Perché quella sull’inflazione programmata è una polemica sterile

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Perché quella sull’inflazione programmata è una polemica sterile

25 Giugno 2008

 

L’indicazione del tasso di inflazione programmata è uno strumento desueto di politica economica ed appare quindi eccessiva la polemica scatenata in questi giorni da una parte del sindacato intorno al valore di 1,7 per cento indicato dal Governo e giudicato troppo basso.

L’iniziativa di indicare un tasso di inflazione programmata fu assunta al momento di abolire la scala mobile, nel lontano 1992. Essa aveva un senso in quel contesto storico. Abolita l’indicizzazione occorreva contenere le aspettative di inflazione e ancorare i comportamenti delle parti sociali a un sentiero virtuoso, in un contesto di alta inflazione, aspettative rigide verso il basso, scarsa credibilità in merito alla volontà politica di tenere a freno l’inflazione;  ricordiamoci che la politica monetaria era gestita dalle banche centrali nazionali particolarmente accomodanti.

Oggi invece il quadro istituzionale è profondamente modificato. La Banca centrale europea, cui è demandata la gestione della politica monetaria dell’area, gode della massima autonomia e indipendenza; ha un mandato “costituzionale” (il Trattato di Maastricht) che sancisce l’obiettivo di tenere l’inflazione sotto al 2 per cento; ha acquisito reputazione e credibilità nel corso degli anni.

E’ a essa, e alla sua politica, che gli operatori guardano per valutare le aspettative di inflazione che nel corso del tempo concorrono a determinare l’ inflazione effettiva.

Giustamente quindi il Ministro Tremonti ha ricordato che un Governo non può programmare un tasso di inflazione superiore all’obiettivo del 2 per cento perseguito dalla BCE. Ne uscirebbe indebolita la credibilità della stessa Banca centrale e la sua politica di contenimento dell’inflazione; in altre parole l’aumento dei tassi di interesse dovrebbe essere più elevato di quanto non sarebbe stato necessario, a parità di altre condizioni.

Infine un’osservazione. Anche se il valore dell’1,7 per cento potrebbe sollevare qualche perplessità da parte di alcuni  commentatori, una autorevolissima fonte quale il sondaggio trimestrale condotto lo scorso marzo dalla Banca d’Italia in collaborazione con il Sole 24 ore indica che le aziende prevedono un aumento dei prezzi di vendita dell’1,7 per cento nel corso dei prossimi dodici mesi.

Forse sarebbe più utile cercare di indirizzare le risorse intellettuali e la polemica politica all’obiettivo di accresce il grado di concorrenza nel nostro sistema economico – la migliore garanzia di contenimento dei prezzi e dei profitti – invece che accapigliarsi dietro a feticci quali il tasso di inflazione programmato.