Perché la proposta Dini sulla scuola è irrealizzabile

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Perché la proposta Dini sulla scuola è irrealizzabile

09 Gennaio 2008

La quinta delle sette richieste
“irrinunciabili” avanzate dal senatore Lamberto Dini al governo come condizione
per continuare a sostenerlo recita come segue: «La realizzazione del sistema
nazionale di valutazione dei risultati scolastici, per legare ogni incremento
reale delle retribuzioni degli insegnanti a livello e dinamica della
preparazione scolastica degli allievi. Altrimenti i ritardi nella formazione
scolastica dei nostri giovani, sempre più evidenti
nel confronto internazionale, pregiudicheranno la capacità di sviluppo
dell’Italia per il prossimo mezzo secolo».

Così messe le cose chi potrebbe
dissentire? Come negare l’opportunità di controllare il rendimento scolastico e
la preparazione degli allievi e di premiare il merito e punire la negligenza o
incapacità degli insegnanti? Come negare che il declino nella formazione
scolastica condurrà presto l’Italia in una condizione di decadenza
difficilmente recuperabile? Le “valutazioni” vanno fatte e il premio del merito
è essenziale. Ma il “come” non è un aspetto accessorio, anzi è propriamente la
questione centrale, e le enunciazioni di principio sono quanto di più vacuo e
dannoso se non sono sostanziate da solidi contenuti. Oltretutto, quel che è
stato fatto finora sui sistemi di valutazione non promette nulla di buono: per
lo più si è trattato di foglie di fico confezionate da organismi
irresponsabili, nel senso tecnico del termine.

La prima domanda da porre è la
seguente: l’organizzazione attuale della scuola consente a un insegnante –
anche al più esperto insegnante – di esplicare in pieno le proprie capacità?
Non è forse da chiedersi se l’attuale organizzazione – insopportabilmente
permissiva e sgangherata – renda difficile al miglior insegnante di questo mondo
di insegnare in modo decente? La domanda è più che lecita. E se la risposta non
fosse decisamente positiva ma anche soltanto incerta, legare meccanicamente le
retribuzioni alla valutazione dei risultati scolastici sarebbe una scelta
sciocca e punitiva, che non avrebbe alcun effetto positivo, se non quello –
negativo – di far fuggire a gambe levate tutte le persone serie che non possono
accettare di sottoporre la valutazione del proprio operato al rendimento degli
asini o di quella fascia “privilegiata” di allievi che De Mauro ha definito –
con formula ipocrita quanto degna di una bocciatura – la “media minima” (si
faccia avanti chi ha mai visto in vita sua una “media minima”).

Ma c’è qualcosa di molto più
importante. Le valutazioni si fanno in relazione al conseguimento degli
obbiettivi dell’istruzione ai vari livelli scolastici. Quali sono questi
obbiettivi d’istruzione oggi? Sono sensati oppure si tratta, nella maggior
parte dei casi, di obbiettivi sgangherati, malamente formulati e talora
semplicemente insensati?

Ormai, nel nostro paese, non si
parla più di “programmi” scolastici, perché ciò viene considerato come il
tentativo di imporre una visione “trasmissiva” e “repressiva”
dell’insegnamento. Quel che resta – ovvero le indicazioni nazionali – è una
povera raccolta di concetti vaghi, mal formulati e talora semplicemente
sbagliati che provengono dalla collaborazione della corporazione dei
pedagogisti progressisti con dei funzionari ministeriali intrisi della medesima
ideologia.

Dobbiamo considerare come un obbiettivo ragionevole dell’istruzione
l’insegnamento della storia o della geografia qual è formulato nelle
indicazioni scolastiche nazionali? Non mi soffermerò a descriverlo e a
confutarlo perché l’ho fatto abbondantemente in altre occasioni ed è sufficiente
renderne edotta qualsiasi persona colta e ragionevole – ed estranea alla
corporazione degli addetti ai lavori – perché inorridisca e si chieda se si
stia scherzando o denigrando. Vogliamo considerare come obbiettivo ragionevole
lo studio del teorema di Pitagora “e delle sue applicazioni alla matematica”?
Vogliamo essere tanto coraggiosi da porre a confronto i programmi di matematica
in vigore in India con quelli nazionali e poi avere ancora la dabbenaggine di
chiedersi come mai da noi le cose vadano male?

Potrei continuare, ma mi limito
a dire che gli obbiettivi rispetto a cui ci si propone di “valutare” non sono
indifferenti. Se gli obbiettivi sono poveri, mal formulati, o persino
autentiche scempiaggini, l’attività della valutazione diventa una farsa o,
peggio, una spinta a indirizzare l’intero sistema verso lo sfacelo finale. Può
avere un minimo di serietà un sistema di valutazione nazionale diretto a
verificare che il sistema scolastico realizzi obbiettivi vaghissimi, mal
formulati o addirittura discutibili mentre si continua ad affidare la
formulazione di questi obbiettivi a coloro che nell’arco di un trentennio hanno
ridotto una delle migliori scuole del mondo a una carcassa, a coloro che non si
esitano a enunciare assurdità come il concetto di “media minima”? Un sistema di
valutazione del genere sarebbe soltanto l’ennesimo carrozzone statalista dedito
a sperperare stipendi a tecnici e scienziati del nulla, la cui dubbia
competenza non viene mai assoggettata a valutazione e le cui retribuzioni non
vengono mai commisurate al rendimento.

Se la scuola deve restare quel che è –
con questa struttura organizzativa e questi contenuti d’insegnamento – allora
nessun sistema di valutazione può funzionare, inclusi quelli in vigore. Perché
i carrozzoni statal-sindacal-burocratici servono soltanto a coprire il problema
centrale, che è quella di che cosa
s’insegna
. E servono a eludere la vera questione della valutazione che
precede tutte le altre: sottoporre a giudizio coloro che hanno potuto fare i
loro esperimenti didattico-pedagogici in
corpore vili
per un trentennio senza che nessuno li chiamasse render conto
del loro operato.

L’unico modo serio di aprire il dossier della valutazione è
questo, e non quello di premiare gli autori della catastrofe offrendo loro un
ulteriore strumento di potere con cui tiranneggiare docenti costretti a
insegnare la “legge dissociativa”, la “topologia del sotto e del sopra” o a
“applicare alla matematica” il teorema di Pitagora.

Tralasciamo – ma soltanto per
ora – la questione non solo della valutazione dei valutatori ma anche delle
modalità della loro nomina che in tutti i casi finora messi in atto sono state
affidate all’arbitrio più totale. E lasciamo in sospeso – ma soltanto per ora –
la domanda del perché una simile procedura debba restringersi al solo comparto
scolastico. Difatti, perché non istituire un sistema nazionale di valutazione
dei magistrati, dei medici, degli avvocati, dei poliziotti, dei militari, dei
preti e – perché no? – dei parlamentari e del governo stesso? Naturalmente,
nominato come più aggrada a chi comanda sul momento, e insindacabile. Con tanti
saluti alla democrazia.