Home News Quanto pesa il voto cattolico

Quanto pesa il voto cattolico

0
88

Qualche settimana fa cercavamo di mettere insieme uno scenario sulla battaglia per il voto cattolico. Il quadro adesso è molto più chiaro e il timore che nella Cdl non sia stata compresa l’importanza del tema ora è realtà. Ad eccezione del Manifesto per l’Occidente lanciato dal Presidente del Senato Marcello Pera, infatti, il centrodestra si è mosso con ritardo e insufficienza. Cercando di tenere tutto insieme senza avere una visione complessiva del problema, il centrodestra ha lasciato al partito di Rutelli il quasi-monopolio delle relazioni con la Chiesa. La lettera aperta ai cattolici inviata da Paola Binetti e Luigi Bobba agli elettori è la dimostrazione chiara della strategia della Margherita. Candidare una delle bandiere del referendum sulla procreazione e il numero uno delle Acli è stata una mossa azzeccata.

Il centrodestra risponde dicendo che i Rutelli boys sono in contraddizione con la propria coalizione, laicista e addirittura anti-concordataria. Quest’affermazione lapalissiana non sposta di un millimetro il problema. Quale? Quello di un blocco politico liberal-conservatore incapace di coniugare la richiesta di identità e tradizione dell’elettorato con il concetto di laicità. Forza Italia avrebbe potuto essere il luogo ideale di sintesi, ma l’iniziativa di Pera è stata accolta timidamente e in alcuni casi addirittura ostacolata. Quella era - e resta - l’unica risposta possibile all’Opa sul rapporto tra religione e politica lanciata dai Dl fin dalla sua nascita, ma con un’accelerazione dalla campagna referendaria e la storica astensione di Francesco Rutelli.

Sul finale della campagna elettorale qualcuno ha cominciato a rendersi conto che al di là della propaganda (insufficiente) sui Pacs, l’aborto, l’eutanasia, la ricerca scientifica e la politica dell’Unione, proprio la Margherita costituisce un baluardo per la Chiesa e quei cattolici che non vogliono votare il centrodestra, ma non si sentono di sposare la sinistra. Così la Margherita è oggi il più dinamico partito di centro: messi all’angolo alcuni vecchi arnesi e ridotti a miti consigli i prodiani, la formazione di Rutelli si presenta agli elettori come un movimento politico laico, moderno e attento alla tradizione. I “ruiniani” al suo interno hanno ricevuto subito visibilità e libertà d’azione. Con l’abile regia di Beppe Fioroni hanno puntellato le loro posizioni, alzato i cavalli di frisia, issato le insegne dell’identità. Hanno goduto dell’appoggio del leader e costruito subito una posizione riconoscibile e forte all’interno dell’Unione delle contraddizioni. Posizione difficilmente scalabile da altre realtà e a cui i Ds devono inchinarsi in nome della realpolitik. La Quercia, infatti, ha esaurito quella corrente che al suo interno (da Rodano in poi) aveva assicurato un rapporto con la Chiesa. Scavalcato a sinistra dalla Rosa nel Pugno e a destra dalla Margherita, il partito di Fassino si trova nell’imbarazzante posizione di chi non ha una strategia ma solo la tattica e una macchina organizzativa che avrà il compito di arginare nell’urna la velocità della Margherita di cogliere i cambiamenti del mondo contemporaneo.

La stessa operazione non poteva riuscire all’Udc di Pier Ferdinando Casini (che in realtà si è speso molto e da politico consumato qual è ha fiutato il pericolo Margherita), troppo ancorata alla logica di scambio postdemocristiana, con una classe dirigente sospesa tra il movimentismo di Follini (uno che ha cervello e lo si vedrà dopo le elezioni) e la pratica quotidiana della mediazione scudocrociata e soprattutto senza la forza d’urto necessaria (il 5,9% delle ultime elezioni europee) per cambiare le sorti della guerra elettorale.

Una partita del genere sarebbe stata invece alla portata di un movimento d’opinione come Forza Italia: un contenitore agile, senza grandi problemi di nomenklatura (almeno nella fase della decisione finale), in cui i laici e i cattolici avrebbero costruito una nuova formula del rapporto tra religione e politica. Invece proprio le spicciole questioni di nomenklatura hanno preso il sopravvento sul ragionamento politico e quando si sono fatte le liste e varata la campagna elettorale, la battaglia per il voto cattolico è rimasta di fatto ai margini, come se l’Italia non fosse la sede del Papato e il Belpaese fosse scristianizzato da tempo. Inutile farci dei grandi giri di parole: si è persa un’occasione d’oro e pensare di recuperarla nella prossima legislatura francamente sa di utopia.

La stessa operazione poteva essere nelle corde di un partito come Alleanza nazionale, ma Fini ha peccato di laicismo: volendo giustamente interpretare una destra moderna, nè troppo ancorata al passato nè tecnocratica, il leader ha finito per fare un passo in più del necessario e ha spostato il baricentro della sua politica su posizioni spesso incomprensibili per la sua base elettorale.

Diverso il discorso per la Lega: Bossi ha sempre detto che il suo partito fin dalle origini nasce da motivazioni socioeconomiche e nella Cdl è quello che senza dubbio ha maggiore identità e coerenza. Dopo le polemiche sui “vescovoni”, oggi è sulla linea ratzingeriana. Può far arricciare il naso ai puristi della politica, ma il Carroccio ha chiara la strada da percorrere. Non ha ancora una classe dirigente capace di elevare le sue intuizioni a programma politico di alto profilo ed è stato questo il problema - e lo sarà ancora in futuro - della Lega durante tutta la legislatura. E’ un partito che rappresenta un pezzo importante di elettorato, ma non ha una proposta politica globale. E’ un frammento del mosaico.

Mosaico da cui però non emerge una figura compiuta. Il centrodestra poteva senza grandi sforzi - proprio sul tema della religione e della politica, dell’identità e della tradizione - costruire una cornice leggera e disegnare un quadro coerente. Non si trattava di cedere al clericalismo o di fare un passo indietro sull’autonomia dello Stato (queste sono pure sciocchezze), ma di fare tesoro di alcuni importanti eventi che si sono verificati nella società italiana.

Il papato di Benedetto XVI è diverso da quello di Giovanni Paolo II non per differenza teologica, ma perchè la sfida a cui oggi è chiamata la Chiesa è quella della sua stessa sopravvivenza nella società occidentale. A dispetto però di quel che si pensava, qualcosa è cambiato, le società secolarizzate e relativizzate riescono ancora a dare segni di vitalità inaspettata: l’onda lunga delle elezioni americane (dove per Bush è stata determinante il dibattito sui valori) si è sentita anche nel Vecchio Continente. Scatenata dalla crisi della crescita demografica (e dalla conseguente immigrazione), dall’inquietudine per una pervasiva insicurezza (del posto di lavoro/globalizzazione; della persona/terrorismo; della famiglia/matrimoni gay; dell’Essere/manipolazione genetica) quest’onda è giunta fino a noi in forme clamorose. Dei veri e propri gong: prima con l’astensione sul referendum per la procreazione assistita, poi con il crescente consenso al messaggio proprio della Chiesa, infine con un acceso dibattito sull’identità che supera di gran lunga per importanza e attenzione qualsiasi altro tema sul tavolo elettorale.

La politica finora riesce a cogliere soltanto la schiuma di questa ondata.

Si tratta di movimenti tettonici che alcuni studiosi della società contemporanea stanno osservando con grande attenzione. Di libri importanti in Italia ne sono usciti pochi, ma fondamentale è certamente quello di Gaetano Quagliariello pubblicato per Mondadori e intitolato “Cattolici, pacifisti e teocon”. E’ il frutto di un lungo lavoro accademico (e politico), un pezzo importante di un puzzle sull’identità e la tradizione che si sta componendo anche nel nostro Paese, nonostante il muro di gomma eretto dalle baronie universitarie e la scarsa qualità della proposta politica. All’estero gli studi fioccano e la rinascita del sentimento religioso e della tradizione sono tra i punti più importanti della ricerca filosofica e politica. Qualche giorno fa, Christopher Levenick, studioso dell’American Enterprise Institute, ha scritto un articolo davvero straordinario per il Weekly Standard dove, prendendo in esame l’aumento di vocazioni nei monasteri italiani, il magistero di Papa Ratzinger e la sua devozione per San Benedetto da Norcia (un monaco, guardacaso) e le analisi dello storico Edward Gibbon sulla caduta dell’impero romano e le fasi di ascesa e declino delle vocazioni monastiche, si suggerisce che stiamo per assistere “a un possibile rinascimento monastico”. “Questa è certamente la visione di Benedetto XVI che vede nel monachesimo uno dei tre storici elementi che hanno forgiato le culture dei Latini, dei Greci, degli Slavi, degli Scandinavi e dei Germani per poi amalgamarle nell’Europa”. Secondo il Papa, infatti, il monachesimo si dispiega nella società come “portatore non solamente della continuità culturale, bensì soprattutto dei fondamentali valori religiosi e morali, degli orientamenti ultimi dell’uomo, e in quanto forza pre-politica e sovra-politica divenne portatore delle sempre nuovamente necessarie rinascite”.

Levenick traccia una mappa dei segnali del rinascimento religioso e della reazione alla secolarizzazione: la partecipazione dei fedeli alle messe che dal 1980 al 2000 - secondo i dati della Georgetown University - è aumentata anzichè diminuire (come vorrebbe la teoria del declino infinito); 500 nuove vocazioni tra le donne che hanno scelto la clausura a Roma, mentre due anni fa erano 350; l’ordinazione dopo 200 anni di alcuni monaci nella Basilica di San Benedetto da Norcia. A questi picchi del sismografo, vere e proprie fasi “pre-politiche”, si potrebbero aggiungere molti altri elementi.

Quando c’è tumulto e confusione - è la tesi di Levenick - il monachesimo prospera e il sentimento religioso rinasce. Cosa c’entra tutto questa con la politica? Questa è la domanda che si pone chi non capisce il mondo contemporaneo, chi vive nel tumulto e nella confusione e si lascia trasportare dalla corrente informe.
Tumulto e confusione di un’Europa in cui l’epicentro della crisi sembra in questo momento essere la Francia, ma le cui onde d’urto continuano ad arrivare anche negli altri Paesi. Tumulto e confusione che nel piccolo piccolo dibattito politico italiano non trovano spazio. Tumulto e confusione che sono là, di fronte a noi, testimonianza dell’incapacità della politica di rispondere alla sfida del presente che è già quella del futuro.

Per questo sarebbe stata importante una proposta unitaria del centrodestra a questa richiesta che viene dal basso. In una campagna elettorale dalle formule generiche e priva di colpi d’ala e idee vincenti, si è lasciato al solo Marcello Pera il compito di portare la croce (e gli articoli dell’International Herald Tribune e di El Pais sono là a futura memoria), dove invece serviva un abile gioco di squadra, una serie di candidature forti e rappresentative per contrastare quelle della Binetti e di Bobba e non solo, un’azione corale che avrebbe messo a nudo tutte le contraddizioni del centrosinistra e impedito alla Margherita di accedere alla corsia preferenziale della Chiesa e far sventolare la bandiera della laicità che si sposa al rinascimento religioso.

%0A

Dopo il 9 aprile si tireranno le somme e non parliamo solo di quelle aritmetiche dell’urna.

I voti si contano, ma le idee si pesano e nel lungo termine sono queste ultime a fare la differenza e a dare al cittadino una visione del mondo a cui per ora ci sembra che sappia rispondere soltanto una forza “pre-politica e sovra-politica”.

Stiamo ancora aspettando la politica.

  •  
  •  

Aggiungi un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here