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Nuovo giro in Fed

Perché Obama ha rinnovato Bernanke alla guida della politica monetaria Usa

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Il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha rinnovato il mandato del Presidene della Federal Reserve, Ben Bernanke, che resterà, quindi, alla guida della politica monetaria americana sino al 2014. L’”advice and consent” (ossia il voto) positivo del Senato è dato per scontato. Wall Street ha salutato il rinnovo con un rialzo dei titoli. Esponenti di rilievo dell’opposizione repubblicana in Congresso hanno manifestato la loro soddisfazione. Il Presidente della Banca centrale europea (Bce), l’In. Jean-Claude Trichet si è dichiarato lieto di poter continuare a lavorare con il suo “vecchio amico Ben”. Quindi, tutti contenti.

Cerchiamo, però, di comprendere il significato del rinnovo dell’incarico. Ho vissuto a lungo negli Stati Uniti e sono ancora in stretto contatto con colleghi ed amici americani. A mio avviso, le motivazioni di Obama poco o nulla hanno a che fare con la situazione economica internazionale e la perspicacia (o meno) che Bernanke ha dato prova nel saperla (fino ad ora) gestirla. Le ragioni del rinnovo sono essenzialmente tre:

a)     La prassi secondo cui un Presidente Usa sceglie o mantiene in incarichi importati personalità che hanno militato o militano in campo avversario. Per questa ragione, ad esempio, John F. Kennedy invitò Robert S. McNamara  (sempre iscritto al Partito Repubblicano) ad essere (a sua scelta) o Segretario al Tesoro o Segretario alla Difesa.

b)    La difficoltà di trovare un candidato alternativo a Bernanke nell’attuale situazione finanziaria ed economica internazionale. E’ un incarico estremamente difficile che chiunque avesse accettato avrebbe preso quando ormai il treno è in corsa, e, per soprappiù, una corsa dove non si sa chiaramente dove si va a parare. Inoltre, la paga è relativamente modesta (non dimentichiamoci che Paul Volcker lo lasciò perché, nonostante avesse una moglie banchiera (e di successo), non riusciva a mantenere quattro figli all’università.

c)     L’obiettivo prioritario di Obama è far approvare la riforma sanitaria anche  in una forma semplificata rispetto alle idee iniziali della Casa Bianca. Pur di raggiungere questo scopo non muove una virgola nel tracciato aperto da George W. Bush in altri settori delle politiche pubbliche (dalla politica estera – Afghanistan, Irak- alla politica economica.

Detto questo cerchiamo di fare un bilancio del primo mandato di Bernanke nel palazzone in stile tardo-fascista in Constitution Ave, N.W. dove ha sede la Fed. Senza dubbio dato che gran parte dei suoi lavori accademici (i manuali per la didattica sono stati scritti a scopo commerciale) riguardano la Grande Depressione, Bernanke ha la preparazione per affrontare una situazione economica in cui la recessione minaccia  di scivolare in qualcosa di molto peggio. Ha, però, serie difficoltà di comunicazioni con i media (con i quali utilizza spesso un linguaggio criptico rendendo effettivamente arduo fare comprendere quali sono le sue idee – ed anche se ne ha). E, in comune con molti economisti aspiranti al Premio Nobel, ha un’eccessiva considerazione per il proprio punto di vista. Lo si è visto a tutto tondo quando nell’agosto 2007 , lanciati i primi interventi a sostegno del settore finanziario, ha dichiarato (probabilmente in buona fede) che la crisi dei mutui subprime (e di tutto il resto) era ormai dietro l’angolo.  Vi hanno creduto anche quei giornalisti e commentatori italiani, che avendo probabilmente fatto da ragazzi i chierichetti, amano accodarsi a qualsiasi coro e coretto, meglio se a cappella. Sono bastate poche settimane per mostrare che il brutto non era ancora arrivato. Il resto è storia nota. Meno noto è che tra salvataggi ed aumento del credito totale interno, il debito complessivo Usa supera il 300 per cento del pil, un’Himalaya che Bernanke, noto per essere un bravo sassofonista ma non un alpinista, non sembra sappia né come scalare né come abbattere.

Se ne rende conto pure il suo “vecchio amico” Ing. Trichet, il quale mentre le voci sul rinnovo si facevano sempre più forti, riempiva di lingotti d’oro le casseforti delle banche centrali europee. Di “vecchi amici” di tal fatta, occorre fidarsi. Ma con cautela.

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