Prodi lascia la politica ma occupa il potere
12 Marzo 2008
Bulimia da
occupazione della burocrazia. Così potrebbe essere definita la sindrome da cui
sembra affetto il Governo Prodi. Il Corriere
della Sera di ieri segnala come negli ultimi due mesi, ovvero dopo l’implosione
del Governo, siano state effettuate ben 120 nomine di dirigenti, di prima e di
seconda fascia, delle amministrazioni centrali dello Stato. Un bel risultato,
che diventa ancor più brillante ove si consideri che il programma dell’Unione
del 2006 sanciva in modo chiarissimo
l’obiettivo del superamento dello spoil
system!
A ben vedere, però,
non si tratta di un semplice (più o meno squallido) caso di sistema delle
spoglie. Del resto la questione dello spoil
system è questione controversa per un liberale. Da un lato l’esigenza di
ridurre l’occupazione politica dello Stato e di preservare l’imparzialità
dell’amministrazione a tutela della certezza del diritto nell’applicazione
amministrativa delle leggi fa propendere per un sistema nel quale gli
avanzamenti di carriera e le nomine dei dirigenti pubblici siano governate da
regole, per quanto possibile, impermeabili alle vicende della politica.
Dall’altro la preoccupazione che si crei nei vertici della burocrazia un potere
autoreferenziale, orientato non all’attuazione dell’indirizzo di governo ma
unicamente alla massimizzazione del proprio potere, rende auspicabile la
definizione di meccanismi che riconducano al potere politico le nomine apicali
delle strutture amministrative.
Il rapporto fra
burocrazia e politica liberale è un rapporto relativamente recente (la
burocrazia nasce nei sistemi assolutistici come braccio operativo del sovrano)
e comunque instabile e controverso (la burocrazia garante dell’applicazione
delle regole ma anche causa di occupazione degli spazi di autonomia della
società civile). Non è del resto un caso che alcuni Paesi di sicura tradizione
liberale (gli Stati Unti) abbiano un sistema abbastanza diffuso di spoil system e che questo non venga
affatto vissuto come attentato ai principi di libertà e democrazia.
Personalmente riteniamo che, al di là dei
profili teorici, il nostro Paese non sia affatto pronto ad importare un simile
modello. Lo spoil system presuppone
una salda moralità pubblica, ed un forte e diffuso senso delle istituzioni nella
classe politica. Se anziché prendersi le spoglie per meglio realizzare la
propria strategia politica, i vincitori della contesa elettorale sono solo
preoccupati di sistemare parenti, amici e clientes allora è di gran lunga
preferibile correre il rischio di una burocrazia autonoma sino al limite
dell’autoreferenzialità.
Il fatto è che quello
del Governo Prodi è un classico caso di spoil
system alla rovescia. Spoil system deriva
dal motto americano “to the victor go the spoils “
ovvero ai vincitori va il bottino.
Nel nostro caso invece le spoglie vanno allo sconfitto. Quello di Prodi è il
tentativo di attenuare gli effetti della sconfitta politica blindando alla
vigilia delle elezioni il proprio potere amministrativo, in modo da beneficiare
di qualche scampolo di potere e soprattutto di ostacolare l’azione di governo
del proprio avversario.
Si tratta del resto
di un vizio tipico della sinistra. Nel 1999-2000 l’allora Ministro Bassanini
realizzò una riforma generale della dirigenza pubblica che gli consentì di azzerare
tutti gli incarichi dirigenziali in essere e di procedere alla nomina di oltre
400 direttori generali e 4000 dirigenti di seconda fascia con incarichi di
durata sino a sette anni. Il tutto (guarda caso) ad un anno da un appuntamento elettorale il cui
esito era da tutti dato per scontato! Un atto irresponsabile che generò la (comprensibile)
reazione del Ministro Frattini, il quale, appena insediato, riuscì a porre nel nulla le
nomine di Bassanini procedendo, almeno per i direttori generali, a nuove nomine. Una forma impropria e distorta
di spoil system che ha gravemente
compromesso la dignità, l’autorevolezza e la qualità della nostra dirigenza
pubblica.
Valori ulteriormente
compromessi dalla contemporanea previsione di una quota di dirigenti chiamati
dall’esterno per chiamata diretta. Anche in questo caso un’idea astrattamente
buona ma tradotta in una pessima pratica. Anziché chiamare dall’esterno, dal
mondo dell’impresa e delle professioni, grandi talenti e grandi qualità, i
Ministri che si sono succeduti hanno normalmente utilizzato tale potere di
nomina per premiare fedelissimi indipendentemente da una seria valutazione dei meriti. Basti pensare che una quota
rilevante di questi dirigenti non provengono affatto dall’esterno ma sono
dipendenti pubblici che, per decreto reale, vengono nominati dirigenti senza
aver superato il relativo concorso. Tale prassi degenerativa, oltre a porsi in
violazione con i precetti della Costituzione, determina una devastante
deformazione degli incentivi che governano il funzionamento delle pubbliche
amministrazioni. Il messaggio che passa in tal modo è che nella burocrazia la
moneta che paga non è la qualità, la serietà ed il rigore del proprio lavoro ma
unicamente la vicinanza, la fedeltà e la piaggeria al vertice politico!
L’operazione del
Governo Prodi appare poi addirittura paradossale se si considera che con la
prossima legislatura saranno drasticamente ridotte le strutture del Governo
(massimo 12 ministeri) e che pertanto, anziché infornare un nuovo esercito di
dirigenti, sarebbe opportuno trovare il modo per ridurne il numero. Sarebbe
forse il caso di segnalare la vicenda ai cantori dell’antipolitica, sempre
lesti nel denunciare i mali della “casta”, i quali però anziché occuparsi solo
di simboli ed orpelli del potere (il barbiere della Camera, la buvette del
Senato, le auto blu …) dovrebbero cominciare ad occuparsi delle assai più
insidiose concrete modalità di gestione del potere (quello vero).
