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Sarebbe questa la responsabilità

Quel Congresso permanente che ha sfasciato il Pd

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Il circo mediatico che sta investendo in questi giorni il Partito democratico e i vari Renzi, Letta, Civati, Cuperlo ci riporta, come se nulla fosse, a parecchi mesi indietro. Ci si può chiedere legittimamente come una organizzazione politica che esprime, direttamente o indirettamente, le prime quattro cariche istituzionali, possa dibattere sette giorni su sette sulle regole del futuro ma imprecisato svolgimento del suo Congresso.

Eppure, al momento della sua nascita, un comitato numerosissimo di politici, storici, giuristi, intellettuali (di rappresentanti della “base”, che risulti, non ce n'era traccia) stilò uno Statuto molto rigoroso, il quale, fedele alla moda dell'epoca che voleva un partito plastico, anzi di plexiglas, prevedeva consultazioni aperte per la carica di segretario aperte non solo ad iscritti ma anche a simpatizzanti. Così venne eletto Walter Veltroni, che stracciò i concorrenti Bindi e Letta e, allo stesso modo, Pier Luigi Bersani ebbe la meglio su Dario Franceschini.

Da quest'ultimo congresso, è nato, forse, un altro partito. Dopo un paio di anni passati a metabolizzare la sconfitta elettorale del 2008, lasciando a Di Pietro e Grillo il ruolo di opposizione rumorosa, il Pd si chiuse, con l'emergere della figura di Matteo Renzi, nel dibattito stantio delle regole e dei cavilli. Ecco che la priorità, proprio durante la delicata transizione tra il Governo Berlusconi e il Governo Monti, divenne il modo di eleggere il leader della coalizione (che ancora non era chiara) e se questi, per il Pd, dovesse essere, come da Statuto, il segretario del partito.

Quel segretario del partito che, visto da sinistra, non ebbe la forza di opporsi a Napolitano e che, invece di andare ad elezioni e stravincerle, permise a Berlusconi di riprender fiato verso una rimonta che poi, puntualmente, ebbe luogo. Non è un mistero che, già più di un anno fa, alle importanti questioni di politica economica, il Pd preferisse lacerarsi sulle regole delle primarie e se queste sarebbero dovute tenersi con uno o con due turni, se aperte a tutti o solo agli iscritti. E così via. Alla fine le primarie si sono svolte, con un vincitore, ma, dopo poco tempo il dibattito è ricominciato.

Oggi, proprio mentre è in gioco la vita del governo sostenuto dal più grande gruppo parlamentare della storia della Repubblica (del Pd), la priorità è ancora, le modalità della contesa tutta interna al partito. Ora, sarebbe legittimo chiedersi come una organizzazione politica importantissima, che controlla la stragrande maggioranza di enti locali e che ha la golden share del governo, abbia aspirato e possa ancora aspirare al governo (in solitario) del Paese quando è totalmente incapace di darsi delle regole che, non solo già ci sono, ma che per convenienza dell'una o dell'altra parte, vogliono essere cambiate.

Non siamo poi sicuri che, una volta svolto il congresso, che potrebbe proprio come ai tempi della Dc, provocare smottamenti nello stesso governo, la situazione si stabilirà. La storia della sinistra degli ultimi vent'anni parla chiaro: il congresso, invece che rappresentare la fine delle ostilità è, piuttosto, l'anticamera dell'inizio di nuove lotte e regolamenti di conti. Per non parlare della transumanza di truppe cammellate che, una volta fieramente bersaniane stanno via via iscrivendosi al partito renziano.

Se, come appare poco improbabile, il governo Letta sarà costretto ad una sopravvivenza travagliata e precaria, il Pd non potrà esimersi dal prendersi le sue responsabilità: la fragilità del governo è figlia della fragilità del partito. Lo si era già capito scrutando la compagine governativa democratica: il vicesegretario, il capogruppo, due ex sindaci, un giovane turco, una atleta, un medico di origine congolese, un dalemiano e così via. Di certo non il dream-team sognato da Bersani. Piaccia o no, questa è la situazione che emerge da quello che da più parti viene riconosciuto essere l'unico vero partito esistente in Italia. Ma un congresso permanente non fa un partito. Lo sfascia.

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