Quando si tratta di accordi finanziari non c’è nulla che Geronzi non controlli
16 Febbraio 2009
Sommovimento dopo sommovimento la grande finanza del Nord sta cercando un assestamento. Le ultime scosse telluriche riguardano piazza Cordusio a Milano, sede di Unicredit. In tanti davano in partenza l’amministratore delegato Alessandro Profumo e il presidente Dieter Rampl. Invece sono stati entrambi confermati.
Il primo ha tenuto un profilo basso in questi ultimi tempi e tra gli azionisti è prevalsa la convinzione che, in mancanza di un successore forte, potesse essere tenuto al suo posto anche considerando i corsi borsistici disastrosi in atto che non si voleva rischiare di aggravare. Il secondo è rimasto al suo posto anche per le incertezze di un socio rilevante come la fondazione Cariverona – possiede il 6,8 per cento delle azioni della banca milanese – che rivendicava per sé la presidenza ma poi non ha saputo concretizzare la scelta. Quando si è esaminata la possibilità di candidare un uomo legato alla fondazione veneta, Gianfranco Gutty, gli scaligeri non hanno dato il via libera. In realtà l’uomo forte di Verona, Paolo Biasi, non voleva tanto la “rappresentanza formale” cioè il presidente, quanto trovare una soluzione anche per il potere reale, cioè per l’amministratore delegato. Giampiero Auletta Armenise, già amministratore di Ubi banca, dimessosi per cause “famigliari” che avevano indotto molti a ritenere che fosse pronto per un nuovo incarico, era il candidato.
Era questa un’operazione in qualche modo studiata con Giovanni Bazoli, grande manovratore della finanza italiana oggi in parziale disgrazia (a causa delle traversie del suo antico sodale Romain Zaleski: la cui amicizia l’avvocato bresciano – a suo onore – continua, dopo una prima titubanza, a rivendicare). Bazoli è presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa San Paolo ma anche lord protettore dell’Ubi. Dietro si intravedeva un qualche disegno su quella grande multinazionale finanziaria che è la compagnia di assicurazioni Generali, con un possibile ruolo da presidente, almeno in prospettiva, di Biasi, che da anni aspira a diventare centrale nella compagnia di Trieste. Queste manovre sembravano rispondere a una logica da “grande sistema” della finanza del Nord Italia (con Unicredit influente in Mediobanca che controlla le Generali che pesano in Intesa San Paolo) ma paiono proprio non essere andate in porto. Anche se Cariverona sembra volere costituire un polo di azionisti che si prefigge di crescere (i veronesi sarebbero dietro a un’ondata di acquisti realizzati in questi giorni) in Unicredit. Il segnale più forte che qualcosa non andava, sono state a un certo punto le proteste di Antoine Bernheim sull’accordo di bankassurance (la vendita di prodotti assicurativi da parte dell’area retail di un istituto di credito) tra Generali, di cui il francese è presidente, e Intesa San Paolo. Il vecchio finanziere non è uno che esterna sull’onda di impulsi emotivi, ogni suo messaggio va letto in filigrana. In questo caso, poi, è significativo che Bernheim abbia parlato subito prima che le trattative sugli assetti di Unicredit trovassero una conclusione. Quasi un segnale di rottura.
Probabilmente ci sono anche vicende tedesche a fare da sottofondo a quelle italiane: con un’alleata storica delle Generali (con cui i “triestini” avevano un accordo di bankassurance per la Germania) e di Mediobanca, Commerzbank, che è finita sotto il controllo di Allianz, grande rivale – con la francese Axa – della compagnia del Leone su scala continentale, e che quindi nel giro di poco tempo romperà gli antichi accordi commerciali.
Non è impossibile che, nella prospettiva, in terra tedesca Commerzbank possa essere sostituita negli accordi di bankassurance con Generali da Hvb, grande banca bavarese – da tempo finita sotto il controllo di una piazza Cordusio (che però ha uno storico rapporto con Allianz) – un po’ scassata ma con una vasta rete di retail. Insomma invece di un raccordo non molto competitivo tra “italiani”, si starebbero delineando alleanze più internazionali (con partner tedeschi e francesi sempre più attivi) ed espansioni nei mercati del Vecchio continente. Se le cose andranno così, è un’ottima conclusione.
Va notato che entrambe le operazioni fin qui esaminate passavano per un accordo con Cesare Geronzi, presidente di Mediobanca: nel primo caso con l’asse Unicredit- Intesa San Paolo- Generali definitosi grazie a un rapporto che il banchiere romano ha costruito con il malmesso Bazoli; nel secondo caso grazie a un intervento, al posto dei veronesi di Biasi, dei libici (molto legati a Geronzi e al suo stretto interlocutore Tarak Ben Ammar, finanziere tunisino centrale nel gruppo francese di azionisti di Mediobanca e riferimento principale della finanza araba in Italia e in Europa) che ha consentito di completare la capitalizzazione di Unicredit.
Geronzi nel sistema della finanza del Nord sta un po’ assumendo il ruolo che aveva Otto von Bismarck nella Europa della seconda metà dell’Ottocento: le alleanze tra le potenze continentali erano variabili ma tutte passavano per un rapporto con il cancelliere tedesco.
