Quando la Chiesa chiama, l’Italia scende in piazza

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Quando la Chiesa chiama, l’Italia scende in piazza

05 Aprile 2007

di Vera Capperucci e Daniele Federici

Siamo ormai al capolinea. Per quanti sforzi intellettuali, pensatori e teologi provino a compiere per spiegare l’evoluzione del rapporto tra politica e religione, scoprendo sempre nuovi tratti di atipicità nella storia del nostro paese, l’Italia resta un paese cattolico che, quando la Chiesa chiama, scende in piazza.

 

In una prospettiva storica si tratta di un esito quasi scontato nelle premesse. Se si limita l’analisi anche al solo pontificato wojtyliano non si può non constatare come la fine dell’unità politica dei cattolici abbia determinato due conseguenze strettamente correlate: da un lato la Chiesa stessa ha ripreso a scendere in campo in prima persona, intervenendo direttamente nelle questioni interne ed internazionali; dall’altro i movimenti laici, attraverso un’importante azione di formazione pastorale, sono riusciti ad arrivare anche dove la struttura ecclesiastica non era in grado.

La combinazione di questi due elementi, Chiesa che «scende dal pulpito» e crescita dei movimenti, ha impedito che venisse persa la dimensione di massa dell’essere cattolici. Mentre, cioè, nel più lungo periodo si sarebbe esaurita l’espressione politica di quella dimensione di massa, non si sarebbe persa quella identitaria. E il riferimento al dato identitario, valorizzato nella elezione al soglio pontificio di Benedetto XVI, rischia ora di rivelarsi, rispetto alla diversificazione politica, estremamente pericoloso. Esso, infatti, è in grado di mettere in crisi i presupposti sui quali una parte del mondo cattolico, della stessa classe politica cattolica, ha scelto la militanza nelle formazioni di centrosinistra: un compromesso di tipo «concordatario», in una pastorale che concede sempre meno al relativismo culturale e religioso, rende infatti più difficile riconoscere l’esistenza e la tutela di valori sui quali un cattolico non tratta, non cede. Non può farlo se crede nell’insegnamento del Vangelo.

Questo forse la sinistra non lo sa, o finge di non saperlo; la destra, soprattutto quella moderata lo sa, ma lo sanno soprattutto i cattolici e la Chiesa. E lo sanno al punto tale da decidere di utilizzare la piazza per difendere uno di questi valori, quello che costituisce la cellula primaria della formazione e della crescita di ciascun individuo: la famiglia. L’appuntamento, deciso dal Forum delle associazioni cattoliche il 26 marzo, è il 12 maggio a Roma, in piazza san Giovanni, non a caso località simbolo degli ormai celebri concerti del 1 maggio e delle ultime mobilitazioni contro la Finanziaria. Circa 100.000 persone, queste le cifre previste alla vigilia, parteciperanno al Family day, «manifestazione» – secondo Giovanni Giacobbe, presidente del Forum delle famiglie – «laica, di promozione della famiglia», lontana da intenti di spettacolarizzazione, ma finalizzata a chiedere a pretendere politiche che siano concretamente a sostegno delle famiglie. La decisione è arrivata a conclusione di un confronto piuttosto lungo che nelle ultime settimane ha visto le diverse anime dell’associazionismo cattolico confrontarsi sul significato che la mobilitazione avrebbe dovuto assumere tanto nei confronti del mondo politico, quanto nei confronti della Chiesa stessa. In un primo momento, infatti, la manifestazione, concepita come momento di protesta per il ddl del governo sui Dico, avrebbe dovuto svolgersi il 15 marzo sul modello della mobilitazione promossa dalla Chiesa spagnola: cardinali, vescovi e sacerdoti in piazza per difendere, insieme ai rappresentanti dell’opposizione, i valori cattolici. Su questa linea, tuttavia, non è stato possibile raggiungere un accordo. L’aspetto marcatamente antigovernativo, insito in quel tipo di impostazione, e sostenuto anche dal quotidiano della Cei, «Avvenire», con una serie di editoriali che spingevano per un chiaro riferimento ai dibattiti in corso in Parlamento, non ha incontrato il consenso di tutti i movimenti.

Al di là dei toni accesi che sono tornati nuovamente ad animare il dialogo tra Azione cattolica e Comunione e liberazione, anche la Comunità di Sant’Egidio, il Movimento dei Focolari e le stesse Acli avrebbero preferito dare un contributo al dibattito sul ruolo e il valore della famiglia nella società contemporanea, senza che per questo ne derivassero chiare implicazioni politiche. Ma si sa, al di là di qualsiasi propaganda semplificatrice, che il mondo cattolico è un universo composito e complesso, che richiede tempi di maturazione e di sedimentazione piuttosto lenti, difficilmente prevedibili alla vigilia. Così, nonostante all’interno delle stesse associazioni permangano espressioni di dissenso, il punto di incontro è stato raggiunto proprio nella promozione di una giornata per la famiglia, «organizzata al di fuori di tutti i partiti politici […] e in cui i vescovi non sono minimamente coinvolti».

Le ragioni della scelta sono state chiarite all’interno di un manifesto intitolato Più famiglia. Ciò che è bene per la famiglia è bene per il Paese sottoscritto dal Forum delle associazioni familiari, Ac, Acli, Cammino neocatecumenale, Csi, Cnal, Co.Per.Com, Col diretti, Cl, Comunità di sant’Egidio, Famiglie nuove, Mcl, Misericordie, MpV, Retinopera, RnS, Associazione guide scouts d’Europa, Ugci, Associazione medici cattolici italiani, Unitalsi. «La famiglia», si legge in apertura del documento, «è un bene umano fondamentale dal quale dipendono l’identità e il futuro delle persone e della comunità sociale. Solo nella famiglia fondata sull’unione stabile di un uomo e di una donna, e aperta a un’ordinata generazione naturale, i figli nascono e crescono in una comunità d’amore e di vita, dalla quale possono attendersi un’educazione civile, morale e religiosa». La famiglia, dunque, come cellula naturale della società e dello Stato va tutelata, e su questo il manifesto chiama in causa la stessa Costituzione negli articoli 29, 30, 31, contro le dinamiche di disgregazione sociale e contro la tendenza a confondere le istanze dei conviventi con le esigenze della famiglia fondata sul matrimonio e dei suoi membri. I cattolici, dunque, non si schierano contro le unioni di fatto ma chiedono con forza, e lo specifica nel dettaglio un comunicato diffuso nei giorni scorsi dall’Unione giuristi cattolici italiani, la ricerca di soluzioni che «non implichino il riconoscimento di un rilievo pubblico per rapporti che, per scelta o per la loro particolare conformazione, non possono uscire dalla sfera privata».

Il Family day, dunque, non nasce nelle intenzioni come protesta contro il riconoscimento di una evoluzione dei rapporti di coppia, che pure c’è stata e che il manifesto non manca di imputare ad una crisi dell’occidente, ma come mobilitazione di tutti i cattolici in difesa di un valore fondante della cultura cristiana contro «ogni tentativo di indebolirla sul piano sociale, culturale e legislativo». La battaglia contro il relativismo passa anche attraverso il sì alla famiglia che è un sì anche all’identità cattolica. E su questo, se la politica si divide, con i sì alla partecipazione tra gli altri di Fioroni, Mastella, Binetti, Carra, Baio, Bobba, Malgaro per il centrosinistra, Santanchè, Bondi e un centrodestra certamente con minori problemi identitari, i cattolici rimangono uniti. Un’unità che certamente non è monolitica ma che si costruisce su quella stessa coscienza di cristiani che talvolta, anche se a qualcuno potrebbe sembrare strano, anche di fronte alle perplessità sceglie l’obbedienza.