Quanto è accaduto in Egitto è stato una sorpresa persino per le spie

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Quanto è accaduto in Egitto è stato una sorpresa persino per le spie

02 Febbraio 2011

La situazione egiziana muta di ora in ora e nessuno è in grado di prevedere con esattezza l’esito della lunga storia di Hosni Mubarak al potere. Finita l’emergenza, abbandonata l’emotività, i meriti di questo statista discutibile ma sempre circonfuso da un’aura di autorevolezza internazionale potrebbero prevalere sulle ombre.

E’ un’opinione diffusa quest’ultima, soprattutto in Israele, dove un osservatore attento, già in forza ai migliori reparti che curano l’analisi nell’intelligence ha sentenziato qualche giorno fa: “Obama potrebbe essere ricordato come il presidente americano che in politica estera ha perduto Turchia, Libano, Egitto, con l’annesso sgretolamento delle migliori alleanze in Medio Oriente". Uno scenario da incubo per la potenza americana che, in buona compagnia, nonostante alcuni rapporti di Wikileaks narrino il contrario, ha mostrato di trovarsi impreparata, quantomeno sulla tempistica, rispetto al terremoto politico e storico che ha colpito la terra dei faraoni.

Non solo Washington, come rilevato, ha subito una sorpresa che si fa ancora fatica a definire positiva. Il 25 gennaio scorso, nell’immediata vigilia della rivolta cairota, il generale Aviv Kochavi, fresco di nomina al vertice dei servizi segreti militari israeliani, assicurava davanti a una commissione della Knesset che “la stabilità di Mubarak non è in discussione, e i Fratelli Musulmani non sono ancora preparati per ambire alla successione". Evidentemente, i molti, e solitamente preparatissimi, agenti dello Stato ebraico non avevano inteso fino in fondo che “l’effetto Tunisi” stava galoppando verso questo Paese strategico per gli equilibri internazionali.

Fonti attendibili raccontano che anche a Langley si pensava al massimo a un ripetersi degli sporadici sommovimenti che erano riusciti negli anni scorsi a fare il solletico al rais dalle sette vite. Soprattutto, in America come a Gerusalemme, l’opinione più diffusa era che il generale Suleiman, prezioso alleato dell’Occidente, sempre propenso a ritener lecite e a fin di bene le sue “scappatelle” levantine, avrebbe garantito il contenimento delle proteste entro confini non suscettibili di provocare la cacciata forzata del regime.

Ora, proprio a questa figura mitica nel mondo degli 007 e dell’alta diplomazia, raffinato nei modi quanto efferato nell’interpretazione del potere, tocca il periglioso compito di governare l’emergenza ed impedire che sul campo restino solo macerie e sciacalli ammantati di fanatismo religioso.

Edward Luttwak ha detto: “Bisogna pregare che Mubarak regga", ben sapendo che potrebbe essere troppo tardi per accender ceri. La speranza valida, sempre esposta a un incalzare degli eventi che non sarebbe spiaciuto, come materia di studio, al grande Elias Canetti, resta allora concentrata sulla tenuta del vecchio leone delle spie nordafricane. Anch’egli posto dinanzi al passo decisivo d’ una carriera che potrà vellicare la gloria o toccare la carne viva della disfatta.