“Perché sull’immigrazione il Pdl non può essere la fotocopia della Lega”

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“Perché sull’immigrazione il Pdl non può essere la fotocopia della Lega”

26 Agosto 2009

Non intralciare il lavoro che il Governo italiano sta portando avanti nell’assunzione di responsabilità da parte dell’Unione Europea sull’immigrazione. L’imperativo arriva da Mario Mauro, ciellino doc, già vicepresidente del Parlamento Europeo e oggi  Presidente dei Deputati del Popolo della Libertà sempre al Parlamento europeo. Mauro solitamente è misurato nelle sue esternazioni, ma alla Lega, eccessiva e sconveniente, e all’Unione Europea, miope e silente, non fa sconti.

Il Meeting è un grande osservatorio sull’attualità in cui confluiscono i temi forti del dibattito politico. Rimini ha accolto le posizioni leghiste sull’immigrazione. Cosa pensa del dibattito estivo che ha visto contrapposte le tesi del Carroccio e quelle dei vescovi?

Penso semplicemente che la Lega sbagli nel merito e nel metodo. Fare come fanno loro, sostenere nei fatti una posizione maturata in un contesto di Governo con una visione chiara delle cose e poi brandire nei confronti del proprio elettorato il mito che “cacceremo indietro chiunque” è un errore madornale. In più, a ognuno che ci ricordi che cosa è un uomo, dargli del comunista o peggio dirgli di aprire le porte della Chiesa di Roma è un’operazione demagogica che non può essere sostenuta in alcun modo ed è controproducente per il Governo Italiano che sta facendo uno sforzo enorme a livello europeo.

Quale?

Stiamo convincendo l’Unione Europea (tutti i 27 paesi) a farsi carico di questo fenomeno migratorio epocale. Già dal 2 settembre attendiamo delle proposte dalla Commissione Europea. Se il Governo italiano non ha la possibilità di manifestare il senso delle proprie proposte perché come coperte da una sorta di velo caricaturale che è quello che ne danno alcuni esponenti leghisti, si crea un danno enorme per il Paese. Con insensate sparate estive non si arriva da nessuna parte. Il Governo italiano di cui peraltro la Lega Nord è un indispensabile supporto ha sempre improntato le proprie proposte su una visione trasparente che è quella della centralità della persona e siccome quelle sulle barche che arrivano nelle nostre coste sono persone come noi, l’accoglienza che ne deriva è doverosa e sacrosanta. Questo non vuol dire che noi accettiamo indiscriminatamente, sulla base di un fenomeno epocale, che nasca una sorta di stato nello stato dove non ci sono regole per nessuno. Noi che siamo il Popolo delle Libertà e non il Pd, vale a dire un agglomerato ideologico che parla in astratto dei problemi senza entrare nel merito delle soluzioni, vogliamo che sia assolutamente chiaro come, sulla base delle direttive europee, perseguiremo l’intento di mettere in condizione chi viene qui, se richiedente asilo di avere nei tempi e nei modi risposta per il proprio bisogno, se clandestino di essere riaccompagnato indietro.

In questi giorni abbiamo assistito a una battibecco a distanza tra il ministro Frattini e l’Ue con relativo rimbalzo di responsabilità e tra il vicepresidente del Senato Emma Bonino e lo stesso Frattini, con la Bonino che ricordava come sui flussi di immigrati l’Europa non abbia alcuna competenza e il ministro che replicava “l’Ue ha piena competenza in materia d’immigrazione". Dove sta la verità?

Dalla parte del ministro Frattini. Nell’Unione europea alcuni governi, da sempre, fanno resistenza passiva su un’assunzione di responsabilità semplicemente perché sono più distanti dal focolaio principale, quindi tutto quello che si manifesta come fattore di crisi nel  Mediterraneo si illudono non possa toccarli perché si affacciano sul Baltico piuttosto che sul mare del Nord. In passato l’Europa ha assunto posizioni coraggiose. Ricorda le piazze piene di polacchi o albanesi? Quei problemi sono stati risolti nel primo caso con l’allargamento e nel secondo con forme di partnership particolarmente vantaggiose che hanno  convinto gran parte di quelle popolazioni a rimanere nel loro paese.

La prima soluzione non è praticabile per l’Africa, la seconda difficile da attuare. O no?

Nel caso dei paesi africani la questione è molto più complessa, per carità, ma non cercare di affrontare il problema non pagherà. Il silenzio dell’Ue è assordante e dipende da meccanismi decisionali nel senso che non abbiamo regole con le quali prendere le decisioni. O meglio, le regole sono contenute nel trattato di Lisbona che però non riesce ad entrare in vigore perché ad oggi due  paesi, Irlanda e Polonia, non lo hanno ancora ratificato. Sul piano delle regole, l’auspicio è che in tempi ragionevoli potremo dotarci di questa nuova opportunità; sul piano politico invece i Governi possono fare moltissimo in un contesto di collaborazione, quella collaborazione che il Governo italiano sollecita e che la Lega dovrebbe far bene a non compromettere con sparate inutili.

Il vescovo di San Marino Luigi Negri ha detto come dietro questi traffici ci siano interessi islamici che è bene affrontare subito. Viene alla mente la polemica sulle moschee come centri di contropotere. Lei è un uomo fortemente credente, ritiene opportuno che siano così tante moschee nelle più grandi città italiane?

La libertà di culto deve essere sempre garantita perché questo è il presupposto di uno Stato democratico: è nel cuore dell’uomo il desiderio di mettersi in contatto con ciò che dà senso alla vita. C’è invece un problema di identità e io in questo caso mi soffermerei a parlare dell’identità dei cristiani piuttosto che di quella islamica perché se noi  viviamo un’identità completamente (o quasi) annacquata perdiamo terreno rispetto a un’identità solida come quella mussulmana o islamica, non abbiamo memoria cosciente di ciò che siamo. Detto questo, le moschee non sono per definizione solo un centro religioso perché nella tradizione della cultura islamica religione e politica coincidono…

E’ possibile che il suo profilo di uomo fortemente legato alla tradizione cattolica lo abbia penalizzato nella candidatura al Parlamento Europeo?

Non credo.

Perché abbiamo 161 procedimenti d’infrazione aperti a nostro carico, che qualora la corte di Giustizia Europea giudichi fondati, ci costeranno circa 1,5 miliardi di euro?

Perché ci occupiamo ci ciò che l’Ue fa solo dopo che lo ha fatto. Se invece seguissimo il processo decisionale europeo non ci troveremo così disarmati davanti a decisioni che abbiamo detto di aver condiviso durante quel periodo decisionale, salvo poi accorgerci che non avevamo neppure provato a interpretarle.