Perché si deve spingere di più sul pedale della crescita

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Perché si deve spingere di più sul pedale della crescita

25 Settembre 2009

Rientrando a Via Venti Settembre nella primavera 2008, Giulio Tremonti ha promesso che avrebbe firmato l’”ultima finanziaria”. Ha mantenuto l’impegno: il programma triennale varato dal Parlamento quasi alla vigilia dello scorso Natale, è stata l’ultima legge finanziaria in senso stretto.

Una manovra triennale per spostare l’andamento dei conti pubblici da dove stavano andando (in gergo “il tendenziale”) a dove sarebbero dovuti andare (“il programmatico”) in linea con gli obiettivi dell’Unione Europea (Ue). E’ stata un’operazione a vasto raggio che ha lasciato scontenti numerosi Ministeri ed altri enti di spesa.

I tre articoli del disegno di legge 22 settembre 2009 (che tutti possono leggere su Internet) e che il Parlamento si accinge ad esaminare danno corpo concreto alla promessa: un aggiustamento di leggera portata quantitativa (circa 3 miliardi di euro) a quanto approvato nel dicembre 2008 , con accento sul rinnovo dei contratti del pubblico impiego – un tema disatteso troppo a lungo. Non è stato certamente facile mantenere la promessa  in un anno in cui il pil ha subito una recessione tra il 4,5% ed il 5% (siamo ancora in corso d’anno e ci si basa su pre-consuntivi).

Occorre, però, chiedersi se si sarebbe potuto tenere fede all’impegno preso utilizzando un percorso leggermente differente ed ottenendo maggiori risultati in termini di crescita del valore aggiunto e dell’occupazione.

La mattina del 24 settembre, l’Associazione Economia Reale ha presentato il proprio rapporto previsionale. Nel documento si sottolinea come seguendo il percorso tracciato dalla finanziaria si tornerebbe al livello di pil, di consumi e di occupazione che si sono registrati nel 2007 – ossia nell’anno in cui la crisi ha cominciato a manifestarsi – solamente nel 2014. Non solo la pressione fiscale resterebbe elevata, attorno al 43%, l’indebitamento netto della Pa scenderebbe al di sotto del 3% del pil non prima del 2015 e il rapporto tra stock di debito pubblico e pil continuerebbe a crescere sino al 2020. Il documento propone una strategia alternativa: un drastico contenimento di spesa pubblica di parte corrente per “acquisti di beni e servizi da parte della Pa” e “trasferimenti a fondo perduto” per 35 miliardi di euro da utilizzare per un drastico taglio del carico fiscale sulle famiglie e sulle imprese, maggiori investimenti pubblici in infrastruttura, difesa, sicurezza, ricerca ed innovazione.

Pur se sono essenzialmente d’accorso sul tracciato indicato nel rapporto di Economia Reale, la mia esperienza a contatto con la Pa mi induce a ritenere che in materia di “acquisti di beni e servizi” c’è davvero poco da tagliare: gran parte delle amministrazioni sono ridotte all’osso (dopo 17 anni di tagli dei capitoli afferenti a questo campo), non riescono a finanziare missioni di servizio ed anche a pagare bollette di utenze quali l’elettricità ed il telefono.

Occorre, invece, effettuare con urgenza un’operazione di contenimento delle “contabilità speciali” in cui vengono annidati “residui di cassa” spesso “impegnati” solo sotto il profilo meramente delle scritture contabili , senza che abbiano come sottostante  un contratto od altra obbligazione giuridica. E’ difficile fare una stima precisa senza una mappatura, ma è possibile seguire quanto fatto da Governi precedenti (Prodi, Amato):

a) ridurre drasticamente il lasso di tempo per il quale i residui possono essere parcheggiati in “contabilità speciali” (sia che ci sia che non ci sia un’obbligazione giuridica ad essi sottostanti)

b) effettuare entro la fine del 2009 una rimappatura delle “contabilità speciali”.

E’ possibile che si ottengano risparmi analoghi a quelli che si avrebbero operando sui capitoli degli acquisti di beni e servizi . Da riallocare alla riduzione della pressione tributaria ed a spese con alto impatto di sviluppo.