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L'analisi

Perché la sentenza della Corte costituzionale tedesca influirà sul futuro della Merkel

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La pronuncia della Corte costituzionale tedesca è stata percepita in diversi ambienti politici al di fuori della Germania come un intervento a gamba tesa. Quelle provenienti da Karlsruhe sono richieste legittime e, per il momento, ispirate a moderazione: la BCE ha tre mesi per dare conto della sua strategia, un obiettivo non irraggiungibile soprattutto se si tiene conto del fatto che nel DNA della Banca centrale europea vi è un obiettivo di stabilità e di contrasto all’inflazione.

Vi sono però due fronti problematici sui quali la Corte di Karlsruhe ha impattato. Il primo è quello interno tedesco: la pronuncia giunge in un momento particolarmente delicato per gli equilibri interni al paese, con un braccio di ferro tra governo federale e governatori regionali circa i tempi e le modalità della fase 2. La ricezione più o meno puntuale da parte del governo delle indicazioni della Corte costituzionale diventerà certamente un argomento di confronto tra i candidati alla successione. Che le cose si vadano complicando lo dimostrano i rumors, al momento poco credibili, circa un possibile quinto mandato della cancelliera.

Il secondo fronte è quello della linea negoziale della Germania nell’Unione Europea. Il rischio ovviamente non si pone nell’immediato, ma la credibilità della strategia europea va testata lungo un orizzonte temporalmente più esteso e richiede l’impegno non estemporaneo dei paesi europei. La Germania rappresenta ovviamente la pietra angolare di questo progetto e l’idea stessa che Berlino possa “sfilarsi” ne mina le basi.

Naturalmente non si può mettere in discussione l’ordinamento costituzionale tedesco: questa vicenda ci conferma che esiste un nucleo incomprimibile di sovranità che il processo di integrazione europea fatica a intaccare (e rimane anche da chiedersi se sia giusto intaccarlo). Il problema dunque non riguarda la Germania, ma quei paesi che sull’impegno tedesco fanno affidamento.

A tal proposito si può ricordare che un problema analogo si pose in occasione della crisi valutaria dell’estate 1992: in quell’occasione la Bundesbank si rifiutò di intervenire sul mercato delle valute sventolando la cosiddetta lettera di Emminger. Era una missiva riservata che nel 1978 l’allora governatore della “Buba” aveva inviato al governo e nella quale si accettavano le clausole del Sistema monetario europeo a patto che queste non mettessero in pericolo la stabilità del marco tedesco. A farne le spese fu, in quell’occasione, l’Italia. Se quella storia deve insegnare qualcosa, è che la futura strategia europea di rilancio dovrà tenere conto delle identità e delle priorità dei singoli Stati membri.

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