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Perché sul welfare dovremmo prendere esempio da Sarkozy

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In questo avvio di terzo millennio le società politiche dell’Occidente liberal-democratico si trovano a dover affrontare due sfide maggiori. Una che si può definire “esterna” incarnata nella minaccia del terrorismo internazionale di matrice islamica e una “interna”, che riguarda il ripensamento dei propri sistemi di welfare.

L’incremento dell’età media di vita, l’onda lunga del crollo demografico degli anni Settanta-Ottanta, le nuove sfide provenienti dai competitori internazionali sono soltanto alcune delle ragioni che spingono a un complessivo ripensamento del sistema di sicurezza sociale così come elaborato nella fase post-bellica. Il definitivo eclissarsi della “società del benessere” impone ai leader politici alla guida dei Paesi europei uno sforzo importante sulla strada delle riforme di struttura.

Sarkozy, con il suo discorso programmatico del 18 settembre e quello del giorno successivo sulla riforma della funzione pubblica, ha tracciato le linee guida della sua proposta di “rifondazione del sistema sociale francese”. Il tempo dirà se questa ennesima sfida si tramuterà in successo.

Come spesso accade il punto di partenza di Sarkozy è una constatazione, magari self-evident, ma che riassume il vero fulcro della questione. Il sistema sociale francese (ma il discorso potrebbe essere allargato anche all’Italia) produce ingiustizia, più che giustizia sociale. Si tratta dunque di un sistema sociale oramai “in ginocchio”.

Preso atto di questa situazione deplorevole, il politico audace deve proporre soluzioni originali e Sarkozy non si fa certo attendere all’appello. Quella che propone è una vera e propria “rivoluzione culturale”, in grado di innovare nel metodo così come nella sostanza.

Il metodo innanzitutto. Nonostante la lettura distorta offerta da un partito socialista oramai sclerotizzato dalle faide interne (“una serie di proposte che aprono la strada allo scontro sociale”), Sarkozy ha rinunciato ai toni ultimativi da campagna elettorale e ha vestito quelli dello statista responsabile. Tutti gli attori sociali, a partire dai sindacati, dovranno contribuire alla grande opera di riforma. Concertazione all’italiana? Assolutamente no, piuttosto tentativo di ispirarsi al modello consensuale tedesco, ma soprattutto pragmatismo in puro stile Sarko. Coinvolgimento delle centrali sindacali in tutti i negoziati, ma secondo i tempi dettati dall’Eliseo e mantenendo sullo sfondo ben chiaro un principio guida: “se l’accordo dovesse essere un falso accordo, lo Stato si riserva di farlo notare ed agire di conseguenza”.

Se dalla forma si passa alla sostanza, i “dieci cantieri” lanciati dall’Eliseo sono tutti riconducibili ad un disegno strutturale fondato su tre pilastri. Prima di tutto riportare il tema del lavoro al centro delle politiche sociali. In secondo luogo cercare di conciliare mobilità e sicurezza sociale per i salariati. Infine perseguire un giusto equilibrio tra responsabilità sociale e solidarietà. In concreto si tratterà innanzitutto di scardinare il fallimentare sistema delle 35 ore, rendendolo negoziabile a livello di impresa o di singola categoria e liberandolo quindi dalla contrattazione collettiva.

In secondo luogo di mettere mano allo statuto dei cosiddetti “regimes speciaux”, quelle categorie privilegiate di lavoratori (tra i più noti i ferrovieri e autisti della metropolitana parigina) che godono di vantaggi acquisiti, sia in ambito salariale che pensionistico. In questo caso si tratterà di scardinare una delle roccaforti inespugnabili del “privilegio transalpino”  più volte attaccata senza successo dal primo ministro Chirac nel 1986 e ancora da Juppé nel 1995.

Il tutto dovrà essere accompagnato da una complessiva riforma pensionistica in grado di completare quella varata dal precedente governo Raffarin (uno dei punti fondanti sarà l’annullamento del prepensionamento prima dei 65 anni), la riforma dello Smic, la fusione di ANPE-Unedic, ma soprattutto da una vera e propria “rifondazione” del comparto della funzione pubblica.

Anche da questo punto di vista Sarkozy non ha esitato a parlare di “rivoluzione culturale” e non si fatica a crederlo se si pensa all’importanza del comparto della pubblica amministrazione in Francia. La proposta lanciata in campagna elettorale di non sostituire un funzionario su due che andrà in pensione è ribadita. Gli obiettivi sono però strutturalmente articolati: migliorare l’efficacia della funzione pubblica significa “moralizzare la spesa pubblica”, dal momento che non privilegiando il merito, la competenza e i risultati si fa un torto innanzitutto alla collettività che sostiene, con la tassazione, il settore della pubblica amministrazione. Introdurre criteri manageriali significa più esplicitamente offrire la possibilità ai nuovi assunti di scegliere tra statuto della funzione pubblica o contratto di diritto privato, essere realmente pagati per gli straordinari e aver diritto alla mobilità all’interno dell’amministrazione.

I sindacati (in particolare la Cgt, maggioritaria nel comparto amministrativo) gridano allo scandalo e parlano di “stravolgimento” dello statuto sulla funzione pubblica del 1946. Anche in questo caso Sarkozy invita i partners sociali al tavolo del negoziato e conscio del carattere esplosivo del tema propone un orizzonte lungo di riuscita, da qui al 2012, fine del suo primi quinquennato.

La coerenza è sicuramente la caratteristica principale del “nuovo modello sociale” proposto da Sarkozy. L’attenzione posta sull’individuo, sul tema del merito e dell’efficacia lo caratterizzano come compiutamente liberale e dunque in netta discontinuità con la tendenza transalpina. La porta lasciata aperta ai sindacati (“sono gente della mia generazione, li conosco bene, non possono non essersi resi conto delle falle del sistema e la loro giovane età li porta inevitabilmente a voler cambiare le cose”) è in parte una mossa tattica: cercare di scongiurare l’ondata di scioperi paralizzanti e contemporaneamente di legare le centrali sindacali ad un progetto di riforma che poi difficilmente potranno criticare. Tale scelt mette poi in estrema difficoltà la sinistra, in particolare socialista. Come potrebbe essere contestato un eventuale accordo sottoscritto dal sindacato?

Accanto a queste ragioni dettate dal realismo politico non si deve sottostimare la certezza, ben presente al Presidente, di trovarsi a gestire un tornante storico. Tutti a questo punto sono chiamati a contribuire al complicato compito di rifondazione del nuovo contratto sociale. Le riforme dovranno essere avviate al più presto e mostrare i primi risultati già dai primi mesi del 2008. La mancata crescita non deve essere un alibi per non riformare, anzi deve tramutarsi in uno stimolo in questa direzione. Per altro non guasterebbe arrivare alle municipali del marzo 2008 con qualche risultato concreto al proprio attivo sul fronte sociale.

In attesa dei primi concreti provvedimenti e della risposta della pubblica opinione, Sarkozy si gode il plauso che giunge da oltre Reno. Smentendo le continue voci di tensioni lungo l’asse franco-tedesco, causate dall’iper-attivismo di Sarkozy, il portavoce di Angela Merkel ha apprezzato il discorso di Sarkozy, definendolo “coraggioso” e di “grande impatto anche per i Paesi confinanti come la Germania”. Ancora una volta è Parigi a dettare il passo in Europa.

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