogni aspettativa e costringendo i governi (e soprattutto i contribuenti) del decennio successivo a una rincorsa che si è rivelata difficile e piena di sacrifici.

Il momento storico che ha messo in moto la corsa al risanamento è rappresentato piuttosto dall’impegno formale preso dal governo italiano a Maastricht, nel dicembre 1991. I conti pubblici sono stati messi sotto controllo solo in virtù di un intervento esterno: il vincolo europeo rappresentato dalla armonizzazione della disciplina di bilancio. Tuttavia, ancora oggi, la debolezza della finanza pubblica italiana fa del nostro paese una specie di “sorvegliato speciale” nell’ambito dell’Unione monetaria. Nonostante il susseguirsi ogni anno delle leggi finanziarie, i conti pubblici dell’Italia continuano a destare preoccupazione.

Un punto critico della manovra annuale consiste nell’individuazione di ciò che può o non può esservi inserito (pur essendo state elencate tali limitazioni di contenuto nella legge n. 208/1999). Questo aspetto è dovuto al fatto che la discussione e la approvazione della legge finanziaria segue in Parlamento, rispetto alle normali leggi di spesa, una “corsia preferenziale”, dal momento che il bilancio deve essere approvato entro la fine di dicembre. Una qualsiasi proposta di legge inserita nella finanziaria ha dunque molte più possibilità di essere approvata in tempi stretti, che non seguendo l’iter ordinario, il quale invece è soggetto a tempi lunghi e ad esiti incerti. Si assiste così ogni anno a leggi finanziarie dalle dimensioni molto ampie, in cui si cerca di inserire liste interminabili di provvedimenti, che sono il prodotto di una grande quantità di interessi. Il tutto si risolve in uno spettacolo tipicamente italiano, in cui fino all’ultimo momento si prova ad aggiungere emendamenti estremamente “particolari”, che spesso sono legati ad interessi microsettoriali di singoli membri del Parlamento. E a “blindare” tale monstre legislativo giunge quasi sempre in soccorso la questione di fiducia.

Se un po’ ovunque nei Paesi occidentali esistono strumenti legislativi che hanno la funzione di stabilire gli interventi necessari per riportare gli indicatori finanziari ai livelli fissati in sede politica (agendo nel contempo su obiettivi di tipo socio-economico), il caso specifico della legge finanziaria italiana presenta dunque dei tratti del tutto peculiari. Da un punto di vista procedurale, come ha notato Sergio Romano in un suo editoriale comparso qualche settimana fa sul Corriere della Sera, «non appena arriva in Parlamento, la legge viene frantumata in tanti pezzi quante sono le materie su cui è possibile avviare un negoziato. Non si discute della sua filosofia. Non si cerca di accertare se le norme corrispondano a un disegno complessivo e siano adatte a raggiungere obiettivi di interesse generale. Si apre una gara in cui ciascuno cerca di lasciare un segno della propria influenza e di ottenere risultati da tradurre in voti e consensi. Dietro l’alluvione degli emendamenti si nasconde una pluralità di motivazioni ideologiche, corporative o clientelari. […] La discussione del bilancio, vale a dire il momento più importante dell’attività di un organo legislativo, diventa una fiera degli scambi e del baratto. […] Conosciamo da tempo questa anomalia italiana e sappiamo con quali norme istituzionali e regolamenti parlamentari altri Paesi siano riusciti a evitare l’indecoroso mercato delle concessioni reciproche».

A tal fine, in un saggio del 1998, gli economisti Alesina, Marè e Perotti hanno consigliato la sostituzione integrale dei vari documenti del processo di bilancio oggi in vigore, con un unico testo normativo e programmatico (il budget, sul modello americano), sul quale i poteri di emendamento da parte del Parlamento dovrebbero essere molto limitati. Numerose altre proposte sono state avanzate per cancellare la legge finanziaria dal panorama politico e giuridico. Molti commentatori e addetti ai lavori ritengono ormai che la manovra annuale, così come si è strutturata negli anni, sia diventata un inutile adempimento tecnico-procedurale che sarebbe il caso di abbandonare. Per il momento, però, non possiamo fare altro che “goderci” l’ennesimo atto di uno spettacolo che nessuno ha più voglia di vedere.

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1 COMMENT

  1. penso anch’io che la
    penso anch’io che la finanziaria sia uno strumento inutile anche perchè a rimetterci sono sempre i lavoratori , le persone per bene e mai i politici anzi loro ci guadagnano sempre.

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