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Possono succedere “fatti imprevisti”

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Che cosa dire di un pazzo che entra in una scuola e si mette a sparare? L'abbiamo visto così tante volte al cinema o alla televisione che ormai ci sembra un fatto della vita, una di quelle cose che succedono, e che uno spera soltanto succedano lontane da noi e dai nostri figli. Anzi, ormai massacri quali quelli avvenuti ieri, 16 aprile, a Blacksburg, Virginia, fanno notizia soprattutto perché battono i record dei morti ammazzati in occasioni simili. "Unforeseen things happen" ("Possono succedere fatti imprevisti"), come disse l'allora ministro della difesa americano, Donald H. Rumsfeld, in una celebre intervista del 20 febbraio 2003, a proposito dell'Iraq. Ma si tratta davvero di fatti imprevisti, o non piuttosto di "tragedie annunciate", per usare una delle più trite locuzioni del linguaggio giornalistico?

Michael Moore, il regista americano reso celebre dal film Bowling for Columbine (2002), che raccontava della sparatoria avvenuta nel 1999 alla Columbine High School di Littleton, Colorado, non aveva dubbi: il male stava nella stessa società americana e certe cose potevano succedere soltanto negli Stati Uniti (lui naturalmente si considera parte della cosiddetta "altra America" senza colpe). A riprova della mia tesi, sosteneva Moore, basta varcare il confine con il Canada, dove la gente lascia ancora le porte aperte e le armi da fuoco non si vendono over the counter, ai banchi del supermercato. Peccato che dieci anni prima, il 6 dicembre 1989, un certo Marc Lépine fosse entrato con un fucile automatico nell'École polytechnique di Montréal uccidendo 14 studentesse, in una città che viene sempre descritta (banalizzando molto) come "così europea". Insomma, Stati Uniti o Canada, Columbine High o École polytechnique, la differenza sta soltanto nel numero dei morti.

Ma l'avete guardato bene il campus del Virginia Polytechnic Institute and State University (più noto come Virginia Tech), fondato nel 1789, all'indomani della Rivoluzione Americana grazie alla donazione di un filantropo? Sullo sfondo dei poliziotti overweight che tentavano di correre di qua e di là, le avete notate le belle costruzioni in stile Ivy League, i prati verdi recintati, gli spazi pedonali, le aule, i cartelli indicatori, i muri senza scritte, l'assenza di rifiuti per terra? Avete fatto caso, quando le televisioni mostravano le mappe del campus, che al suo centro ci sono uno stadio per lo sport e una biblioteca aperta e funzionante venti ore al giorno? Qui ci abitano 24.000 studenti, su un totale di circa 40.000 persone che abitano a Blacksburg, una della centinaia di cittadine americane la cui vita è organizzata intorno alle esigenze degli studenti universitari. Studenti i quali, interrogati da giornali e televisioni, continuano a ripetere che al Virginia Tech non si sarebbero mai aspettati una tragedia del genere. Qui non siamo nel ghetto negro di Detroit. Qui non siamo nel Bronx. Qui siamo nelle campagne della Virginia. Eppure, "Unforeseen things happen".

 La realtà è che la qualità della vita nel suo complesso, almeno quella del mondo occidentale (inclusi gli Stati Uniti), è enormemente migliorata e continua a migliorare. Ci sono indicatori oggettivi a provarlo. Restano però, e resteranno ancora per chissà quanto, errori, omissioni, prepotenze, violenze e atti criminali, che, pur nella loro eccezionalità, rappresentano sacche di negatività più o meno significative in ogni comunità. Per combattere questi mali non servono i richiami sociologizzanti ai mali del mondo che vanno di pari passo sui luoghi comuni sulle "tragedie annunciate", ma piuttosto il continuo sforzo di migliorare la legge e di applicarne le regole. Nessuno si illuda che, negli Stati Uniti, l'episodio di Blacksburg sia l'ultimo. E nessuno si illuda che, in Italia, senza una giornaliera applicazione delle regole, sarà possibile limitare i danni del bullismo scolastico e dell'illegalità strisciante e diffusa. Questo sono identici nella sostanza a quelli americani, e inferiori soltanto nel numero delle vittime. Ci siamo già dimenticati del suicidio del povero Matteo, lo studente sedicenne dell'Istituto tecnico Sommellier di Torino?
 
Generazione in crisi? Crollo dei modelli di comportamento? Assenza di ideali? Società violenta? Tutto vero, indubbiamente, come sostenere il contrario? Ciò che però più colpisce uno come me, che di mestiere fa lo storico, è come le società cambino, le generazioni si succedano, i governanti mutino, ma restino questi lamenti sui mali del mondo che ascoltiamo in treno, leggiamo sul giornale o vediamo alla televisione. Soprattutto, resta l'implicito e astratto riferimento a una mai esistita "età dell'oro" in cui la generazione dei giovani non era in crisi, il comportamento era esemplare, la gente viveva di ideali, e la società non era violenta. Francamente, fatemi un bell'esempio, che forse ci crederò anch'io.

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