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Polonia, Ungheria e stato (sovietico) di diritto: se la Merkel dà lezioni di sovranità al provincialismo italiano

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Dopo settimane di accuse, mercanteggiamenti e trattative, finalmente è stato raggiunto l’accordo sul Recovery Fund tra l’Unione Europea da un lato e l’Ungheria e la Polonia dall’altro.

Il fatto dimostra almeno tre evidenze che tuttavia non sono così evidenti per tutti, soprattutto in considerazione del solito provincialismo, mostrato dalla sinistra italiana specialmente, che per numerose settimane – complice anche una rete mediatica che ha oramai perduto la propria vocazione divenendo più uno strumento di propaganda piuttosto che di vera e propria informazione – ha duramente criticato Polonia e Ungheria che si sarebbero arroccate nel loro “cieco” sovranismo impedendo l’approvazione del piano economico.

In primo luogo: è stata, fortunatamente, smussata la prassi “simoniaca” messa in atto dalle istituzioni europee in tema di Stato di diritto, per cui si finanziano soltanto quegli Stati che aderiscono ai criteri stabiliti dall’Unione Europea, ricalcando ciò che accadeva tra l’Unione Sovietica e i Paesi satelliti del Patto di Varsavia con l’adozione del criterio della conformità di questi all’ortodossia socialista sancita da Mosca.

Sul punto, infatti, la stessa Angela Merkel ha riconosciuto l’esistenza di problematiche insite in una simile prassi che se non eliminate, quanto meno andavano corrette, come di fatto è accaduto tramite l’approvazione di “nuove” regole sul punto.

In secondo luogo: se le ragioni di Ungheria e Polonia sono state, seppur parzialmente, riconosciute dalle istituzioni europee significa che non erano così infondate e che, quindi, tutte le condanne aprioristiche e totali che per settimane sono piovute su quei due Paesi sono illegittime ed errate almeno nella stessa misura.

In terzo luogo: le posizioni di Ungheria e Polonia non erano evidentemente fondate soltanto su presupposti di carattere ideologico, nella specie orientati al sovranismo, quanto piuttosto da ragionevoli dubbi circa l’ottenimento della certificazione di “Stato di diritto” da parte delle istituzioni europee che non è così scontato che a loro volta siano rispettose dei medesimi criteri che pretendono gli altri rispettino.

Insomma, se il quadrante del sovranismo non segna mai il tempo giusto, almeno secondo quanto a tamburo battente affermano i noti “soloni” della politica nazionale ed europea, probabilmente, come un orologio guasto, occorre riconoscere che almeno due volte in un giorno segna l’ora esatta, come palesemente accaduto nella vicenda intercorsa tra i due ex Paesi del Patto di Varsavia e i loro “nuovi padroni” dell’Unione Europea.

Si rivelano, in conclusione, tutte le fragilità di una Unione Europea che deve necessariamente ricorrere alla “forza” (economico-finanziaria) non già per fare rispettare i principi dello Stato di diritto – non più di quanto storicamente l’Unione Sovietica fosse davvero autenticamente preoccupata della genuinità del socialismo dei suoi “satelliti” – per tenere sotto il proprio controllo Paesi che, piaccia o meno, hanno posto e pongono problemi circa la legittimità operativa delle istituzioni europee le quali, se davvero democratiche come si pretendono, dovrebbero poter accettare la critica e raccoglierla per migliorarsi invece di lanciare anatemi e scomuniche contro i presunti aderenti all’”eresia sovranista”.

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