Bollettino internazionale/III

Più che alla primavera ’89 le rivolte arabe assomigliano al khomeinismo

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A un anno esatto dalle rivolte che hanno attraversato il mondo arabo musulmano nell’altra sponda del Mediterraneo, è possibile trarre un primo bilancio, o per lo meno riportare le diverse interpretazioni, di quello che sta avvenendo. Il fatto più eclatante è che ci dobbiamo muovere tra diverse narrazioni a seconda delle percezioni dei vari attori e spettatori interessati, letture che distano chilometri di distanza l’una dall’altra, fatto che rende difficile proporre con relativa sicurezza un’analisi che risulti vicina alla realtà. Quindi cominciamo dai fatti.

La prima notizia viene da Asia Times – ripresa anche dal Foglio -, dal sempre informato, ragionante e acuto Spengler. L’Egitto è sull’orlo della bancarotta e della fame, quella vera; gli investitori, all’ultima asta dei titoli del tesoro il 22 gennaio, hanno comprato meno di un terzo dei 3,5 miliardi di sterline egiziane pari a 580 milioni di dollari. In nove mesi i titoli sono saltati ad un rendimento del 16%, ciononostante, gli investitori non danno nessuna fiducia né al governo né alla società egiziana. Il fatto è che dopo la vittoria alle recenti elezioni del braccio secolare dei Fratelli Mussulami e dei salafiti del al-Nour Party che hanno ottenuto rispettivamente il 47% e il 25% dei voti, l’elite degli affari che aveva prosperato sotto il regime di Nasser e Mubarak si sta preparando all’esilio mentre l’industria del turismo, che rappresenta quasi un terzo dell’intera economia, è in crollo verticale. Ad aggravare la situazione, vi è la realtà della situazione egiziana; l’Egitto è infatti un importatore di cibo che negli ultimi anni a causa della crisi hanno subito un aumento pazzesco. In un paese dove metà della popolazione vive con due dollari al giorno, di cui uno speso in alimenti, la drammaticità della situazione è evidente, anche considerando il diverso potere d’acquisto della moneta egiziana e di funzionamento di gran parte della stessa economia. La conseguenza è che in molte città sono già avvenute delle vere e proprie rivolte per il pane, che ci riportano alla memoria i moti nostrani contro la tassa sul macinato imposta dalla Destra storica alla fine dell’800. In questa situazione di crisi non stupisce che le uniche istituzioni funzionanti siano ancora una volta quelle tradizionali rappresentate dalla moschea, dalla tribù e dal clan (quasi un terzo dei matrimoni è con cugini di secondo o terzo grado, dato indicatore di una società familistica e chiusa). Spengler conclude notando l’assenza sia dell’Europa che dell’America, impegnata in una lunga campagna elettorale, e quindi è necessario prepararsi al peggio.

Siamo perciò ben lontani dal mondo felice che vede la “primavera araba” volteggiare sull’onda dei social media, di twitter, dei blogger come ancora una vulgata semplicistica e superficiale vorrebbe, si veda ad esempio questo articolo su Open Democracy, sito su cui è possibile trovare anche opinioni di Giuliano Amato, che si intitola non a caso “Fra twitter e la strada: la Tunisia celebra la sua seconda indipendenza”. Questa non è però solo l’immagine che alcuni mass media occidentali danno, ma è anche una percezione di molti dei giovani attori principali di quegli eventi che sono stati o si sono creduti protagonisti, primi a scendere in piazza. Ma a mitigare il tono trionfalistico, vi è anche un ponderato articolo sull’influenza della situazione internazionale, su cui in seguito ritorneremo.

Al Jazeera, comunque, è salita alla ribalta mondiale con le sue trasmissioni e servizi su quei giorni, significative sono le parole del suo ex direttore Wadah Khanfar che rivendica con orgoglio il ruolo giocato dalla sua televisione nonché dai nuovi network sociali, democratici per definizione, che si sono scontrati con un potere ottuso, incapace di leggere le novità. Il vero punto di partenza della sua analisi però sta nel giudizio sui regimi arabi, eredi del nazionalismo nasseriano, giudicati corrotti, chiusi in se stessi, autoritari, alleati con ristretti gruppi di affari, tesi ad eliminare ogni forma di dissenso, fino a gettare la società civile in una sorta di muta disperazione, fino a far sperare come unica possibilità, unica via di uscita, nella venuta di “Angelo della morte”, in un nuovo Mahdi. E qui abbiamo a che fare con i sentimenti delle società arabe. Roberto Aliboni è uno dei nostri massimi esperti di Medio Oriente e descrive con attenzione quello che è avvenuto in quel mondo.

Innanzitutto, noi occidentali dobbiamo pensare che il punto di svolta degli eventi per il Medio Oriente è rappresentato dalla Rivoluzione Iraniana del 1979-80 e dalla pace tra Egitto e Israele, giudicato un vero e proprio tradimento, (Aliboni si dimentica l’altra data centrale per tutto il mondo mussulmano: la sconfitta dell’URSS in Afghanistan il 2 febbraio dell’89) e non dalla caduta del muro. Da allora è stato un risorgere di nazionalismo, ricerca della perduta identità, ripresa della religiosità e nuova fiducia nelle proprie possibilità. Se d’altronde l’alleanza degli Stati Uniti con i regimi moderati autoritari, con la prima guerra del Golfo per liberare il Kuwait, si era rafforzata, gli interventi in Iraq e Afghanistan seguiti all’11 settembre, la scusa del terrorismo da parte di quei governi per una maggiore e assurda repressione che ha calpestato ogni diritto civile, la mancata soluzione della questione israelo palestinese, non hanno fatto altro che gettare benzina sul fuoco. Adesso il nazionalismo, l’Islam e i sentimenti antioccidentali si sono fusi in qualcosa di micidiale.

Il secondo dato di fatto da considerare quando guardiamo ai cambiamenti in corso nell’altra sponda del Mediterraneo, è rappresentato dalla considerazione che le nostre percezioni si costruiscono intorno a sentimenti di preoccupazione perché comunque i regimi precedenti erano amici dell’Occidente, perché questi sommovimenti ci hanno colto alla sprovvista, e perché abbiamo il terrore che – non ultimo – al governo e nella società del vicinissimo Maghreb vadano i fondamentalisti.

E in ultimo vi è il ruolo degli attori internazionali, da quelli regionali, in primo luogo Arabia saudita, Turchia e Iran, a quelli internazionali, Stati Uniti, Europa e Russia, ma questa puntata sarà per il prossimo numero.

 

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4 COMMENTS

  1. “Islam americano”
    Grazie a Leonardo Tirabassi per avere iniziato a riflettere su quanto sta accadendo in Medioriente e Nord Africa con le “rivoluzioni di primavera”, delle quali si capisce poco dai media occidentali e anche dai giornali italiani. Asia Times è uno dei pochi siti dai quali è possibile capire perché gli Stati Uniti sostengono le rivoluzioni arabe e i Fratelli musulmani. M.K. Bhadraukmar ( spero di avere scritto bene il nome) ex ambasciatore indiano su Asia Times sostiene che la strategia di Obama è quella di creare “l’Islam americano” con lo sceicco del Qatar e l’Arabia saudita. L’obiettivo sarebbe quello di assicurarsi il dominio del Medioriente per controllare l’Asia. La prova di questo obiettivo è che l’amministrazione americana sta tentando di negoziare col mullah Omar in Afghanistan e Karzai viene in Europa ( anche a Roma) per chiedere il ritiro delle truppe, perché è contrario a questa scelta americana. Come asseriscono vari siti, gli americani hanno cambiato drasticamente strategia e per questo hanno fatto fuori alleati come Mubarak, ritenuti essenziali nella lotta contro Al Qaeda e contro il terrorismo islamico. Anche in Libia è stata rilevata la presenza di ex-prigionieri di Guantamano. Gli Stati Uniti non sono affatto impazziti, sono diventati realisti e si sono accorti di non potere cambiare le credenze religiose di questa zona: assecondandoli e aiutandoli ad andare al potere, i talebani, prima terroristi, oggi insorgenti con cui negoziare, non avranno più motivi di opporsi agli Stati Uniti, anzi saranno loro grati, si presume. La conferma di questa nuova politica americana si ha dall’articolo di Soner Cagaptay sul New York Times del 14 gennaio. Cagaptay è l’esperto della Turchia del Washington Institute for Near East Policy. Nell’articolo Cagaptay chiede in sostanza alla Turchia di essere meno rigidamente laica e più aperta ai sentimenti religiosi del paese.
    Da quanto si vede, agli Stati Uniti vanno bene anche democrazie khomeiniste, basta che non siano antiamericane, e le democrazie islamiche dalle primavere arabe potrebbero benissimo non essere anti-americane, visto che gli americani li hanno portati al potere, come ad esempio in Egitto. Agli Stati Uniti, oltre al petrolio, interessa avere basi in Medioriente e Nord Africa, da qui anche l’islamizzazione del Nord Africa e la necessità dell’intervento in Libia. Occorrerà quindi riflettere lucidamente su questa nuova strategia americana, perché la zona euro potrebbe finire per essere esclusa dal Mediterraneo e, a quanto ne sappiamo la zona euro non ha una politica estera.

  2. Non ci voleva molto a
    Non ci voleva molto a capirlo fin dall’inizio.Bastava non confondere qualche migliaio di “giovani” con la realtà profonda di questi paesi.L’Iran era lì a insegnare.Ma i giovani,si sa,dalla storia imparano nulla,ammesso che la conoscano.Per quanto riguarda gli usa l’abbandono della politica “idealistica” non so se porterà a sicuri vantaggi futuri per loro.Di certo l’abbandono di ogni politica di sostegno dei diritti umani è l’accettazione di un mondo ancora più orrendo.Bush incontrava i leader dissidenti,Obama li lascia al loro destino.Il peggior presidente usa è anche un presidente antiamericano,che dei valori tradizionali degli usa se ne strabatte.In quanto all’europa mi sembra che abbia anticipato Obama.

  3. Ha ragione la commentatrice
    Ha ragione la commentatrice Daniela. I Fratelli Musulmani sono un’espressione degli USA, in un certo senso. Si sta cercando di Kuwaitizzare, Qatarizzare o Arabizzare i paesi che, come Egitto, Libia, Tunisia, hanno ribaltato i satrapi dittatori che noi abbiamo sostenuto per decenni con il sangue e la tortura, in pieno doppiogiochismo occidentale. In Iran l’occidente ha armato e addestra i terroristi di Jundullah per operare contro il regime. Bush aveva un approccio ideologico che non ha pagato, vista la sconfitta disastrosa in Iraq (soprattutto sul piano politico) e le mazzate nere che stiamo prendendo da dieci anni in Afghanistan, dove ora siamo costretti a dialogare con i “terroristi”, che hanno persino aperto un loro ufficio di rappresentanza diplomatica in Qatar… Ora in Siria gli occidentali aiutano e armano i terroristi che cercano di rovesciare Assad, la Russia starà a guardare?

  4. usa
    Tradotto in soldoni l’europa disunita hà trovato un nuovo nemico :l’america.in sostanza loro dicono agli arabi :voi in europa e da voi fate quello che vi pare, e noi stiamo zitti anzi vi aiutiamo pure,in cambio voi ci fate fare le basi così facciateniamo a bada sia russi che cinesi e facciamo buisness, in tutta l’asia.
    Obama vedrete sarà rieletto qualsiasi cosa succeda perchè è cosi che deve andare,deve completare il suo compito che è indebolire gli usa .obama sarà lo sheik americano dell’islam.
    Auspico un unione europea allargata alla russia,governata da uno come viktor orban,col sedere rivolto al medioriente,e l’uccello dritto puntato
    verso gli usa.

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