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Quando l’Italia va al Fondo

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Questa settimana si svolgono a Washington, le riunioni primaverili degli organi di governo del Fondo monetario e della Banca mondiale; culminano con il G7 dei Ministri finanziari del 13 aprile e le sessioni formali dei Governatori delle due maggiori istituzioni finanziarie ed internazionali il 14 e 15 aprile. La delegazione italiana crede, o finge, di partire con il vento in poppa: i comunicati di Palazzo Chigi (e dintorni) sottolineano che secondo le anticipazioni del World Economic Outlook del Fondo “la crescita economica in Italia si attesterà all'1,8% nel 2007, oltre l'1,4% stimato a novembre e l'1,5% previsto febbraio”- un certificato, quindi, di buona condotta a Prodi, a TPS ed ai loro colleghi di Governo.

In effetti, da una lettura attenta dei capitoli 3,4 e 5 del documento (disponibili on line dal 6 aprile su www-imf.org) si deduce che l’Italia continua ad essere il fanalino di coda dell’area dell’euro – al traino dell’espansione tedesca, risultato di alcuni anni di drastiche riforme, specialmente in materia di previdenza e di mercato del lavoro, effettuate in Repubblica federale. I primi due capitoli del lavoro verranno resi disponibili l’11 aprile ma girano nella Washington-che-può (e tra chi si connette con essa in rete). In breve, i due capitoli esprimono molta più preoccupazione del cap. 3 (dedicato al business cycle, ossia alla congiuntura) in materia di un riassetto morbido degli squilibri delle bilance dei pagamenti e puntano l’accento sulle riforme che l’Europa (soprattutto l’Italia) deve ancora fare per potere tirare la carretta dell’economia internazionale (a pari livello con gli Usa).

Eloquenti un saggio di due giovani economisti italiani, Alessandra Fogli e Fabrizio Perri, di stanza rispettivamente in università di New York e di Minneapolis, nonché un documento di lavoro di due economisti francesi in servizio all’ufficio studi e ricerche del Fondo. Quindi, su questo piano, la delegazione in volo verso Washington sorridendo per le incoraggianti previsioni macro-economiche a breve potrebbe rientrare mogia a ragione delle non troppo velate rampogne che riceverà per avere accantonato le riforme, e dato troppi soldi agli statali. C’è un altro tema a proposito del quale il rientro a Roma di TPS e compagni rischia di non essere lieto. E’ argomento apparentemente tecnico, ma che riguarda il ruolo ed il peso dell’Italia al Fondo monetario (ed alla Banca mondiale). Siamo alle ultime battute di un negoziato per l’ottava revisione delle “quote” (in breve i diritti di voto in seno alle due istituzioni): le nuove “quote”, unitamente ad altre riforme (in essenza un meccanismo tale da rendere, in futuro, gli aggiustamenti automatici e non frutto di lunghe trattative), devono essere varate all’assemblea generale dell’autunno 2008. La Cina, la Corea del Sud, il Messico e la Turchia premono per avere molto di più e dati alla mano (criteri essenziali sono il pil e l’export) hanno argomenti molto solidi. L’Italia rischia di subire una forte contrazione, e forse pure di perdere il seggio permanente tra i componenti del CdA del Fondo –  più complicato il meccanismo alla Banca. In passato, tale rischio è stato superato grazie ai buoni rapporti personali tra Berlusconi e Bush, oltre che dalla stretta frequentazione trentennale del rappresentante del nostro Paese al Fondo, Arrigo Sadun, con coloro che dal 2000 sono i consiglieri economici della Casa Bianca.

Adesso, non solo il Dipartimento di Stato non va a braccetto con il Ministero degli Affari Esteri guidato da Massimo D’Alema ma il Tesoro (che ha un rappresentante all’Ambasciata Usa a Roma) non vede di buon occhio un Ministero dell’Economia e delle Finanze guidato in pratica da Vincenzo Visco e dove ci si fa mettere nell’angolo in materia di riforme e scippare il gettito fiscale aggiuntivo per accontentare i sindacati nel pubblico impiego. Infine, l’incarico di Sadun scade tra poco più di un anno e si tratta di poltrona ambita dalla sinistra poliglotta. Il pericolo è di andare a fondo proprio al Fondo.

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