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Perché Prodi e D’Alema tacciono su Gaza

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Yasser Rabbo, leader palestinese molto amato dalla sinistra italiana (organizzò nel 2001 con Jossi Beilin il tragicomico “accordo di Ginevra”) ha giocato un brutto scherzo a Romano Prodi e a Massimo D’Alema. Ha infatti spiegato con crudezza le poco nobili ragioni del misterioso silenzio del governo italiano su Gaza. Da dieci giorni infatti, tutti i leader del mondo e d’Europa fanno dichiarazioni sulla guerra civile iniziata da Hamas a Gaza, sui due governi palestinesi in funzione, sul nuovo scenario mediorientale, ma D’Alema e Prodi non vi fanno cenno. Tirato per la giacca, dopo una apposita riunione dell’Ue, D’Alema ha affrontato l’argomento, ma in realtà ha parlato d’altro: di crisi umanitaria, di buone intenzioni, di quel che si dovrebbe fare… Aria fritta. Non ha mai pronunciato la parola Hamas, ha detto di appoggiare in pieno Abu Mazen, ma non ha mai condannato apertamente, chiaramente, l’operato di Ismail Hanijeh, non ha accennato allo spinoso problema dell’esistenza in contemporanea di due governi palestinesi. Peggio di lui ha fatto solo Prodi, che ha accuratamente evitato il tema.

 Ieri Yasser Rabbo ha fornito la ragione di questo incredibile comportamento da struzzi, che dà prova di una statura internazionale miserabile. “L’Iran  sostiene gruppi non democratici in Palestina, Libano e Iraq ed è responsabile del golpe messo in atto da Hamas”. Un accusa tanto esplicita quanto pesante, suffragata da accuse simili lanciate dal ministro degli esteri egiziano e dai più autorevoli commentatori arabi.

 Questa constatazione –peraltro ovvia per chi conosce lo scacchiere mediorientale- ha il piccolo difetto di scombiccherare totalmente quella che Prodi e D’Alema hanno contrabbandato come “strategia” di politica estera. Una sgangherata linea doppiogiochista, diretta erede del discorso della piscina del peggior De Mita (che, i piedi nell’acqua, confessò ai giornalisti che sperava che un’avaria provvidenziale impedisse alle nostre navi di raggiungere il Golfo, durante la guerra Iran-Iraq), fatta di abboccamenti strani con gli esponenti iraniani, trattative più o meno decenti con la Siria, passeggiate a braccetto con leader di Hezbollah a Beirut, continui distinguo e prese di distanza da Washington, dalla Nato, da Gerusalemme.

 Oggi, l’Italia, è costretta dalla sua appartenenza alla Ue ad appoggiare apertamente totalmente Abu Mazen che -attraverso un suo fedelissimo consigliere-  accusa i caldi interlocutori di Prodi e D’Alema di essere dei golpisti, terroristi, inaffidabili e jihadisti. Cose note e risapute, ma ignorate da Prodi e D’Alema. Da qui il silenzio, l’imbarazzo, il parlar d’altro. Il tutto accompagnato da una terribile sindrome. Con evidenza, come s’è compreso a proposito del suo incredibile atteggiamento sulle telefonate con Consorte, così come quando giurò in Parlamento di non avere trattato con i Talebani per Mastrogiacomo, D’Alema è veramente convinto di avere il monopolio togliattiano della verità. Per il fatto stesso di essere detta da lui –o da lui sottaciuta-  una posizione è vera e santa, anche se fa fare ai suoi interlocutori la figura dei fessi, se la credono tale, tanto è falsa e puteolente. Questo vizietto gli ha già tolto ogni fiducia da parte di Condy, che non lo frequenta più da almeno 11 mesi, e ora lo mette in difficoltà non solo con gli italiani, ma anche con i colleghi europei che iniziano a sospettare che questo suo incredibile silenzio (persino Zapatero ha attaccato frontalmente Hamas) nasconda trame inconfessabili.


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