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L'analisi

Perché, nonostante tutto, al referendum voterò Sì

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Molti amici, in vista del referendum confermativo sulla riduzione del numero dei deputati e dei senatori, si sono schierati per il No. Mai come questa volta non si tratta di ingaggiare un duello rusticano ma di cogliere l’occasione per aprire un dibattito vero, perché vi sono ragioni fondate a sostegno di entrambe le posizioni. Dal mio canto cercherò di spiegare per quale motivo, nonostante tutto, voterò Sì.

Se in realtà il referendum non fosse un’opzione binaria, con un Sì e un No, sul taglio dei parlamentari sarebbe la volta buona per fondare un comitato “Sì però”. “Sì”, per innescare l’opportunità di una riqualificazione della democrazia rappresentativa. “Però”, perché un percorso di riforme conseguenti è condizione necessaria affinché la sforbiciata possa produrre davvero qualcosa di utile.

Non mi soffermo su argomenti tecnici già ampiamente sviscerati dal dibattito di queste settimane e sui quali ci sarà modo di tornare. Soprattutto, non voglio nascondermi dietro un dito: come il contesto politico e il disegno di uno strapotere al tempo stesso senza efficacia e senza contrappesi ebbero un peso determinante nella vittoria del No al referendum renziano del 2016, è comprensibile che l’idea di dare una lezione al Movimento 5 Stelle stracciando nelle urne la sua bandiera “anti-casta” per antonomasia sia una tentazione reale.

Il paragone, tuttavia, regge fino a un certo punto. E nello spiegare il perché cercherò di non farmi velo della mia posizione oggettivamente poco imparziale, in quanto autore del primo disegno di legge della legislatura per la riduzione dei deputati e senatori.

Innanzi tutto, prendendo a prestito una metafora “virologica” in voga di questi tempi, in termini di incidenza sulla vita della nazione la distanza tra il renzismo di quattro anni fa e il grillismo di oggi è la stessa che passa tra una febbre crescente e in via di diffusione da un lato, e un problema già sperimentato e in via di contenimento dall’altro.

In secondo luogo, c’è una grossa differenza di merito. La riforma renziana era un corpus organico (ancorché sgangherato) e in sé concluso. Qualsiasi incongruenza (e ve n’erano molte ed evitabili, ve lo assicuro) sarebbe stata inemendabile. Approvato quel testo, non ci sarebbe stato più nulla da fare. In questo caso, con il taglio dei parlamentari ci troviamo di fronte a un innesco potenziale di riforma: a un intervento circoscritto e settoriale che per funzionare ha bisogno di interventi ulteriori e dunque, proprio per questa ragione, può mettere in moto un meccanismo di razionalizzazione del procedimento legislativo.

Infine, il tema più importante: la crisi della rappresentanza politica e istituzionale. Cosa penso del grillismo e dell’improvvisazione in politica è facilmente intuibile, anche alla luce della mia storia personale. Non bisogna tuttavia commettere l’errore di ritenere che l’avvento del M5S, con i suoi messaggi viscerali e la sua classe dirigente improvvisata, sia stato la causa di una delegittimazione delle istituzioni rappresentative. Piuttosto ne è stato l’effetto, perché tra liste bloccate e l’imposizione di miracolati completamente scollegati da qualsiasi legame con gli elettori, la politica tradizionale ha creato uno iato tra cittadini e istituzioni che il Movimento ha avuto l’abilità di riempire a colpi di slogan, salvo dimostrarsi peggio di coloro che ambiva a rimpiazzare.

Il fatto che la presunta soluzione (l’anti-politica) si sia rivelata peggiore del problema (la rappresentanza delegittimata), non significa tuttavia che il problema stesso sia venuto meno. La democrazia rappresentativa è in crisi, e il ruolo marginale del Parlamento nei mesi difficilissimi che il nostro Paese ha appena attraversato a causa della pandemia ne è una plastica dimostrazione.

Di fronte a questa realtà, chi intende la politica come esercizio di rappresentatività e competenza deve decidere se la soluzione al problema sia la conservazione di uno status quo a tal punto slabbrato da aver generato in sé il germe dell’anti-politica, o il tentativo di perseguire una strada diversa per il cambiamento.

Io credo che questa seconda sia l’opzione da preferire. Che non ci si possa rassegnare a una scelta obbligata tra il nulla grillino e l’immobilismo più totale. Non perché diminuire i parlamentari sia la panacea di tutti i mali, e tantomeno perché la democrazia possa essere ridotta a una questione di costi. Il fatto è che la rappresentanza parlamentare ha bisogno di ritrovare qualità, il procedimento legislativo ha bisogno di essere razionalizzato, il legame fra rappresentati e rappresentanti ha bisogno di essere riannodato. E con la vittoria del Sì avremo almeno aperto uno spazio di opportunità per provarci.

Lasciare tutto così com’è potrà darci la soddisfazione effimera di aver respinto al mittente l’assalto istituzionale di una classe politica di parvenue. Ma l’incapacità della democrazia rappresentativa a riformare se stessa è il brodo di coltura nel quale l’antiparlamentarismo affonda le proprie radici, e se non saremo noi a prendere in mano le redini del cambiamento per indirizzarlo nella giusta direzione, potremo illuderci di aver estirpato il sintomo più evidente della crisi della politica, ma la crisi resterà là e farà al nostro Paese e al Parlamento più male di prima.

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3 COMMENTS

  1. Al referendum voterò Sì perchè è la cosa giusta da fare senza farsi condizionare dai “mentitori” dell’ultimo momento sula “mancata rappresentatività”. Hanno avuto 75 anni per rappresentarci ma hanno rappresentato solo i loro interessi e tutelato le loro poltrone. Personalmente avrei preferito dimezzare il numero e alzare il “livello qualitativo” e le responsabilità oggettive. Certo serviranno altri cospiqui aggiornamenti ma da una parte bisogna cominciare. Ciò che si dovrebbe comprendere è che “i rami secchi e improducenti” in tutta la P.A. vanno tagliati, senza appello.

  2. La Razionalizzazione del Procedimento Legislativo, ad esempio per quanto attiene alla Legislazione Concorrente tra Stato e Regioni (e sarebbe la stessa cosa se dovesse esserci Legislazione Concorrente tra Parlamento Europeo e Parlamenti Nazionali), si otterrebbe solo come esito di “Cooperative Processing Preventivo” tra Uffici Legislativi Nazionali e Regionali, allo scopo di Minimizzare il successivo ricorso alle reciproche Impugnative, centrali e locali, davanti alla Corte Costituzionale.

    Anzi si potrebbero addirittura approvare Leggi Regionali non solo con “Controllo Preventivo di Congruità” alla Normativa Nazionale (Ruolo da far esercitare alla Camera dei Deputati), ma anche con “Controllo Preventivo di Congruità” con le Direttive Europee (Ruolo da far esercitare al Senato).

    In ogni caso, resta prioritaria l’introduzione del:

    1) Criterio di Propedeuticità nella Rappresentanza all’esercizio del Potere Legislativo: il Candidato Legislatore è bene che si cimenti prima con la Legislazione Regionale, poi con quella Nazionale ed infine con quella Comunitaria

    2) Ottenuto il Mandato Popolare all’esercizio dell’Attività Legislativa è bene che esso/a si mantenga estraneo al contestuale Esercizio del Potere Esecutivo perlomeno per i primi 5 anni nel Governo Regionale e perlomeno per i primi 10 nel Governo Nazionale, allo scopo di una Operativamente Giusta Separazione tra Potere Legislativo e Potere Esecutivo.

    In questo senso non sono stati appena i Legislatori a 5 Stelle ad essere stati …
    … Somari e Presuntuosi !!!

    Object Oriented Analysis For Object Oriented Government !!!

  3. Mi pare che Quagliariello indulga ad un indebito ottimismo. I sondaggi accreditano i pentastellati al 15/16%; perciò, ritenere il movimento grillino “un problema già sperimentato e in via di contenimento” significa sottovalutare un pericolo reale.

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