Perché l’economia italiana non cresce più
07 Aprile 2008
Continuano a
peggiorare le previsioni di crescita per l’Italia nel 2008. Alcune agenzie di stampa hanno anticipato
venerdì che le previsioni formulate dal Fondo monetario internazionale, che
saranno pubblicate tra pochi giorni nel rapporto di primavera sull’andamento
dell’economia mondiale, indicherebbero che il Prodotto interno lordo nel nostro
paese crescerebbe appena dello 0,3 per cento. A ottobre scorso lo stesso FMI
prevedeva una crescita dell’1,3 per cento; a gennaio, la Banca d’Italia
pronosticava una crescita dell’1 percento.
Se per un verso è
vero che la riduzione delle aspettative di crescita riguarda tutte le economie
industriali, il calo è proporzionalmente più vistoso per il nostro paese.
Fa quindi sorridere il
Presidente del Consiglio Prodi che commentando queste notizie, aveva dichiarato“ Il mio successore a Palazzo Chigi sia molto
attento, perché in queste situazioni di difficoltà occorre molto, molto rigore“.
Fa sorridere perché, certamente, una buona parte del rallentamento specifico
che colpisce l’Italia è dovuto al poderoso aumento della pressione tributaria
da lui realizzato. Fa sorridere anche che sia lui a richiamare l’esigenza di
governare con rigore dopo che nei periodi di vacche grasse il suo Governo si sia sbizzarrito a spendere
i successivi “tesoretti” generati, in
buona parte, dalla crescita del PIL superiore alle aspettative.
Resta comunque il
problema di fondo: perché l’economia
italiana cresce poco e meno di quella dei nostri partner europei.
Un interessante
lavoro comparativo, pubblicato in questi giorni sul prestigioso Journal of Economic Perspectives, offre pregevoli
spunti di riflessione. Il saggio evidenzia che nel periodo 1995-2005 la
differenza di crescita tra Stati Uniti e Europa nel suo complesso è imputabile
prevalentemente alla dinamica della produttività – più elevata negli SU –
piuttosto che al numero di ore lavorate, aumentate grosso modo nella stessa
misura nelle due aree.
A sua volta
l’aumento della produttività negli SU è risultato molto più rapido rispetto a
quello in Europa, perché in America è migliorata molto la produttività nel
comparto dei servizi (distribuzione commerciale, trasporti, finanza, turismo,
ristorazione, servizi sociali e alle persone). Essa é cresciuta più del triplo
rispetto al quanto avvenuto in Europa. La crescita di produttività nel comparto
dei beni è stata invece pressoché identica nelle due aree. Nell’analisi
disaggregata, l’Italia si distingue essendo l’unico paese che presenta una
crescita negativa della produttività nei servizi.
Alla luce di questa
impietosa analisi il rilancio dell’economia italiana non può prescindere dallo
sviluppo del settore dei servizi. Al riguardo due linee di intervento appaiono
prioritarie. La necessità di liberalizzare ulteriormente un comparto ancora
molto ingessato – in particolare nel nostro paese – e l’esigenza di investire in
educazione; nei servizi infatti la produttività dipende essenzialmente dalla
qualità del capitale umano.
Nel programma del Popolo della libertà e nei contributi
per governare l’Italia predisposti dalla
Fondazione Magna Carta (Magna Carta Papers) non mancano proposte concrete per
dare sostanza a tali linee di intervento.
