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Prodi &C. sono solo riformisti alla Chàvez

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“Ma cosa vogliono questi americani”. Il ministro dello Sviluppo (sic!) Economico Bersani ha salutato così l’offerta della At&t e di American Movil per l’acquisto della quota Olimpia di Telecom. In questa reazione spontanea sta tutta l’estraneità dell’attuale Governo e dei suoi maggiori rappresentanti, rispetto ad ogni politica liberale e riformista a meno che ovviamente non riguardi il mondo della cooperazione e le relative plusvalenze lussemburghesi esentasse.

Alcuni esempi in meno di 12 mesi di governo. L’approccio alle pseudo-liberalizzazioni e la voglia di determinare le tariffe dei servizi di pubblica utilità (costi di ricarica), la revoca delle concessioni TAV, lo stop all’operazione Autostrade-Abertis, la concentrazione bancaria (Intesa-San Paolo e forse Capitalia-Unicredit) fatta dai soliti “amici”, quelli che sfilavano davanti ai gazebo delle primarie di Prodi, per intenderci. Ed ancora, la creazione di quel minotauro “irinizzante”, mezzo pubblico e mezzo privato (ma guarda, i soliti amici di cui sopra) che è il fondo italiano per le infrastrutture (F2i), il caso Rovati e quel tentativo maldestro di anticipare tutti sul caso Telecom con l’aiuto degli amici, questa volta, delle banche d’affari.

Ma perché stupirsi? Il Presidente del Consiglio in carica è stato il maestro nonché precursore di questo intreccio perverso tra statalismo dirigista e poteri forti, di quell’economia delle relazioni (“ti faccio comprare questo monopolio a debito, lo spremi, poi si vedrà; naturalmente i tuoi giornali mi appoggiano”!) che genera rendite e debiti incontrollabili, patti di sindacato perversi, implacabili e vendicativi (chiedetelo ai “furbetti del quartierino”). Infatti, nei suoi anni alla guida dell’IRI, Romano Prodi, oltre a generare migliaia di miliardi di lire di debiti, fu colui che impedì alla Ford di acquistare l’Alfa Romeo per poi svenderla alla Fiat (ogni epoca ha i suoi poteri forti) o che voleva svendere la SME a De Benedetti (l’unico potere forte immarcescibile). Ma anche altre componenti dell’attuale Governo hanno una discreta esperienza in proposito. La merchant bank di Pallazzo Chigi di qualche anno fa è rappresentata al più alto livello dal ministro degli Esteri D’Alema.

E’ proprio questa cricca di liberali della domenica che ha la responsabilità del peccato originale del caso Telecom. La compagnia telefonica pubblica fu regalata (in Francia lo Stato incassò tre volte di più per ogni azione venduta!) ad una serie di capitalisti italiani amici che, come al solito senza capitali, acquisirono il controllo della società, il famoso “nocciolino duro”, con il 7% delle azioni, fatte peraltro dalla somma di uno 0.6% ciascuno. Con una governance siffatta, la Telecom nel 1999 venne scalata dal gruppo Colaninno, il “capitano coraggioso”. I soldi, pochi, si trovarono in prestito dalle banche e si sperò che le rendite di monopolio future ripagassero il debito: il “nocciolino duro” ovviamente uscì con un bel gruzzolo di soldi. Stessa sorte, un bel po’ di soldi, capita al capitano coraggioso di cui sopra che lascia a Tronchetti Provera una Telecom piena di debiti ed in pesante ritardo per quanto rigurada gli investimenti e l’innovazione. Il resto è storia degli ultimi anni.

Ed ora gli stessi responsabili di tale sfascio, si stracciano le vesti per l’offerta degli americanos e si impegnano alla spasmo a riarmare la stessa strategia che ha determinato questa situazione: chiedere ad un manipolo di banche e fondazioni amiche, senza alcuna esperienza del settore, di pagare un premio del 30% e contemporaneamente richiamare lo sciagurato piano Rovati. E’ peraltro grottesco notare che molte di queste istituzioni (?!)  finanziarie che dovrebbero salvare la Telecom dai voraci americanos, sono le stesse corresponsabili degli errori della gestione attuale, visto che fino a ieri erano soci di Pirelli in Olimpia o addirittura siedono nel sindacato che controlla la Pirelli stessa.

Siamo allo stato confusionale perverso di un classe politica burattinaia e burattina nello stesso tempo dei poteri forti, è questo il vero regime di un Paese che da anni è nelle mani di questa banda di affaristi della politica. Ma quando capiranno che non è compito della politica stabilire chi debba esercitare il controllo sulle grandi imprese, che è il mercato che decide chi deve essere premiato e chi deve andarsene? La politica, quella vera, se vuole salvaguardare l’interesse nazionale dei cittadini e degli utenti, anziché preoccuparsi di chi sono gli azionisti, si occupi delle regole, il solo strumento che lo Stato ha a disposizione per evitare abusi: regole certe e chiare in mano alle autorità competenti. Ma si chiede troppo a questi affaristi di Stato, dirigisti indisturbati nei confronti dei quali Chàvez è un pericoloso liberista.

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