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Appunti Internazionali/22

Più truppe in Afghanistan, Obama ha (quasi) detto sì

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La decisione di Obama sull’Afghanistan che fa seguito alle richieste del generale McChrystal sembra ormai imminente: 30.000 soldati americani e 10.000 degli altri alleati della NATO. È una decisione importante. Il presidente americano deve tenere assieme diversi e contraddittori fattori.

La caduta verticale di consenso tra l’opinione pubblica rispetto all’impegno bellico; l’aumento delle vittime militari; la corruzione (l’Afghanistan è al secondo posto nella classifica mondiale; a tal proposito, si veda anche questa intervista al consigliere del generale Petraeus, Michael Kilcullen), e la scarsa rappresentatività del governo Karzai; il numero altissimo delle diserzioni tra l’esercito afghano (un soldato su quattro se ne va prima che sia finita la ferma regolare) e la mancanza di professionalità della polizia; la difficile situazione nelle aree tribali e nel Waziristan nel nord del Pakistan, dove un esercito impreparato, addestrato per affrontare il nemico indiano, si trova a combattere un nemico irregolare come i talebani con cui, per altro, ha sempre tenuto, e al di là delle apparenze tutt’ora tiene, rapporti ambigui se non stretti. Il risultato è che i talebani hanno cambiato tattica e affrontato le scarse forze pakistane, poco meno di 20.000 uomini combattenti, con altrettanti guerriglieri (quando il rapporto in una azione di contro insorgenza è di per lo meno di 4:1) che intensificano gli attacchi, mentre il Pakistan è sempre più preoccupato che questo impegno militare contro il nuovo nemico possa essere utilizzato dal suo storico rivale indiano. L’ultimo problema, se non il peggiore poco ci manca, è che, in questo caos, Al Qaida sta riallacciando rapporti con i talebani proprio ai confini tra i due paesi rafforzando militarmente il fronte nazionalista pashtun. Da notare il modo d’azione “leninista” dell’organizzazione islamica che cerca di collegare motivi locali o nazionali di malcontento, che non trovano soddisfazione, a obiettivi rivoluzionari, in questo caso jihadisti.

Situazione difficile, ma una cosa è chiara: dall’Afghanistan gli Stati Uniti, gli alleati, la NATO, non si possono ritirare; non possiamo andarcene. Ma è anche chiaro che rimanere è possibile solo se vengono ridefiniti gli obiettivi politico-militari e se viene adottata una strategia conseguente. E allora diventa d’importanza cruciale stabilire cosa s’intende per “vittoria”.

Innanzitutto, anche se Obama optasse, come consigliato dal suo ministro della Difesa, Robert Gates, per un impegno leggero, basato su aviazione e azioni di commandos e truppe speciali in funzione anti Al Qaida, sul suolo afghano rimarrebbero decine di migliaia di soldati. C’è la base aerea di Bagram vicino Kabul dove ne sono stanziati circa 20.000, “il pernio di ogni azione in Asia centrale” come ha dichiarato l’ammiraglio William Fallon, ex capo dello US Central Command; poi vi è la base di Kandhar con 20.000 uomini e  molte altre ancora.

Ora, domande e risposte sulla crisi afghana a favore della richiesta di McCrystal.

1) “Perché appoggiare il corrotto e debole Karzai eletto tramite votazioni fraudolente?”

Era così anche in Iraq; il premier Maliki prima del surge era visto da tutti, dico tutti, gli osservatori come incapace e strumento degli iraniani. Quando è passato il pericolo stragista di Al Qaida e il governo centrale si è potuto rafforzare, la situazione è migliorata (Los Angeles Times) e Maliki è diventato adesso un autorevole primo ministro.

2) “L’Afghanistan è un paese essenzialmente tribale e quindi non può funzionare una strategia di contro insorgenza”.

Max Boot su Commentary afferma che, comunque sia, nel corso dei secoli si è costituita un’identità nazionale afghana; semmai, aggiungo io, il problema è che il paese è da quasi trenta anni coinvolto in guerre che hanno pesantemente intaccato forme di vita civili complesse.

3) “Al Qaida è il vero nemico, perché impegnarsi contro i Talebani?”

“Al Qaida non esiste in un vacuum come la Spectre di James Bond”, questa è la metafora usata dai coniugi Kagan su Weekly Standard. L’obiettivo di al Qaida è duplice: instaurare il califfato mondiale a partire da santuari locali. Al Qaida fornisce know how forniture militari e ideologia alle formazioni locali autonome che a loro volta ricambiano ospitandoli.

4) “Perché non è possibile sconfiggere i talebani con una guerra di contro-insorgenza leggera con droni e quant’altro?”

Per due motivi. Il primo è stato detto sopra: i talebani controllano ampie zone del territorio dove i seguaci di Bin Laden stanno già intrattenendo buoni rapporti; il secondo è che comunque gli americani hanno abbastanza truppe per essere responsabili di quello che succede, ma non abbastanza per uscire vittoriosi dalla situazione. E’ quasi impossibile che azioni di anti-terrorismo funzionino contro movimenti sovversivi con un supporto popolare.

5) “Il pubblico americano è stanco della guerra”.

E’ vero, ma è anche vero che la retorica obamiana è insopportabile: non si può parlare di pace, chiedere scusa a mezzo mondo e poi fare la guerra. Obama dovrebbe andare davanti all’opinione pubblica e dire come stanno le cose veramente in quella zona del mondo.

6) “Il nucleare Pakistan è più importante dell’Afghanistan?”.

I problemi relativi ai due paesi non possono essere separati, a unirli in un comune destino ci ha pensato la geografia e la storia. I pashtun, i talebani stanno a cavallo dei due e ogni zona è un eventuale santuario per l’uno o l’altro a seconda dei casi.

7) “La maggioranza degli afghani vede le truppe alleate come occupanti”.

Non è vero, la maggioranza della popolazione, specialmente delle città, vuole che gli americani restino e finiscano il lavoro. Hanno conosciuto i talebani, sanno cosa significhi vivere nel terrore, quello che vogliono è essere protetti di più.

8) “L’Afghanistan è la tomba degli imperi”.

Le analogie storiche sono una bufala. Ogni situazione, ogni crisi, ogni guerra costituisce un caso unico. Non c’è mai “un altro Vietnam” o “un’altra Monaco”. I confronti servono per capire situazioni nuove improvvise, a dare il colpo d’occhio, ma  non possono essere usate per trovare soluzioni, perché si perde la caratteristica della novità di ogni evento: il suo essere unico. Che cosa hanno in comune l’Iraq con il Vietnam? Il deserto? Il comunismo? E qual è il comune denominatore tra i sovietici e gli americani? Per non parlare dei metodi di guerra; i russi impiegavano per reprimere l’opposizione una strategia basata sul genocidio, mentre la NATO impiega una opportuna strategia di anti-insorgenza che cerca con tutte le cautele possibili di evitare vittime civili. Forse potrà non bastare, ma se l’Occidente verrà sconfitto non è certo perché dall’Afghanistan ogni esercito straniero precedentemente si è dovuto ritirare.

http://leonardotirabassi.blogspot.com

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