Perché la “formica” Italia non è stata schiacciata dalla crisi
04 Dicembre 2009
Poiché il tasso d’indebitamento delle famiglie italiane è tra i più bassi nei Paesi Ocse mentre il tasso di patrimonializzazione è tra i più elevati, in realtà la mera cifra del debito pubblico fa apparire l’Italia come più malata di quanto non sia davvero. Non solo: gli ultimi dati della Commissione Ue sul rapporto deficit/Pil e sulla disoccupazione mettono il nostro Paese nelle posizioni più virtuose quindi, secondo Marco Fortis, economista e vicepresidente della Fondazione Edison, l’Italia nello scacchiere economico è decisamente posizionata meglio degli altri Paesi.
Professore, davvero la “formica” Italia nel suo piccolo va lontano?
Anzitutto spieghiamo cosa significa. Possiamo definire l’Italia, così come la Germania e la Francia, un Paese “formica” in quanto caratterizzata da un basso indebitamento privato, al contrario di Paesi come gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, l’Irlanda e la Spagna che invece possono essere definiti “cicale” per le loro situazioni finanziarie private dissestate. I Paesi “cicala” hanno dimostrato negli ultimi anni una più forte crescita del Pil che si può spiegare non solo con elementi virtuosi delle loro economie, che indubbiamente li caratterizzano, ma anche e soprattutto da un’esplosione dell’indebitamento privato interconnesso con la bolla immobiliare, finanziaria e del credito al consumo.
E’ il caso degli Stati Uniti
Sì, ma anche della Gran Bretagna. Nel caso della Spagna la crescita è stata spinta soprattutto dall’edilizia residenziale, lanciata a folle corsa e finanziata a debito, per cui il settore delle costruzioni è arrivato a rappresentare quasi il 13% della generazione diretta del valore aggiunto nazionale contro percentuali che sono della metà in Italia e Francia e addirittura solo di 1/3 in Germania. A un anno dall’inizio della crisi, i debiti delle famiglie rimangono ancora molto elevati in quei Paesi che maggiormente hanno contribuito a innescare la bolla immobiliare e finanziaria e poi a farla deflagrare. Tuttora le famiglie americane e irlandesi restano indebitate grosso modo quattro volte di più di quelle italiane e le famiglie spagnole e inglesi 2,5-3 volte di più. Questa situazione frena il commercio internazionale e così anche le economie dei paesi esportatori come l’Italia, per cui sono stati prospettati nelle ultime settimane tempi quasi biblici per ritornare a livelli di attività economica pre-crisi.
Insomma, l’Italia è in una posizione migliore rispetto agli altri paesi?
Decisamente. Per quanto riguarda per esempio i consumi privati la Commissione Europea prevede che entro il 2011 i consumi privati italiani avranno quasi completamente recuperato i livelli del 2007, dopo una caduta dell’1,5% nel 2009 e una ripresa sia nel 2010 che nel 2011. Viceversa nel 2009 i consumi sono diminuiti più del doppio rispetto all’Italia in Gran Bretagna, più del triplo in Spagna e di oltre cinque volte in Irlanda. Nel 2010 i consumi continueranno a flettere negli Stati Uniti e lo stesso avverrà negli altri paesi “cicala”. L’Italia dovrebbe reagire meglio dei Paesi “cicala” anche al tracollo degli investimenti in macchinari e attrezzature, risultando seconda per capacità di recupero soltanto agli Stati Uniti.
Resta un debito pubblico stellare…
Sì, ma l’Italia nel 2011 registrerà un rapporto preoccupante (117,8, +14 punti rispetto a quello del 2007) ma notevolmente maggiore sarà il peggioramento dell’indebitamento in Spagna (+38 punti rispetto al 2007) e Gran Bretagna (+44), per non parlare dell’Irlanda (+77); per gli Stati uniti disponiamo solo della previsione dell’Fmi per il 2010 che tuttavia già prevede un peggioramento di 32 punti rispetto al 2007.
Lei sostiene che il debito pubblico di un Paese non vada misurato solo in percentuale sul Pil, ma riparametrato anche in ragione del debito privato esistente nello stesso Paese. Però questa tesi sembra che non convinca il mercato, che ci giudica. E’ così?
Coerentemente con lo schema adottato per la definizione del debito del settore privato dalla Banca Centrale Spagnola e non molto diverso da quello seguito anche dalla Banca di Francia abbiamo ricostruito la serie storica del “debito aggregato” sommando al debito pubblico rilevato secondo i criteri di Maastricht il debito del settore privato non finanziario misurato come somma dei prestiti totali erogati a famiglie, enti non profit e imprese più lo stock di titoli diversi dalle azioni emessi da enti e imprese. Tra i 5 maggiori paesi Ue e gli Stati Uniti nel 1995 il debito “aggregato” più elevato in percentuale del Pil era quello dell’Italia, anche se non di molto superiore a quello di Stati Uniti e Gran Bretagna, mentre su valori più bassi si collocavano Germania e Francia.
Quindi?
Se inquadriamo i fatti in una prospettiva storica, osserviamo che nel 1995 si guardava pressoché solo al debito pubblico come cartina di tornasole per capire l’equilibrio finanziario di una nazione e a quell’epoca il “tallone d’Achille” dell’Italia era proprio il debito pubblico mentre americani e inglesi presentavano già valori molto elevati del debito microeconomico delle famiglie, ma ancora non tali da costituire una realtà macroeconomica preoccupante. E’ solo tra il 1995 e il 2007 che i debiti aggregati di Stati Uniti, Gran Bretagna e Spagna esplodono. Quello americano cresce soprattutto per effetto dei debiti delle famiglie, quelli inglese e spagnolo crescono soprattutto per l’effetto congiunto del boom dei debiti di famiglie e imprese. Ed è proprio dall’eccesso di debito del settore privato di questi ultimi Paesi che è nata l’attuale crisi, per questo il mercato non deve guardare solo al debito pubblico in quanto il debito privato cresciuto troppo ed in modo da mettere a rischio i sistemi bancari prima o poi deve essere in qualche modo ripagato. Tant’è che alcuni governi, a cominciare da quello americano, si stanno quasi rovinando per sostituire con debito pubblico il debito privato lasciato colpevolmente crescere in questi anni. Al riguardo è significativo che anche il Dpef 2010-2013 del governo italiano faccia riferimento al debito aggregato dell’Italia in una tabella che compara la situazione molto migliore del nostro Paese rispetto a quella degli altri maggiori Paesi Ue.
Ripresa mondiale: preoccupato o fiducioso?
La ripresa mondiale resta ancora debolissima, come dimostrano gli ultimi dati sul Pil di alcuni importanti paesi. Prendiamo per esempio la seconda stima sull’andamento congiunturale del Pil degli Stati Uniti nel terzo trimestre 2009: +0,7% circa su base trimestrale rispetto al +0,9% comunicato il 29 ottobre scorso. Sempre nel terzo trimestre 2009 sono arretrate ancora le economie della Gran Bretagna e della Spagna (-0,4% e -0,3% rispettivamente). Per quanto riguarda l’Italia, la crescita (+0,6%) è stata di poco inferiore a quella tedesca (+0,7%) e il doppio di quella francese (+0,3%). Tuttavia, la vera ripresa per il nostro paese arriverà forse solo con la ripresa dell’export quando sui mercati mondiali torneranno la fiducia e la domanda vera. Infatti, i maggiori problemi dell’Italia in questa crisi vengono dal calo dell’export, che impiegherà tempo a riprendersi, soprattutto verso Paesi come USA, Gran Bretagna, Spagna, Russia, che sono in gravi difficoltà e che rappresentano i nostri principali mercati di sbocco.
Molte delle nostre piccole e medie imprese sono però strette tra il calo degli ordini e il credit crunch.
Il made in Italy, che molti nel recente passato davano in declino irreversibile, si è in questi anni rafforzato sul piano della qualità dei prodotti, dell’innovazione e dell’internazionalizzazione. Affermare ciò non significa sottovalutare le difficoltà a cui l’Italia dovrà far fronte a causa dei tempi lunghi della ripresa mondiale e del suo debole profilo. Tali difficoltà possono essere individuate soprattutto nel rischio di mortalità di un elevato numero di piccole e medie imprese. Il made in Italy non ha perso in competitività ma tra la fine del 2008 e la prima parte del 2009 la crisi ha fatto letteralmente scomparire 1/3 del commercio mondiale in dollari e anche noi ne abbiamo pagato le conseguenze. In particolare, tra l’ottobre 2008 e il settembre 2009 l’export italiano di manufatti calcolato sugli ultimi 12 mesi scorrevoli è diminuito di qualcosa come 67 miliardi di euro. Quasi il 60% della contrazione della nostra economia è infatti spiegata dal peggioramento della domanda estera netta causata dal crollo dell’export e da quello degli investimenti in macchinari e mezzi di trasporto dovuto principalmente alle aspettative negative delle stesse imprese esportatrici. E’ perciò indubbio che nel 2008-2009 i cali dei livelli di attività siano stati molto forti ma essi andrebbero rapportati ai tassi di crescita assolutamente eccezionali, e probabilmente irripetibili (almeno nell’immediato), che hanno caratterizzato il quinquennio precedente ed in modo particolare il biennio 2006-2007.
Quindi la nostra “bolla” è stata legata alle esportazioni?
Sì, e in ciò somigliamo molto alla Germania. E’ avvenuto in concomitanza con i massimi livelli della “bolla” immobiliare e finanziaria dei Paesi anglosassoni e della Spagna e della “bolla” dei prezzi energetici di cui hanno beneficiato la Russia e i Paesi Arabi. Infatti, nel biennio 2006-2007 il nostro export è cresciuto in euro del 19,6%, mentre quello tedesco del 23,5%, contro una media degli altri 5 Paesi del G-7 solo dell’8,6%. Si è trattato, beninteso, di una “bolla” senza colpe perché basata sulla competitività e non sull’indebitamento, sull’internazionalizzazione delle attività e dei prodotti anziché su quella dei famigerati sub-prime e dei derivati. Le nostre imprese, oggi sotto shock per il crollo del commercio mondiale avvenuto tra la fine del 2008 e il primo semestre del 2009, in precedenza stavano conquistando la Russia, invadendo la Spagna, difendendo bene le loro quote di mercato negli Stati Uniti, penetrando in India e in Brasile. Ma, se per ipotesi le esportazioni italiane nel biennio 2006-2007 si fossero “accontentate” di aumentare come quelle del G-5, esse sarebbero arrivate a toccare nel 2007 il livello di soli 326 miliardi di euro anziché di 359 miliardi come è avvenuto realmente, cioè avremmo esportato 33 miliardi in meno. Ritornare in tempi rapidi ai livelli di export del 2007, quindi, non sarà facile perché tali livelli erano anch’essi “drogati” dalla febbre dei consumi e degli investimenti dei nostri Paesi clienti.
Il mercato del lavoro, grazie al meccanismo degli ammortizzatori sociali, ha tenuto ma per il futuro le stime vedono nero. Quale strada dobbiamo seguire?
Gli ammortizzatori sociali hanno sin qui permesso di contenere la disoccupazione meglio di altri paesi. Secondo le previsioni della Commissione Europea nel 2011 l’incremento cumulato del nostro tasso di disoccupazione rispetto al 2007 sarà sensibilmente inferiore a quello dei paesi anglosassoni e della Spagna. Per il futuro l’occupazione potrà essere sostenuta con misure mirate per aiutare le industrie nevralgiche a superare il momento difficile. Come è già stato fatto con la Tremonti Ter per sostenere la domanda di macchinari. E come si potrebbe fare sganciando il bonus fiscale per l’acquisto di mobili dalle ristrutturazioni edilizie. O introducendo bonus fiscali molto mirati per sostenere l’acquisto di beni di abbigliamento tipicamente made in Italy come le calzature interamente in cuoio, i capi di abbigliamento in tessuto di pura lana vergine, le borse in pelle, le cravatte e i foulard di seta. Anche il piano casa e le infrastrutture possono rilanciare lo sviluppo. Tuttavia, occorre una strategia più ampia su scala europea. Infatti, Paesi come Italia, Germania e Francia potranno rimettere in moto la produzione solo con un grande programma comune di investimenti per la competitività.
Dovremmo quindi accordarci a livello UE per coordinare le politiche fiscali?
Assolutamente, ma non solo per l’energia e le infrastrutture ma anche per stimolare la “rottamazione” dei macchinari e dei mezzi di produzione di fabbriche, fattorie e alberghi, cioè dei luoghi ove si genera l’economia reale: l’unica che può tirarci fuori dai guai causati dalla cattiva finanza.
Che giudizio dà alla politica del rigore voluta dal ministro Tremonti? E ai vari ministri che chiedono di allentare i cordoni della borsa?
Il Ministro fa sicuramente bene a muoversi con prudenza sul fronte della spesa e ad essere inflessibile sul piano di rientro del deficit concordato con l’Ue. Alla fine di questa crisi internazionale gigantesca la vera differenza nel livello di capacità di sopravvivenza tra i diversi Paesi la farà lo stato delle finanze pubbliche e private. L’Italia, se contiene il suo debito pubblico mentre gli altri Paesi sono costretti a farlo esplodere, nel dopo-crisi avrà guadagnato in credibilità e rating. Per quanto riguarda altre iniziative di sostegno all’economia, oltre a quelle già citate, reputiamo molto positivo il progetto di un Fondo per il sostegno alle Piccole e Medie Imprese voluto fortemente dal ministro Tremonti. Il Fondo, a partecipazione mista, sarà finalizzato alla patrimonializzazione delle piccole e medie imprese e nel tempo, attraverso il coinvolgimento di più soggetti, potrebbe raggiungere il tetto dei 3 miliardi.
Quali sono le riforme di cui abbiamo più bisogno oggi?
Ci sono iniziative importanti che devono essere intraprese non appena possibile, come la liberalizzazione dei servizi pubblici locali che permetterebbe di aumentare la concorrenza e liberare nuove risorse nell’economia; la riforma degli ammortizzatori sociali che, nonostante abbiano giocato un importante ruolo nell’attuale crisi, dovrebbero essere estesi anche ai lavoratori autonomi con particolare salvaguardia verso i lavoratori precari. Inoltre, necessita di particolare attenzione il divario Nord-Sud della nostra economia in quanto rappresenta uno degli elementi più ritardanti della nostra crescita: si pensi che nel periodo 2001-2008 il Pil italiano è cresciuto del +5,3% a cui il Nord-Centro ha contribuito con un incremento del +6,3% mentre il Sud con solo il +2%, disparità di crescita spiegata soprattutto dal differente andamento dei consumi delle famiglie che nello stesso periodo sono cresciuti nel 4,9% nel Nord-Centro e solo dell’1% nel Mezzogiorno. Come sostenuto dal presidente di Confindustria-Sicilia Lo Bello, il Sud deve liberarsi dello statalismo.
Ritiene che il divario Nord-Sud sia un punto cruciale per il nostro Paese?
Sì, come del resto ha più volte ricordato negli ultimi mesi dal Presidente della Repubblica, dal Governatore della Banca d’Italia e dal ministro dell’Economia. Ma ci sono anche altre problematiche fondamentali che necessiterebbero di una soluzione nel medio-lungo termine.
Quali?
La burocrazia per esempio, ancora troppo pesante per le imprese, la Pubblica Amministrazione e il rebus energetico in quanto l’Italia è nel G20 il Paese con la più alta dipendenza dall’estero per l’energia. In merito a quest’ultimo problema occorrerebbe riprendere una discussione obiettiva anche sul nucleare.
