Perdere 600mila posti di lavoro e non avere una politica sociale
16 Dicembre 2008
Quanto pesa, in termini di costi e in momenti di crisi, l’assenza di una politica sociale? Il mercato del lavoro rientra a pieno titolo nella cosiddetta politica sociale e questa è parte integrante del pilastro comunitario, perciò “delegata” all’UE.
Partendo dall’approccio secondo il quale la politica sociale costituisce un fattore produttivo e la promozione della qualità è uno dei motori della prosperità economica, di posti di lavoro più numerosi e migliori e di una maggiore coesione sociale, la Commissione europea ha esaminato i “costi dell’assenza di una politica sociale” integrando interamente l’approccio adottato nel processo di miglioramento della regolamentazione e nelle relative valutazioni di impatto.
La revisione intermedia del 2004 identificò alcune priorità fondamentali: consolidare le norme sociali in tutta l’UE garantendo un recepimento e un’applicazione corretti dell’acquis comunitario. Questo avrebbe dovuto assicurare pari condizioni alle imprese, agevolare il funzionamento del mercato interno e rispondere alle necessità dei lavoratori in un’Europa economicamente integrata e, altresì, far considerare una priorità assoluta il rispetto dell’acquis sociale e il controllo sistematico della sua applicazione. Gli Stati membri avrebbero dovuto collaborare strettamente per garantire un efficace monitoraggio dell’applicazione del diritto comunitario, attuare l’agenda stabilita al Vertice di Lisbona e l’agenda per la politica sociale approvata al Consiglio europeo di Nizza, al fine di realizzare le riforme e le modifiche necessarie. Si trattava di misure per lo più datate e riguardanti il fronte dell’occupazione, quello relativo ai cambiamenti dell’ambiente di lavoro, alla promozione dell’integrazione sociale, alla lotta contro la discriminazione, alla protezione sociale, alle pari opportunità. Si sottintendono i problemi legati all’allargamento e alle relazioni esterne sulla dimensione sociale della globalizzazione e sulle relazioni internazionali dell’UE in materia di sicurezza sociale sugli accordi di associazione con i paesi terzi che ancora oggi ci portiamo dietro. Di tutte queste materie si dovrebbe trattare quando si parla della politica sociale.
Oggi, dicembre 2008, dopo che in tanti si sono riempiti la bocca di tutte queste parole, il Centro studi di Confindustria ci rende edotti ex post con un’analisi sintomaticamente veritiera secondo cui l’Italia vivrà nel 2008 e 2009 un biennio di recessione e il Pil diminuirà dello 0,5% quest’anno e dell’1,3% nel 2009. La ripresa comincerà a farsi vedere solo alla fine dell’anno prossimo segnando poi nel 2010 un +0,7%, ci saranno 600 mila posti di lavoro a rischio e lo spauracchio di un periodo di crisi ancora più lungo se non si troveranno le soluzioni giuste. Giova ricordare che nel luglio 2005 il Consiglio UE ha adottato una raccomandazione relativa agli indirizzi di massima per le politiche economiche degli Stati membri e della Comunità (per il periodo 2005-2008) e una decisione sugli orientamenti per le politiche degli Stati membri a favore dell’occupazione che insieme formano gli «orientamenti integrati per la crescita e l’occupazione». Gli Stati membri, invitati a tenere conto degli orientamenti integrati per la crescita e l’occupazione nei loro programmi nazionali di riforma (il c.d. «PNR» che è consigliabile leggere per notare quali e quante buone intenzioni sono state profuse solo a livello teorico) hanno affrontato il Consiglio europeo di primavera del 2006 proponendo questi documenti ed identificando quattro settori di intervento prioritari (R&S e innovazione, contesto in cui operano le imprese, opportunità di lavoro e politica integrata dell’energia) nell’ambito dei quali si concordarono una serie limitata di azioni specifiche da attuare entro la fine del 2007. Questa impostazione avrebbe dovuto riflettere la struttura integrata dei PNR e delle relazioni sullo stato di attuazione nonché la necessaria coerenza tra gli orientamenti sull’occupazione e gli indirizzi di massima per le politiche economiche (di cui all’articolo 99, paragrafo 2, come sottolineato all’articolo 128, paragrafo 2, del trattato).
Ma i singoli paesi quali “iniziative particolareggiate e concrete” hanno preso e come le hanno indicate, nei relativi programmi nazionali di riforma e nelle successive relazioni annuali sullo stato di attuazione? Si tratta in fondo di quelle misure “integrate” di politica sociale riguardanti il come affrontare la segmentazione contrattuale, le forme contrattuali, l’apprendimento lungo tutto l’arco della vita, le politiche attive del mercato del lavoro, i sistemi di sicurezza sociale; come sviluppare la flessicurezza all’interno dell’impresa e offrire la sicurezza nella transizione, come affrontare le carenze di competenze e opportunità tra la manodopera, come migliorare le opportunità per coloro che ricevono prestazioni sociali e i lavoratori sommersi. Nessuna azione concreta!
Negli ultimi anni e non solo nel nostro paese, le critiche alla politica sociale si sono rafforzate per varie ragioni, fra le quali l’invecchiamento della popolazione, la crisi dei bilanci pubblici e il crescere della spinta alla riduzione dei costi del lavoro indotta dalla globalizzazione. Le sue condizioni (destinate a peggiorare) risentono fortemente dell’andamento di questi elementi: basta leggere le recenti stime demografiche Eurostat. Nel rapporto relativo al periodo 2008-2060, per l’UE è prevista tra sette anni una crescita naturale zero, compensata solo dai flussi migratori. In Italia ciò avviene già da tre anni. Inoltre dal 2035 neanche l’immigrazione riuscirà più a coprire il deficit demografico del vecchio continente, la cui popolazione scenderà gradualmente fino a 506 milioni nel 2060. Ora, individuate le responsabilità – sempre facile fare analisi – si è anche in grado di capire che pochi mesi di variazione del PIL potrebbero essere assorbiti facilmente.
Se, come dice Confindustria, la recessione si dovesse trasformare in una crisi di durata non pluriennale, bensì imprevista, allora gli effetti sarebbero devastanti: redditi da lavoro che rappresentano la principale fonte di finanziamento del sistema pensionistico non basterebbero più alla sua sostenibilità. Vi sono delle difficoltà di attuazione che non hanno soltanto natura tecnica, ma interessano i fondamenti stessi dello stato sociale, strumento di coesione sociale volto a garantire equità e dignità umana. Ciò che ancora è mancato nel “dibattito politico” è una lettura delle conseguenze e delle soluzioni in termini di meccanismi concreti che garantiscano eguaglianza dei diritti e soddisfazione dei bisogni, selezione delle domande, composizione non protezionistica e soluzioni non solo apparentemente unanimi dei conflitti.
L’Italia è vittima di una opposizione politica vecchia, che appare intellettualmente povera e stanca, che non ha saputo interpretare per tempo i nuovi rischi e rispondere ai nuovi bisogni. Abbiamo bisogno di un nuovo sistema di welfare, ma non riusciamo a costruirlo. Abbiamo così lasciato i giovani esposti ai rischi del precariato anziché fornir loro le opportunità di una flessibilità positiva. Ora siamo uno dei paesi con più tarda autonomia dei giovani dalla famiglia di origine. Non abbiamo sostenuto adeguatamente le coppie con figli e consentito loro di poter godere di un doppio stipendio. Ora siamo uno degli stati occidentali con fecondità più bassa e con più alto rischio di povertà per le famiglie con figli. Ma anche con più accentuate disuguaglianze sociali e maggiori squilibri generazionali. Sempre meno giovani e sempre più anziani, in un paese nel quale la spesa per protezione sociale è già eccessivamente sbilanciata verso le vecchie generazioni. Tra gli anziani a crescere sono soprattutto i grandi vecchi, gli over 80. Al censimento del 2001 erano circa due milioni e mezzo e sono destinati a triplicare nella prima metà del XXI secolo (secondo le previsioni Istat saranno 8,3 milioni nel 2050).
Purtroppo i costi di un’assenza di politica sociale coinvolgono tutte le dimensioni dell’economia in questa emergenza – finanziaria, demografica, economica – e difendere tutto e tutti non è facile, anzi è impossibile, perché il rischio è di peggiorare la posizione delle generazioni più giovani.
