Quando il candidato è in vacanza
26 Marzo 2008
E’
passato pure martedì, andiamo, è tempo di riniziare… anche a scrivere
il diario. Non prima, però, di aver fatto il punto sulle vacanze del
candidato. Queste consistono, essenzialmente, in un compromesso, più
che storico esistenziale. Si tratta, infatti, di mediare tra l’impegno
pubblico e la vita privata; tra il cellulare e la dimensione reale; tra
l’esclusività dell’impegno politico e la necessità di non perdere il
senso e la misura dell’effettiva importanza delle cose.
Chi è
caratterialmente più portato alla scelta tranchante in questi casi, per
l’appunto, sceglie: o rinunzia alle vacanze o spegne il cellulare. Io,
per vocazione e incoscienza, in questi casi tendo sempre a ricercare la
compatibilità possibile. Il rischio, come si dice, è di non avere “né
quello né quell’altro”. Nel caso in specie, di non godersi le vacanze e
per di più di fare arrabbiare tutta la famiglia che ti deve sorbire
attaccato al cellulare con la testa chissà dove. E, fino alle prime ore
del sabato pomeriggio, il rischio anche questa volta è stato corso. Poi
le cose si sono assestate e le vacanze del candidato si sono
trasformate in un’utile pausa che mi ha consentito di ricaricarmi in
vista del rush finale.
Ho trovato così il modo (e il tempo)
di preparare due interventi, rispettivamente su università e ricerca e
sulla convivenza tra le culture, per due occasioni di campagna
elettorale che si svolgeranno alla ripresa a Pisa e a Siena.
Soprattutto,
ho fatto quello che in campagna elettorale sembra proprio essere
vietato: ho letto. Tra i tanti libri in attesa, la scelta è caduta su
La strada, l’ultimo romanzo di Cormac McCarthy. L’autore va alla
ricerca di brandelli d’umanità, al crepuscolo della storia dell’uomo.
E’ una metafora sul dovere del vivere e sulla sua etica. Ma in me ha
suscitato, tra l’altro, una riflessione sulla politica, che forse ha
qualcosa a che fare con questa campagna elettorale.
La
politica, nella sua accezione migliore, non è altro che una proiezione
della condizione umana: delle sue fragilità così come della sua
incertezza; delle sue vanità come delle sue paure. Ma anche, in fondo e
fino in fondo, della volontà di compiere il proprio dovere. Chi ha
fatto di mestiere lo storico, queste cose ha avuto modo di contemplarle
sui documenti: spettatore assiso in un palco, ci si gode lo spettacolo
da lontano. Qualche volta, però, si avverte il bisogno di coinvolgersi
e di farsi coinvolgere. E può anche accadere che quel bisogno divenga
irresistibile: per tutte le ragioni di cui sopra, nessuna esclusa.
L’unico vantaggio, forse, è quello di poter affrontare la prova con un
po’ più di consapevolezza. O forse anche questa è soltanto un’illusione.
