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Non si vola alto...

Quel che Conte non dice (e l’opposizione non gli chiede)

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C’è stato qualcosa di eccessivamente avvocatesco nelle comunicazioni che ieri il Presidente del Consiglio ha reso alle Camere, con più di dieci giorni di ritardo rispetto all’impegno, messo nero su bianco in un decreto, di presentarsi ogni quindici giorni in Parlamento. I grandi avvocati hanno scritto pagine memorabili del dibattito parlamentare. Lo hanno fatto quando hanno trovato il giusto equilibrio tra le loro capacità professionali e la politica, riconoscendo così, implicitamente, l’autonomia di quest’ultima. Conte ieri non ha dato l’impressione d’esserci riuscito. Per l’essenziale, doveva spiegare cosa farà giovedì al consiglio europeo nel quale si discuterà del Mes riveduto e corretto. Ha detto, in sostanza, che è pronto a capitolare e ad accettarlo rimangiandosi molto di quanto sostenuto fino all’altro ieri. Lo ha fatto con un eloquio teso a confondere le carte e invece di volare alto è rimasto, come si dice, “terra terra”: ad un’altezza non idonea al momento storico che si sta vivendo.
L’opposizione che è andata in scena ieri, d’altro canto, non è stata delle migliori. Anch’essa non ha trovato la misura e si è barcamenata tra l’invettiva e la sceneggiata. E così sono rimaste inevase tre questioni che, forse, in maniera molto secca, sarebbe valsa la pena porre all’Avvocato Presidente del Consiglio:
1. Sul piano interno Conte ha ripercorso e si è dilungato su quanto fatto dal governo in questi quindici giorni. Ha accennato appena alle task force costituite con ritmo indiavolato. Ha sfiorato la “fase due”. En passant ha comunicato la volontà di chiedere al Parlamento uno “scostamento” dal bilancio di altri 50 miliardi da impiegare nel “decreto d’aprile” (che nel frattempo è diventato di maggio).  Non sembra aver compreso che, se vuole utilizzare queste sue “informative” al fine di bilanciare, per quanto possibile, un evidente squilibrio tra i poteri frutto di una situazione eccezionale, non basta riferire al Parlamento quanto è stato fatto. Assai più importante discutere con esso, e approfonditamente, su ciò che il governo intende fare. Non dà l’impressione di aver compreso, insomma, che per la Costituzione la legittimità del suo governo risiede nel Parlamento e non nella crisi in atto.
2. Sul piano esterno Conte ha provato a spiegare come e perché il Mes sanitario si sia emancipato, grazie a uno speciale regolamento, dalle condizionali previste dal Mes originario. E perché, dunque, nel quadro degli strumenti complessivamente messi in campo dall’Unione Europea esso sia divenuto se non virtuoso quanto meno accettabile. Conte sa, anche se spesso fa finta di scordarlo, che nella gerarchia delle fonti un dpcm è sottomesso alla legge e – nemmeno a dirlo -, alla Costituzione. Allo stesso modo sa che con un regolamento non si può  cambiare un trattato internazionale. Per questo, dunque, le condizioni previste nel Mes originario, contro le quali ha inveito fino all’altro ieri, non potranno venir meno, come del resto ha spiegato tra le righe lo stesso Klaus Regling, l’uomo a capo del Mes, nell’intervista pubblicata domenica  dai giornali italiani. Sarebbe forse valsa la pena che le opposizioni lo interrogassero su questo punto in modo diretto e preciso.
3. Sul piano politico. Pochi giorni fa la maggioranza che lo sostiene, proprio sul Mes, si è spaccata in Parlamento Europeo: il Pd ha votato a favore, il Movimento 5 Stelle contro. Nel mentre un partito dell’opposizione – Forza Italia – ha preso una decisa posizione a favore del Mes. Se la politica avesse ancora una logica, in un momento come questo e su una questione di tale portata, la circostanza sarebbe stata giudicata di quelle che vanno chiarite. Sarebbe stato interesse innanzitutto del Presidente del Consiglio chiedere un voto compatto di chi lo sostiene affinché, forte di questo appoggio, potesse rappresentare con maggiore forza le ragioni dell’Italia al tavolo europeo. Invece, ha preferito trincerarsi dietro l’informativa e, con piglio avvocatesco, confondere le carte. Anche di ciò gli si sarebbe dovuto chieder conto. Perché Conte oggi è sostenuto più dall’emergenza e dal conseguente stallo istituzionale che da una vera maggioranza. Restano inevase, per questo, due ulteriori questioni decisive: è questa una condizione compatibile con le necessità del Paese? Fino a quando?
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