Perché una crisi di Governo ci metterebbe a rischio default
11 Maggio 2010
L’euro zona ha varato un piano di intervento a tutela del debito pubblico dei paesi membri di oltre mille miliardi di euro. Forse due mila.
Il conto è presto fatto, La Commissione Europea ha stanziato 60 miliardi sul fondo speciale di aiuto ai paesi in straordinarie difficoltà, che è autorizzato dal Trattato dell’Unione europea per circostanze eccezionali e che sino ad ora riguardava alcuni stati dell’Est appartenenti all’Unione europea come la Romania e l’Ungheria.
Con questi 60 miliardi si possono mobilitare 600 miliardi. C’è inoltre l’intervento degli stati membri dell’area euro per la reciproca garanzia dei loro debiti pubblici, nel caso di emissioni che si trovino in difficoltà. Esso ammonta a 440 miliardi. Infine c’è un sostegno del Fondo Monetario Internazionale di 100 miliardi di euro. Siamo, così, a 1140 miliardi. A ciò si deve aggiungere un apporto della Bce che qualcuno valuta a circa 800 miliardi, per l’acquisto di titoli pubblici degli stati membri, che vemgono giustificati come investimenti di portafoglio degli strumenti patrimoniali di questa banca. Ma che si configurano come acquisti ai fini di stabilizzazione delle masse di debiti pubblici emesse sul mercato quando le quotazioni scendono a livelli non corrispondenti ai fondamentali di quegli stati, per effetto di operazioni di speculazione al ribasso, tendenti a generare ondate di vendite, sulla base di notizie mezzo vere e mezzo presunte, che, in un mercato nervoso, possono avere ripercussioni a catena con effetti esplosivi.
Mentre le altre cifre sono certe, anche se non è ancora chiaro come e quando saranno mobilitate, il calcolo su ciò che potrò fare e vorrà fare la Bce è del tutto ipotetico. In ogni caso, i rialzi di borsa che si sono verificati subito dopo l’annuncio del mega intervento europeo non devono trarre in inganno.
Il mercato finanziario era ed è volatile. Quindi permane il quesito di chi possa essere sotto attacco nelle prossime giornate, quando la ventata di ottimismo si sarà diradata e l’atmosfera potrà essere facilmente inquinata da nuove ondate di pessimismo. Ne viene di conseguenza che è legittimo porsi la domanda se dopo la Grecia che è stata oramai portata al “pronto soccorso” gestito dagli stati dell’euro zona e dopo la Spagna e il Portogallo, che incontrano difficoltà per il loro debito può essere la volta dell’Italia.
Il Financial Times, la scorsa settimana, ha dedicato una pagina a questo tema. La sua valutazione ha coinciso con quella che ha fatto, contemporaneamente, la Commissione europea. Ed è stata successivamente confermata da Moody’ e da Standard e Poor, le due maggiori agenzie di rating mondiali.
Il consenso che emerge da questi diversi studi e rapporti è che Padoa Schioppa, poi Tremonti hanno migliorato il bilancio pubblico e che, negli ultimi due anni, Tremonti, operando con abilità e fermezza è riuscito a mantenere il deficit italiano al di sotto di quelli medi europei.
Nel 2009 l’Italia ha avuto un disavanzo del 5,2 % che è notevole, ma inferiore a quello della Francia oltre chè di quasi tutti gli stati dell’euro area.
A differenza di Grecia, Spagna e Portogallo, l’Italia ha una struttura industriale solida e orientata all’esportazione, che fa si che la bilancia dei pagamenti correnti italiana non sia passiva. Ma la situazione sarebbe migliore se tutte le esportazioni figurassero nella bilancia del commercio estero. Invece, come dice il Financial Times, una parte rilevante delle nostre assicurazioni dei crediti all’esportazione è fatta per merci il cui pagamento è in banche del Lusssemburgo. Probabilmente una parte rimane all’estero. C’è una economia sommersa del 30%, in parte a ciò collegata.
Ma il vero problema, sostiene il Financial Times della scorsa settimana, è quello della crescita del Pil inadeguata. Questa opinione è condivisa anche dalla Commissione europea che ci raccomanda di fare di più per questo obbiettivo, per altro rispettando il piano di risanamento concordato a Bruxelles che comporta per il 2012 un deficit entro il tetto del 3 per cento. Gli editorialisti economici che scrivono su importanti giornali italiani tendono a far credere che la tesi che l’Italia abbia bisogno di una maggior crescita per rendere sicuro il suo debito pubblico sia stata escogitata da loro. E fanno derivare da tale tesi la necessità di una riduzione di pressione fiscale sulle famiglie, per stimolare la domanda di beni di consumo. Ma se è vero che l’Italia ha bisogno di ridurre la pressione fiscale e la spesa pubblica cioè il peso della sua economia pubblica sul sistema di mercato, non è vero che da ciò debba desumersi la necessità di fare questo per rendere sostenibile il nostro debito pubblico.
E’ ancor meno corretto dedurre che occorra uno stimolo alla domanda di consumi per generare crescita dell’economia. Tale dottrina fa invece parte di una consolidata vulgata della scienza economica neo keynesiana, che per altro è unilaterale. Infatti l’onere del debito al Pil non si misura sul Pil reale, ma su quello nominale. E quando il tasso di inflazione è del 3 per cento, se il debito è del 115 per cento, il suo onere si riduce del 115X 5 %, vale a dire del 3,45%. Comunque, se l’Italia continuerà ad avere una crescita anemica, sostengono questi studiosi e il Financial Times, il peso del debito pubblico che è intorno al 115% del prodotto lordo, salirà verso il 120% e potrebbe rivelarsi alla lunga insopportabile. E i mercati debbono tenerne conto.
La tesi è opinabile, anzi opinabilissima. Ma bisogna tenere presente che le due maggiori agenzie di rating del mondo, vale a dire Moody’s e Standar e Poor sono possedute da hedge fund americani, ossia da fondi di investimento speculativi (questa è la dizione tecnica corrente italiana) e che gran parte degli azionisti di una compagnia sono presenti nell’altra. Sicchè si può dire che le due agenzie di rating sono legate fra loro da un interesse comune cioè sono un monopolio potenzialmente al servizio delle operazioni di commercio su titoli degli azionisti che esse attuano. Da questa diagnosi emerge che, se non altro per combattere il rischio di un degrado pretestuoso del nostro “merito di credito”, ma sopratutto per rendere più sopportabile alle masse lavoratrici la politica di austerità che è necessaria per fronteggiare questa nuova crisi, abbiamo bisogno di una maggiore crescita.
Subito dopo questo articolo, nel Financial Times ce ne era uno riguardante la produttività delle fabbriche Fiat, che è in Italia considerevolmente minore che in Polonia. E si aggiungeva che l’Italia, per convenienza di fare impresa, è al 78esimo posto, assieme a Panama, fra 155 paesi, considerata dalla Banca Mondiale.
I tre fattori, bassa e inadeguata crescita del Pil, insufficiente produttività e difficoltà di fare impresa in Italia sono fra loro collegati. E anche se come riconosce il Financial Times, i nostri imprenditori riescono comunque a superare questi ostacoli, occorre che tutti – governo, imprese sindacati – si diano da fare per rimuoverli, se vogliamo darci l’obbiettivo di una maggiore crescita.
Guglielmo Epifani, nel congresso della CGIL a cui ha assistito (fatto nuovo) anche il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, ha chiesto un irreale patto per l’occupazione, come se questa fosse una variabile indipendente. A me sembra che il patto, per essere sostenibile in termini economici, dovrebbe modificarsi in un patto per la crescita e l’occupazione. Ciò in quanto, al di fuori di politiche effimere di dilatazione della domanda di consumi o di personale in eccesso nel settore pubblico, solo con una maggior crescita si può avere una maggior occupazione. In questo patto, per il governo, ha un ruolo cruciale Tremonti.
Il ministro dell’economia, dopo la crisi greca e il pacco di misure europee anti crisi, condizionato a politiche di rigore degli stati dell’euro zona, deve mantenere il bilancio nelle linee concordate a livello europeo e possibilmente accelerare il rientro sotto il tetto del 12 per cento previsto per il 2012. E deve dosare le emissioni di debito pubblico, per mantenere l’equilibrio fra offerta e domanda di titoli. Ma deve anche cercare di adattare le imposte alla produttività, come ha fatto in parte con la detassazione dei guadagni del lavoro straordinario e a una maggior competitività delle imprese. Deve perciò aumentare le detrazioni per le spese di ricerca e dare la detrazione piena, sia pure scaglionata nel tempo, dell’Irap gravante sui posti del lavoro dalla base imponibile dell’imposta sui redditi delle imprese.
Sulla base di un impegno delle imprese e dei sindacati a politiche orientate alla produttività capaci di generare crescita economica, Tremonti potrà prevedere la riduzione dell’Imposta personale sul reddito a partire dal 2013, in particolare a favore dei redditi dei lavoratori, su cui sopratutto grava tale imposta, mediante taglio delle spese e recupero dell’evasione. Ma potrà farlo solo se ci sarà copertura del costo di tale riduzione fiscale tramite maggiori imponibili recuperati con la lotta all’evasione, tenendo presente che le economie di spesa, come quella per le pensioni, debbono andare a riduzione del debito pubblico. Ciò non basta, per la politica orientata alla crescita. Le nuove contrattazioni collettive devono mirare a maggior flessibilità. Gli aumenti retributivi vanno collegati alla produttività. Ciò comporta anche lo sviluppo della contrattazione periferica. La Confindustria deve aiutare il governo a ridurre le evasioni fiscali e a trovare la copertura per le riduzioni di imposte che avvantaggiano le imprese. D’altra parte la tesi per cui la crescita economica è trainata dalla espansione della domanda di consumi, non è valida per il medio e lungo periodo, come è emerso con la crisi dei mutui immobiliari subprime e delle carte di credito, che da trimestrali erano diventate semestrali con proroga. Ma un traino occorre e questo può essere nella politica delle infrastrutture in regime privatistico di project financing.
E’ vero che ora dopo i grandi interventi anticrisi europei non c’è un immediato rischio-Italia. Ma esso emergerebbe se ci fosse una crisi di governo. Chi pensa a un governo tecnico di centro per fronteggiare la presunta emergenza morale non ha ancora capito che nonostante tutte le reti di sicurezza, nel mirino degli operatori della speculazione finanziaria c’è il boccone più ghiotto, l’Italia.
Quest’anno il Tesoro italiano deve convertire in nuovo debito pubblico, una massa di debiti pubblici pari al 16,5 % del Pil più un altro 5% di nuovo deficit, ossia 21,5% del nostro Pil. Vale a dire circa 322 miliardi. Dobbiamo, dunque, mandare vigorosi segnali sul rigore, non segnali di permissivismo come quelli di Carlo De Benedetti che vuole detassare ora i redditi di lavoro nell’Irpef. Basterebbe l’annuncio di un tale disegno di legge della maggioranza per far precipitare il nostro debito pubblico a seguito di riduzioni del nostro merito di credito da parte delle agenzie di rating. Che in questo caso farebbero in modo oggettivo il mestiere loro affidato.
