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Negli USA una donna su 5 ha il primo figlio dopo i 35 anni

Quel terremoto nella procreazione che passa sotto silenzio

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Un terremoto, una rivoluzione totale è in atto. Quale? Il popolo ha finito in massa per fare figli non più nella giovinezza piena, ma ben più in là, “nel mezzo del cammin di nostra vita”. E a quanto pare non ha “deciso realmente”, ma ha subìto preponderante l’imposizione del mercato del lavoro. Le conseguenze socioeconomiche sono fortissime, ed è strano, davvero strano che nessuno né gioisca né pianga: solo silenzio?

Come riporta un recente studio californiano, (Human Reproduction, febbraio 2013) oggi negli USA una donna su cinque ha il suo primo figlio dopo i 35 anni, un tasso otto volte maggiore che nella generazione precedente. Cosa che, spiegano, aumenta il tasso di infertilità, che non è riequilibrata dall’aumento di ricorso alla fecondazione in vitro (che a 35 anni ha un successo nel 41% dei casi e che funziona nel 4% dei casi dopo i 42 anni di età). E’ bene? E’ male? Certamente il quadro sociale cambia radicalmente… eppure: silenzio.

E preoccupa la comunità scientifica il fatto che le donne non sono pienamente coscienti delle problematiche legate questo terremoto. Infatti lo studio suddetto mostra che “le donne non hanno una chiara consapevolezza dell’età in cui la fertilità inizia a declinare. Più di metà delle partecipanti sono rimaste scioccate scoprendo che le possibilità di concepire alla loro età erano molto minori di quanto presupponevano”; per questo chiedono “una migliore educazione in questo campo per correggere false informazioni popolari o generate dai massmedia”. Ma l’informazione non basta a cambiare questo trend, perché “circa metà delle donne riconosceva che le loro circostanze di vita personali non le hanno incoraggiate a cercare di avere un figlio in epoca più precoce”. Alla faccia della libera scelta.

Un recente studio americano apparso nel 2007 sulla rivista Sociology of Health and Illness concludeva che le donne hanno solo “un’illusione di controllare il tempo riproduttivo e il loro corpo”. E sosteneva che “il controllo riproduttivo è una mera illusione, dato che le scelte riproduttive sono da inquadrare in un contesto sociale e clinico che le influenza”. Insomma, il terremoto avviene in un mare di disinformazione; sembrerebbe materiale per una megaprotesta: ma come, tutto cambia e non ci chiedete il nostro parere? Eppure… silenzio.

E’ un terremoto a catena: si parte dal divario generazionale fortissimo che non garantisce più un ricambio nel mondo del lavoro, e si nota subito che oggi sono quasi spariti i concetti di cugino, cognato, zio, in un mondo in cui i figli non hanno più fratelli o sorelle; si nota l’aumento di una figura che prima esisteva solo sporadicamente: i gemelli – grazie all’aumento dell’età materna e alle tecniche fecondatorie. Si nota infine l’ingresso routinario della diagnosi genetica prenatale in seguito alla quale oggi si nasce solo dopo aver passato un esame di idoneità; cosa ambiziosa per un verso ed epocale per un altro: mai si era pensato nella storia del mondo ad un patentino di idoneità prenatale generalizzato. Non discutiamo se sia un bene o un male anche in questo caso, ma riflettiamo sul fatto che è un cambio ontologico e che, come spiega Carine Vassy (Trends in Biotechnology, 2005) l’ingresso non è avvenuto in seguito ad una pressione popolare che ne reclamava l‘introduzione, ma “per motivi altri dalla domanda degli utenti”.

Ma di fronte a queste rivoluzioni – e alla disinformazione che le circonda! - dove è il dibattito e la cultura? Dove sono i paladini della coscienza democratica? Chi reclama maggior informazione? Si discute certo di riproduzione: leggi su fecondazione o convivenza, ma quasi a rifinire o arginare i tratti di un cambiamento che ormai si dà per avvenuto. Si discute di dettagli su un quadro di terremoto! E il terremoto è avvenuto: un cambiamento sociale, trans generazionale, che fa slittare le generazioni come i lastroni di ghiaccio al polo nord. Non dico qui se è bene o se è male; ma è una rivoluzione sociale strana perché nessuno né gioisce né piange: solo silenzio.
 

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