Quasi 13 milioni aspettano di essere investiti in opere pubbliche

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Quasi 13 milioni aspettano di essere investiti in opere pubbliche

06 Aprile 2010

Ricorre l’anniversario del terremoto in Abruzzo e si fanno i confronti fra la situazione di prima e quella attuale. E’ la prima volta che è possibile fare un inventario di un dopo terremoto, da cui risulta che, a un anno di distanza, sono poche le persone ancora in attesa di ricevere un’abitazione.

Le tendopoli e le baraccopoli sono durate pochissimo tempo. Quasi tutte le famiglie dei sinistrati ora hanno un casa. E l’economia, nonostante la vastità delle distruzioni e la difficile congiuntura generale, si è ripresa. Lo stato, questa volta, è stato efficiente ed efficace.

E’ evidente la differenza abissale con il terremoto del Belice, con quello dell’Irpinia, con quello dell’Umbria delle Marche del 1998. Per quest’ultimo, a dieci anni di distanza, ci sono percentualmente più sinistrati senza una abitazione permanente, che per quello de L’Aquila dopo un anno. L’organizzazione con cui è stata attuata rapidamente la ricostruzione aquilana, però, non è stata portata ad esempio per cercare di superare le lungaggini incredibili, che caratterizzano, in Italia, l’esecuzione delle opere pubbliche.

E’ stata oggetto di denigrazione. Si preferisce forse la legge Merloni, sugli appalti pubblici, varata dalla sinistra giustizialista nel 1994 e poi via via complicata che consta oramai di 600 articoli? Un regime, quello delle nostre opere pubbliche, in cui  le stazioni appaltatrici e le imprese che concorrono alle gare hanno oramai più avvocati che ingegneri. Il dominio di questo assurdo sistema è stato ampliato con la decisione della sinistra si abrogare le  forme flessibili di finanza di progetto, che erano cominciate ad emergere agli inizi degli anni 90. Va infatti ricordato che Pierluigi Bersani, attuale segretario del partito diessino, nella sua qualità di Ministro dello sviluppo economico dell’ultimo governo Prodi, nel 2007, con un decreto estivo azzerò tutti i contratti tra i consorzi privati e lo Stato per la costruzione dell’Alta velocità in Italia, ossia quelli della Milano Genova e della Treviglio–Brescia Padova, stabiliti nell’anno 1992, aprendo così la strada ad una grande quantità di ricorsi.

L’allora Ministro delle Infrastrutture, Antonio Di Pietro, complicò ulteriormente le cose con un tentativo di trattativa con le società impegnate nei lavori, per fare nuovi appalti pubblici. Frattanto, Di Pietro si pronunciava contro il progetto della Tav da Lione Torino, chiedendo nuovi controlli e carotaggi, in base alle richieste dei “no Tav della valle di Susa”. L’allora presidente della Regione Piemonte, Mercedes Bresso, diessina, che aveva vinto le elezioni regionali grazie all’appoggio dei “no Tav”, adottò la linea dipietrista per ritardare il più possibile la decisione. Questo cocktail di giustizialismo, opportunismo politico, avversione per la modernizzazione, ha così generato un enorme ritardo per l’intero sistema Tav che stava allora decollando. Con lo stesso cocktail, il governo Prodi ha bloccato, nello stesso periodo, il progetto di Ponte sullo Stretto, ritirando l’appalto, annullando il contratto con la Impregilo e  sottoponendosi alla penale di 500 milioni di euro.

Il governo Berlusconi ora, a causa di tutto ciò, ha una pesante eredità negativa che sta paralizzando il suo programma di rilancio. Un programma basato su grandi opere e opere minori prioritarie, stabilito con una delibera del Cipe del 26 giugno 2009 mediante la creazione di un Fondo infrastrutture presso la Presidenza del Consiglio.

Tale programma aveva una iniziale di 11.250 milioni, cui si è aggiunto poco dopo un altro milione e mezzo per opere varie. In totale si tratta di 12.759 milioni. Una cifra ingente, che ove erogata in tempi brevi, potrebbe dare un grande impulso alla nostra economia poiché questi finanziamenti pubblici possono mobilitare altri finanziamenti dell’Unione europea e di privati di almeno una volta e mezzo. Nel complesso oltre 30 miliardi, cioè 2 punti di Pil, con un effetto di stimolo a largo raggio.

Le opere pubbliche e le infrastrutture infatti sono in grado di dare lavoro non solo all’industria delle costruzioni, ma anche molte altre industrie, di cui ci si avvale per tali opere e infrastrutture. Si tratta anche di beni e servizi ad alto contenuto tecnologico, come a esempio quelli che riguardano le linee ferroviarie ad alta velocità. D’altra parte si tratta di  opere e infrastrutture che occorrono per ammodernare l’Italia, per accrescere la produttività delle nostre imprese, per valorizzare le nostre risorse naturali, da quelle turistiche a quelle dell’agricoltura specializzata.

Su questo programma sono già stati assegnati 6,6 miliardi. Ma sino ad ora sono stati  spesi solo 800 milioni per il Mose di Venezia, l’unica grande opera fra quelle della delibera del giugno del 2009 che è in fase di realizzazione. Dato lo stallo sostanziale del programma, non deve stupire il fatto che il Fondo Monetario Internazionale abbia rivisto al ribasso, dallo 1% allo 0,8%, la sua precedente previsione di crescita del Pil italiano nel 2009, già inferiore a quella del Ministro dell’Economia e finanze, Giulio Tremonti, che aveva stimato tale crescita allo 1,1%. E’ difficile dire quale sarà il nostro tasso di crescita del Pil quest’anno. E’ possibile che il ribasso dell’euro, dovuto alla crisi greca ci consenta comunque, di avere un tasso di crescita maggiore di quello stimato dal Fondo Monetario e forse persino di Tremonti. Ma, qualsiasi cosa accada al riguardo, sarà molto modesto il contributo che alla crescita del Pil del 2009 potrà essere dato dal programma di opere pubbliche co-finanziate dallo stato del 2009.

Una parte notevole della nostra capacità produttiva, nel settore delle costruzioni e delle infrastrutture, pertanto rimarrà inutilizzata e la disoccupazione sarà maggiore di quella diversamente possibile. E non ci si dovrà meravigliare se il tasso di crescita del nostro Pil sarà inferiore  a quello francese e tedesco.

L’elenco delle opere del Fondo infrastrutture ancora ferme è impressionante. Ci sono le due Tav Milano Genova e Treviglio Brescia, le cui concessioni erano state annullate da Bersani e Di Pietro. E c’è il ponte sullo stretto, a sua volta bloccato dal governo Prodi, nel 2007. Ci sono l’eterna autostrada Salerno-Reggio Calabria gestita dall’Anas, per progetti  in attesa di decollo per 877 milioni, la ferrovia Napoli Bari, i piani idrici del Mezzogiorno. Questi ritardi generano un particolare danno per il Meridione, che è molto carente di infrastrutture. E tutto ciò a causa di una legge sugli appalti inagibile, dell’avversione alla finanza di progetto e di quella per le grandi opere regalate all’Italia della sinistra, ogni volta che è stata al governo. Essa continua a prendersela con il governo e con il Ministro Tremonti che non avrebbero alcun programma di rilancio. Ma questa è una menzogna.

L’argomento che gli interventi non partono perché il Tesoro non ha ancora garantito il finanziamento dell’intero programma non ha senso. La volontà del governo di attuare questi interventi nella loro interezza è evidente. Ma ciò non basta, purtroppo a far partire le opere. Ed ora l’Ance (l‘Associazione Nazionale Costruttori Edili) chiede a Berlusconi di sbloccare la situazione modificando la legge Merloni. Ma molto difficilmente si può fare in tempi ragionevoli. Un mero ritocco di alcune norme di questa macchinosa legislazione non basta. E’ tutto l’impianto che non è valido. Infatti la legge Merloni si basa su due principi assurdi.

Il primo – frutto di una superficiale cultura economica che servì all’epoca di “Tangentopoli” per celebrare i successi del nuovo corso – consiste nel criterio per cui le gare di appalto si decidono a favore di chi fa l’offerta a prezzi più bassi. Il tempo di esecuzione dell’opera e altri elementi di convenienza economica e di competenza tecnica delle ditte concorrenti non vengono presi in considerazione. Il secondo assurdo principio della legge Merloni è quello che possono concorrere ad ogni appalto tutte le impresa di lavori, anche piccole e senza garanzie finanziarie. La conseguenza è che agli appalti si presentano migliaia di imprese e che i prezzi che offrono spesso sono inverosimilmente bassi. La selezioni dei vincitori è laboriosa e prende molto tempo. Poi, le ditte vincitrici, appena ottenuto l’appalto, cominciano a impugnare qualche clausola, per ottenere delle revisioni a proprio favore, in modo da rendere il contratto più vantaggioso. Così si generano contenziosi, che danno luogo a continue dilazioni. I lavori vanno comunque a rilento, perché le ditte appaltatrici, per stare nei costi, impiegano poco macchinari e manodopera poco qualificata. E i loro cantieri si fermano di notte e durante le feste per evitare i costi aggiuntivi del lavoro notturno e festivo. Non di rado, poi, le imprese che hanno ottenuto gli appalti falliscono in corso d’opera. Il lavoro rimane quindi a metà e bisogna fare nuove gare.

Occorrerebbe, allora, stabilire che i tempi di esecuzione delle opere sono parte integrante dei criteri di valutazione della offerta più vantaggiosa. D’altra parte le offerte con ribassi eccessivi rispetto ai costi standard presunti andrebbero escluse. Si tratta di un criterio ovvio per tener conto dei principi base dell’economia di mercato, in cui non esistono i miracoli. Inoltre gli aspiranti concorrenti per essere ammessi alla gara dovrebbero avere un capitale sociale e strutture adeguate alle opere oggetto dell’appalto. In aggiunta a ciò, bisognerebbe chiedere ai concorrenti agli appalti una garanzia di fideiussione per almeno il 50 % del valore dell’opera, come avviene di regola negli Stati Uniti. Così potrebbero concorrere agli appalti solo le imprese e i consorzi di imprese che hanno i requisiti per un lavoro serio. La selezione sarebbe più semplice. Ci sarebbe un minor contenzioso. I rischi di fallimento in corso d’opera sarebbero minimizzati. I tempi si accorcerebbero. E si risparmierebbe molto denaro, con migliori risultati. Ciò anche perché “il tempo è denaro”.

Appare evidente che una riforma di questo genere non può essere attuata rapidamente. Il premier Berlusconi aveva cercato di aggirare gli ostacoli aumentando le ipotesi di interventi di urgenza in modo da poter ricorrere maggiormente alla legislazione sulla protezione civile, che si avvale di una normativa molto più celere. Ed aveva cercato di renderla ancora più snella accentuandone i caratteri privatistici. Ma questo tentativo è stato bloccato.

Si potrebbe cercare di battere maggiormente la strada della “finanza di progetto”, che era stata adottata per la Tav. Con questo sistema le opere vengono assegnate, sulla base di progetti di larga massima, a imprese o consorzi di imprese che si finanziano con il ricavato delle iniziative in questione e con sovvenzioni pubbliche. Esse, dopo ottenuta la concessione, elaborano per proprio conto i progetti esecutivi dettagliati, e assegnano con proprie gare, conformi alla normativa europea, i lavori che non eseguono direttamente. Ma per i tratti di Tav per i quali si è abolita la concessione e si è voluto procedere a gare di appalto, oramai è impossibile tornare indietro.

Non so come Berlusconi possa riuscire a sbrogliare questa matassa. Mi auguro che ci riesca. Ha portato a termine altre imprese apparentemente impossibili. Il confronto fra quello che lui è riuscito a fare mediante la Protezione civile, operando con criteri manageriali (è il caso del terremoto de L’Aquila e dei rifiuti della Campania), e quello che non si è fatto, adottando i criteri burocratici e pseudo moralisti messi in voga dalla attuale sinistra italiana è sconfortante.

E’ comunque singolare che quando le cose non vanno, si chieda a Berlusconi di intervenire, salvo poi sminuirne i risultati e far partire campagne denigratorie contro di lui e i suoi collaboratori. Do you remember?