Home News Politica e magistratura: un matrimonio che non s’ha da fare

Un pericoloso vulnus alla divisione tra poteri

Politica e magistratura: un matrimonio che non s’ha da fare

7
5

La notizia della candidatura del procuratore Grasso ha ancora una volta portato al centro dell’attenzione questa abitudine, tutta italiana, di usare la magistratura come una porta girevole. Non è il caso di Piero Grasso, che a differenza di altri suoi illustri colleghi, ha chiesto il pensionamento anticipato, dimettendosi di fatto da magistrato, ma è la situazione di tantissimi altri politici che dalle procure hanno condotto, in un recente passato, indagini eclatanti proprio nel periodo immediatamente precedente alla decisione di candidarsi.

Si dirà che l’aspettativa è un diritto che i magistrati hanno al pari di qualsiasi altro lavoratore ma il discorso è assai più complesso. Fare il magistrato significa rappresentare lo Stato in consessi particolari come i processi, non come dietro uno sportello o da una scrivania di un ufficio. Un magistrato che decide di entrare in politica viene a perdere immediatamente quel particolare requisito di terzietà che è richiesto dal suo ruolo e dalla legge e bene ha fatto Grasso a specificare che non sarà possibile per lui tornare indietro e che la sua è una scelta definitiva: molti altri invece, specie nello schieramento da egli sostenuto, sono in aspettativa da molti anni, se non da decenni.

Un vulnus pericoloso per uno Stato regolato da una costituzione che, sulla divisione dei poteri e sulla loro reciproca indipendenza, ha delle norme molto severe e puntuali. Allo stato attuale è possibile che molti degli attuali parlamentari o sindaci possano tornare, anche dopo decenni, a rappresentare l’intera collettività nei procedimenti giudiziari. Manca da tempo, in verità, un intervento del legislatore che regoli più dettagliatamente questa situazione paradossale che, viceversa, richiederebbe una stringente normativa. Uno dei tanti temi, questo, assente nel dibattito.

In tempi di agende tecniche, focalizzate quasi esclusivamente su temi economici, i partiti si sono dimenticati di affrontare il più generale discorso sulla riforma della giustizia, tutt’altro che sganciato poi da discorsi economici. I ritardi, in special modo nei processi civili, paralizzano molti aspetti dell’economia legata al commercio: come esempio potremmo citare una causa sul recupero dei crediti che, reso complicatissimo dai tempi vergognosi della nostra giustizia, disincentiva quegli investimenti (specie esteri) che cerchiamo di favorire.

Eppure nei programmi dei principali schieramenti di giustizia non si parla quasi mai, dimenticando che una economia del benessere non può prescindere da un sistema giudiziario rapido, giusto ed efficace. In Italia una causa civile, seppur di modesto valore economico, può durare anche più di dieci anni. La prima udienza, in un normale processo di cognizione, può essere fissata finanche a due anni dalla citazione in giudizio. La recente riforma sul processo informatizzato, inoltre, ha inciso poco o nulla sui tempi e la situazione rimane invariata da decenni.

Il dibattito politico, quelle poche volte che si inoltra sui temi della giustizia, è deprimente: mancano proposte o si ritirano fuori vecchi ddl che sono destinati a rifinire insabbiati nelle aule parlamentari. Se con Grasso, il Pd, pone un autorevole esponente al centro dell’arena non fa però menzione, nello specifico, delle ricette che si intenderanno adottare nella prossima legislatura. Il Pdl, poi, è impantanato da anni su piccole azioni di rappresaglia o sulla proposta di divisione delle carriere che, da questo punto di vista, è l’ultimo dei problemi. Quanto al centro montiano, nulla è ancora pervenuto. Certo che se le premesse portano agli stessi risultati che in un anno abbiamo visto col pur ottimo ministro Severino, miglioramenti all’orizzonte non se ne vedranno per molto altro tempo. E il fatto che in questo Parlamento ci sia il record di magistrati e avvocati non fa ben sperare: se questi sono i tecnici della giustizia siamo davvero spacciati.

  •  
  •  

7 COMMENTS

  1. Mah, per anni il berlu ha
    Mah, per anni il berlu ha rappresentato un argine alle infiltrazioni della legalità nel sistema mafioso politico che governa il paese… ora rischiamo davvero che corrotti e corruttori vengano trattati per ciò che sono, che paura!

  2. Processi civili
    Tralascio di intervenire sul commento stantìo del moralista da quattro soldi che neanche si firma, ed intervengo su un problema serio, quello dei processi civili, a proposito dei quali ha scritto l’articolista: “In Italia una causa civile, seppur di modesto valore economico, può durare anche più di dieci anni. La prima udienza, in un normale processo di cognizione, può essere fissata finanche a due anni dalla citazione in giudizio.” Perché nessuna forza politica inserisce nel proprio programma la rimessa in vigore di una legge, in vigore nella Repubblica di Lucca – una repubblica seria, a differenza di quella in cui viviamo oggi – nel XIV secolo? Quella legge comminava, al giudice civile che non pronunciava la sentenza entro 30 giorni dalla citazione in giudizio, una multa che si sarebbe ricordato per tutta la vita. E, a proposito di giustizia penale: se un giudice incompetente e facilone, magari per aver creduto ciecamente ad un “pentito”, manda in galera un innocente, perché, se si scopre l’errore giudiziario, l’innocente ingiustamente incarcerato dobbiamo risarcirlo noi cittadini che paghiamo le tasse, e non il giudice incompetente di tasca propria? Forse perché ci sono in parlamento troppi giudici che proteggono la loro categoria?

  3. politica e giustizia
    Io non sono d’accordo con quanto si richiede nell’articolo, un intervento legislativo mirato ad impedire di utilizzare la magistratura come porta girevole per accedere alla politica. Penso che il problema sia a monte, e se vi è qualcosa da riformare è la giustizia-spettacolo. Quando si permette a funzionari dello Stato di utilizzare il proprio lavoro per acquisire visibilità mediatica, senza chiedere conto di eventuali errori che vengono commessi, è naturale che il credito acquisito venga speso per scendere (o salire) in politica, oggi ritenuta a ragione fonte di lucro e di potere.
    Va profondamente riformata la giustizia, chiedendo conto – innanzi tutto – dell’operato a coloro che lavorano nel settore.

  4. L’accordo politico-giudiziario in Italia esiste
    CHI SBAGLIA PAGHI ! Anche i magistrati -Il golpe politico-giudiziario del 1988 e la nascita dell’ultracasta
    23 gennaio 2011

    Lo scopo delle modifiche alla legge Vassalli è quello di consentire la soddisfazione relativa ad una esigenza già ampiamente registrata dalla Sovranità Popolare nel referendum dell’8 Novembre 1987 in cui oltre l’80% degli aventi diritto manifestò la volontà di correggere uno squilibrio esistente in ordine all’argomento sensibile del risarcimento del danno provocato dall’errore giudiziario.

    PROPOSTA DI RIFORMA DELLA LEGGE 117/88SULLA RESPONSABILITA’ DEI GIUDICI

    Uno dei problemi che angustia maggiormente il cittadino che entra in contatto con l’apparato giudiziario in Italia è il riconoscimento del giusto risarcimento del danno provocato dal magistrato che commette un errore nell’esercizio delle sue funzioni.Il problema non è di scarso rilievo poiché accade frequentemente, nei casi più gravi, che il cittadino sia sottoposto alla privazione della libertà personale e successivamente venga riconosciuto estraneo ai fatti contestati. Altresì l’errore giudiziario, laddove non venisse accertato prima della sentenza passata in giudicato, viene corretto dal procedimento di revisione previsto dal nostro ordinamento.In questi casi, l’errore, commesso dal giudicante, ad oggi è disciplinato dalla legge 117/88 conosciuta come legge Vassalli (dal nome del suo autore). Per sviluppare correttamente gli approfondimenti sulle anomalie del nostro ordinamento al riguardo, anomalie che producono danni devastanti nei confronti dell’inerme cittadino da parte dell’amministrazione della giustizia, è necessario esaminare la legislazione in vigore, sia dal punto di vista storico che da quello normativo.

    RIFERIMENTO STORICO: La Legge Vassalli frutto di accordo politico-giudiziario

    La legge Vassalli entra in vigore nel 1988 a seguito della consultazione referendaria tenutasi in Italia nel novembre 1987 in cui le forze politiche proponenti riuscirono ad ottenere un risultato mai più raggiunto: oltre l’80% dei votanti rispose affermativamente per stabilire una responsabilità civile dei giudici.

    A quella conclamata vittoria dei si, il Parlamento rispose con una legge, la n° 177/88 appunto, che decisamente si allontanava dalla decisione presa dagli Italiani nel referendum. La legge Vassalli eludendo intenzionalmente la volontà espressa dalla Sovranità Popolare, fece ricadere gli errori commessi dal magistrato sullo Stato e non sui giudici chiamando addirittura a risarcimento lo strato meno abbiente della cittadinanza Italiana. Vediamo come.

    LA LEGGE VASSALLI FA PAGARE AI CITTADINI GLI ERRORI COMMESSI DAI MAGISTRATI:

    In questa analisi si deve partire dal principio fondamentale enunciato dall’articolo 3 della nostra Costituzione: l’eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge nel senso che tutti i cittadini rispondono alle leggi in ugual maniera e senza distinzioni di sorta. In Italia questo enunciato non è più vero.

    I cittadini in generale, e quelli che appartengono a tutte le categorie professionali in particolare, rispondono personalmente sotto il profilo penale e sotto il profilo civile con il loro patrimonio degli errori che vengono commessi, nell’esercizio delle loro prestazioni d’opera, a danno di altri cittadini. Ad es. il medico risponde di lesioni colpose se sbaglia la diagnosi ed il paziente rimane invalido, il chirurgo ugualmente se sbaglia l’intervento chirurgico e dall’errore il paziente subisce menomazioni. Altresì il chirurgo risponde di omicidio colposo se, durante o dopo l’intervento si riconduce al suo errore la causa della morte. In questo caso è emblematica e di oggettivo interesse la sentenza n. 20790 depositata il 28 settembre 2009 dalla terza sezione civile della Corte di Cassazione che richiama i medici ad “adottare tutte le precauzioni per impedire prevedibili complicazioni e di adoperare tutta la scrupolosa attenzione che la particolarità del caso richiede, secondo la prudenza e la diligenza esigibili dalla specializzazione posseduta”. Per l’inosservanza di tali obblighi il medico “risponde anche per colpa lieve” come già sancito peraltro nella sentenza n. 9085/2006. Non si hanno dubbi che tali prescrizioni si estendano a tutte le categorie professionali.

    Ancora: l’ingegnere che sbagliando i calcoli provoca il crollo del palazzo o del ponte risponde in toto, dal danno al manufatto sino al danno alla persona, laddove si dimostri che il danno è stato da egli stesso cagionato a qualsiasi titolo.

    Ciò vale anche per gli artigiani (meccanici, elettrauto, falegnami, idraulici…)

    In sostanza i professionisti, ma più genericamente tutti i cittadini, rispondono personalmente dei danni cagionati a terzi. Un principio questo ampiamente accettato e condiviso in tutti gli ordinamenti degli Stati moderni.

    Il giudice, figura professionale come le altre, cittadino come gli altri, reclutato nell’amministrazione giudiziaria mediante concorso pubblico (non avendo natura elettiva in Italia), viene invece tenuto al riparo dalle conseguenze dell’errore a lui stesso riconducibile.Se emette un provvedimento restrittivo della libertà o, comunque, un provvedimento iniquo in tutte le sue accezioni che danneggia un cittadino che risulti estraneo ai fatti contestati, il giudice non viene chiamato in giudizio a rispondere del suo operato.

    Viene dispensato ex lege dall’obbligo di responsabilità personale in aperto contrasto col principio enunciato dall’art. 3 della Costituzione, sia sotto il profilo penale e sia sotto il profilo civile ( risarcimento del danno ).Quindi se il giudice pronuncia una sentenza errata egli gode della immunità/impunità che lo esonera dall’obbligo di rispondere penalmente e civilmente dell’errore commesso e dal danno cagionato nell’esercizio delle sue funzioni.

    Secondo l’articolato Vassalli (legge n. 117/88), il giudice risponde dell’errore giudiziario, limitatamente ai casi di privazione della libertà personale, solo in caso di dolo o colpa grave, limitando il già ristrettissimo ambito cui il danneggiato può chiedere soddisfazione del danno patito.

    L’art. 2 della legge infatti elenca i casi che costituiscono colpa grave. Essi sono:

    a) la grave violazione di legge determinata da negligenza inescusabile;

    b) l’affermazione, determinata da negligenza inescusabile, di un fatto la cui esistenza è incontrastabilmente esclusa dagli atti del procedimento;

    c) la negazione, determinata da negligenza inescusabile, di un fatto la cui esistenza risulta incontrastabilmente dagli atti del procedimento.

    d) l’emissione di provvedimento concernente la libertà della persona (carcerazione) fuori dei casi consentiti dalla legge oppure senza motivazione.

    Al riguardo è sintomatica una delle più recenti massime della Suprema Corte, allorché limita le ipotesi di responsabilità ai soli casi di “evidente, grossolana e macroscopica violazione della norma stessa, ovvero una lettura di essa in termini contrastanti con ogni criterio logico o l’adozione di scelte aberranti nella ricostruzione della volontà del legislatore o la manipolazione assolutamente arbitraria del testo normativo o ancora lo sconfinamento dell’interpretazione nel diritto libero” (Cass. Civ. n. 7272/2008). Limitando quindi ulteriormente, si ribadisce, il diritto al risarcimento del cittadino.

    Certamente i principi dettati dalla norma, in uno con l’interpretazione datane dalla suprema corte, intendono salvaguardare il principio costituzionale della libertà e della indipendenza della funzione giurisdizionale; tuttavia la rarissima applicazione della legge, anche in considerazione della presenza di una fase di delibazione di ammissibilità, deve far riflettere su quella che si può chiaramente definire come inaccessibilità di fatto alla tutela risarcitoria. Ciò pure in presenza di numerosi e spesso eclatanti errori giudiziari che hanno portato il Popolo Italiano a una progressiva ed ormai generalizzata perdita di fiducia nei confronti dell’amministrazione giudiziaria poichè i citati principi di libertà ed indipendenza si sono troppo spesso trasformati in ARBITRIO ed ABUSO.

    Si aggiunga a quanto sopra che la Corte di Giustizia Europea, sempre molto attenta a quanto accade nel nostro Paese nei confronti del quale non lesina sanzioni in materia di giustizia,afferma una difformità sostanziale con il Trattato CEE, in una norma nazionale che:

    esclude la responsabilità in relazione alla attività di interpretazione delle norme di diritto e di valutazione del fatto e delle prove rese nell’ambito della attività giudiziaria;limita la responsabilità dello Stato ai soli casi di dolo o colpa grave del giudice.Siamo di fronte quindi ad un doppio contrasto:

    1 – quello nei confronti dell’art. 3 della costituzione Italiana – eguaglianza dei cittadini

    2 – quello nei confronti del diritto comunitario.

    La proposta che sottoponiamo alla attenzione del Parlamento Italiano, elimina questi vizi modificando la legge Vassalli in maniera tale che si mantenga la responsabilità del giudice in fatto di dolo e si introduca la responsabilità personale per colpa.

    L’elemento soggettivo dunque non sarà più caratterizzato dal possesso della qualifica di gravità ma sarà colpa sic et simpliciter.

    L’errore giudiziario sarà imputato al giudice per negligenza, imperizia, imprudenza oltre, naturalmente, al dolo.

    E di esso risponderà civilmente e penalmente COME TUTTI I CITTADINI DELLA REPUBBLICA ITALIANA.

    Va da sè che, essendo il giudice, ai sensi della presente proposta, responsabile personalmente in quanto non più coperto dall’intervento dello Stato, l’articolo 18 della legge Vassalli debba essere definitivamente abrogato.

    L’articolo 18 recita infatti:

    Misure finanziarie

    Agli oneri conseguenti all’attuazione dell’articolo 15 della presente legge, valutati in lire 2.000 milioni in ragione d’anno a decorrere dall’esercizio 1988 , si fa fronte mediante corrispondente riduzione dello stanziamento iscritto, ai fini del bilancio triennale 1988-1990, al capitolo 6856 dello stato di previsione del ministero del tesoro per l’anno 1988, utilizzando parzialmente l’accantonamento previsto alla voce “revisione della normativa in materia di patrocinio gratuito”.

    LA LEGGE VASSALLI HA COLPITO I CITTADINI PIU’ POVERI !

    Oltretutto tale norma discrimina la categoria dei cittadini meno abbienti e li colpisce in quanto li rende diretti responsabili pecuniari di un danno provocato da terzi. Un fatto questo che non risulta abbia eguali per gravità a livello planetario.

    Secondo questa norma infatti, lo Stato, per riparare l’errore del giudice, attinge alle risorse del gratuito patrocinio che sono istituite per consentire la difesa dei cittadini più deboli laddove siano chiamati dall’ amministrazione giudiziaria a difendersi.

    Con l’abrogazione dell’Art. 18 citato avremo quindi che non sarà più lo Stato a rispondere dell’errore del giudice ma il giudice stesso mediante obbligatoria stipula di contratto di assicurazione privata presso riconosciuto ed affidabile Istituto.

    Risulta da questa breve analisi che lo scopo precipuo di riformare la legge Vassalli sia quello di ricostituire il tessuto connettivo del principio di eguaglianza di cui all’art. 3 Cost. lacerato da una immunità di fatto, tradottasi in diritto con l’approvazione della legge 117/88. Lo scopo è quello appunto di registrare finalmente un equilibrio tra la Sovranità Popolare manifestata dal risultato del referendum del novembre 1987 ed una normativa che lo realizzi in modo esaustivo e completo a tutela del diritto di TUTTI i cittadini Italiani che a tutt’oggi, al contrario, devono subire l’onta, il disonore e il danno di una legge acclaratamente iniqua e che, perdipiù, garantisce l’mpunità da colpa di chi è chiamato a giudicare.

  5. Errori giudiziari : Giustizia da riformare
    Dal 1948 ad oggi sono documentati in Italia oltre 4.000.000 di errori giudiziari. La stessa Paola Severino,quando era ancora docente di diritto penale, ne denunciò 200.000 per il solo triennio 2004-2007.
    E i responsabili di tali errori non solo non risarciscono i danni cagionati (come avviene per tutti gli altri cittadini)ma non ne rispondono in alcun altro modo. E in genere fanno anche carriera.
    Negli USA il magistrato che sbaglia viene cacciato o si dimete motu proprio(cfr.Caso Straus-Kahn).
    In Spagna viene sospeso per tanto di quel tempo che la toga va in muffa. (cfr. Caso Garzon).
    In questo bengodi giudiziario Italiano invece vediamo (giusto per fare qualche esempio)che un’azienda storica come la Lodigiani venisse totalmente distrutta da una persecuzione durata 63 processi e zero condanne, il caso Tortora e i suoi 110 compagni di galera innocenti e mai risarciti, il caso Barillà (Daniele finì in galera, a un pelo dal suicidio, i genitori morti di crepacuore, abbandonato dalla famiglia e l’azienda fallita)che ancora non sappiamo se ha preso almeno i denari per l’ingiusta detenzione… Centinaia di migliaia di Italiani rovinati e infangati da un mostro talmente privo di controllo che lo stesso Francesco Cossiga durante il suo mandato presidenziale presidiò manu militari Palazzo dei Marescialli (sede del CSM). Un fatto senza precedenti nella storia della Repubblica.
    Eppure neanche di fronte a questa scandalosa situazione la politica ha preso la decisione di riformare un ordine autoelevatosi al ruolo di potere al di sopra dei poteri.
    Dal 1989 (l’anno dopo la promulgazione della Legge 117/88 conosciuta anche come Legge-Scandalo) si sono avuti almeno 14 tentativi di riformare la giustizia. Tutti finiti miseramente.
    Abbiamo un grosso problema in Italia.
    Un problema che è diventato anche un problema democratico.
    Non credo sia sfuggita la distruzione di un intero arco Costituzionale col salvataggio del solo PCI nel corso di “Mani Pulite”.
    O il ribaltone del voto democratico del 1994.
    O quello del 2011, preceduto da una violenza persecutoria durata per tre lunghi anni, e acclaratamente orchestrato tanto da determinare ina richiesta di istituzione di Commissione d’Inchiesta.
    Eh, si: credo proprio che ci sia qualcosa che non funziona a dovere.

  6. La malapianta
    Quando subito dopo la guerra Togliatti pretese il Ministero della giustizia, sorprendendo un po’ tutti, oltre ad amnistiare diversi assassini, getto’ il seme della commistione giustizia-politica che tutt’ora dà i suoi frutti avvelenati.

  7. A Marcello Sanna
    Concordo, da non esperto di diritto, con quello che ha scritto. Vorrei anche sapere, a proposito della lumacodromica giustizia civile, che ne pensa della legge lucchese del XIV secolo da me citata nel mio intervento precedente, quella della sentenza entro 30 giorni. Non è una mia battuta, è esistita da vero: basta leggere una qualunque storia di Lucca.

Aggiungi un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here