“Prima di pensare alle quote rosa bisogna impegnarsi a far uscire le donne di casa”

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“Prima di pensare alle quote rosa bisogna impegnarsi a far uscire le donne di casa”

25 Gennaio 2012

Pur essendo apprezzabili e auspicabili iniziative come quelle organizzate dalla Commissione Pari Opportunità della Regione Abruzzo – che nei giorni scorsi a Pescara ha riunito attorno ad un tavolo di confronto il mondo politico, intellettuale, imprenditoriale e associativo, in occasione del convegno “Esserci, dove vengono prese le decisioni” – credo che la questione delle pari opportunità debba essere affrontate da una diversa prospettiva. 

E’ giusto sottolineare i meriti della legge 120 del luglio scorso, che ha introdotto l’obbligo delle quote di genere. Ma se osserviamo la realtà, non possiamo non verificare che la parità effettiva tra uomini e donne è ancora un traguardo lontano. Troppe poche donne lavorano e tra coloro che lavorano, troppo poche riescono a raggiungere posizioni di prestigio. Una situazione alla quale non si può certo pensare di rimediare imponendo la presenza delle donne.

A mancare, infatti, non è certo il merito o il talento femminili, ma qualcosa di molto diverso. Ciò che permetterà alle donne di compiere il grande balzo è una riorganizzazione più equa della società che si traduce in maggiori servizi non solo per l’infanzia, ma per la famiglia in generale. Finchè il tempo di cura della casa resterà a carico delle donne, le cose non cambieranno.

E’ necessario cambiare prospettiva e confrontarci su ciò che sta a monte: come far uscire le donne dalle mura domestiche. Di certo bisognerebbe partire dai servizi e da una organizzazione del lavoro che consenta una migliore conciliazione tra vita e lavoro. Tradotto in “buone pratiche” significherebbe aumentare gli asili nido, ricorrere maggiormente al part-time e ai congedi parentali condivisi. E ancora pensare a detrazioni fiscali da concedere alle donne che lavorano e sono costrette a delegare il lavoro di cura della casa.  Insomma, per “rivoluzionare” ruoli ingessati basterebbe davvero poco.

L’ostacolo maggiore, infatti, è nella mentalità, che fatica a cambiare. Perché non occorre inventare nuovi ruoli, ma rimodulare quelli esistenti. Così le donne potranno avere una famiglia, senza per questo dover rinunciare alla carriera.