Quella di D’Alema non è politica estera ma interesse personale

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Quella di D’Alema non è politica estera ma interesse personale

Quella di D’Alema non è politica estera ma interesse personale

14 Marzo 2008

A
Massimo D’Alema è riuscito il capolavoro di fare deflagrare una crisi
diplomatica tra Italia e Israele quale mai si era verificata. Giovedì, infatti,
l’ambasciatore israeliano a Roma Gideon Meir ha stigmatizzato con parole di
fuoco, ben poco diplomatiche, la reiterata richiesta di D’Alema a Israele
perché apra trattative dirette con Hamas. Richieste che il titolare della
Farnesina aveva avuto il pessimo gusto di avanzare anche pochi minuti dopo
avere appreso la notizia della strage nella scuola rabbinica di Gerusalemme e
dopo che Hamas aveva detto di “considerare un onore” attribuirsi un eccidio le
cui vittime erano otto adolescenti intenti a studiare la Bibbia.

”Chi ci invita
a negoziare con Hamas ci invita semplicemente a negoziare sulla misura della bara
e sul numero dei fiori da mettere sulla corona: Hamas vuole soltanto la
distruzione di Israele”: con queste parole – al limite dell’offesa personale –
Gideon Meir ha sancito l’esistenza di un fossato tra Roma e Gerusalemme che
D’Alema ha scavato con pervicacia negli ultimi due anni. Né regge la
spiegazione subito avanzata dai giornali e dalle agenzie che fiancheggiano il
governo Prodi, che sostengono che il comunicato è un’iniziativa personale di Meir
che non avrebbe ricevuto nessun input o autorizzazione da Gerusalemme. Solo
pochi giorni fa, durante un incontro a Lisbona tra le due delegazioni, Tipzi
Livni ha interrotto bruscamente D’Alema che si avventurava nelle sue solite,
arditissime, analisi geopolitiche, ha scoperto il polso, ha indicato l’orologio
e con voce gelida gli ha detto: “Ho solo 15 minuti per lei, ne tenga conto”. Lo
stesso Piero Fassino si è reso conto dell’abnormità della posizione di D’Alema
e se ne è subito differenziato – pur fingendo di difendere D’Alema – ricordando
che ogni trattativa con Hamas deve essere preceduta da quel riconoscimento del
diritto all’esistenza di Israele che Hamas continua pervicacemente a negare.

E’
dunque evidente che quel ruolo centrale, strategico, che D’Alema si vantava di
avere fatto assumere all’Italia con la sua spinta per la creazione della
missione Unifil in Libano nell’estate del 2006 è durato lo spazio di un
mattino. In una prima fase Israele, e la stessa Livni, avevano valutato che
effettivamente D’Alema intendesse comunque garantire uno scudo di sicurezza a
Israele – su tutti i campi – pur diminuendo l’intensa vicinanza alle posizioni
israeliane manifestate dai governi Berlusconi, sia pure usando ampiamente il
prestigio che la sinistra italiana ha tradizionalmente nei paesi arabi.
Illusione rapidamente tramontata che ora lascia il posto ad una fiera
indignazione che si basa sulla piena comprensione delle ragioni che spingono
D’Alema a continuare a chiedere buoni rapporti con Hamas, Hezbollah e l’Iran di
Ahmadinejad. Ragioni che nulla hanno a che fare con la politica mediorientale
ma che tutto hanno a che fare con la “voglia di poltrone” del nostro ministro
degli Esteri. La Livni e Meir sanno benissimo che D’Alema è perfettamente al
corrente delle trattative tra Israele e Hamas che Hosni Mubarak sta conducendo
in questi giorni. Sanno anche benissimo che questa reiterata richiesta – ripetuta ormai ogni giorno – è diretta ad altri e a tutt’altro scopo:
accreditare D’Alema presso i paesi più antisraeliani e filopalestinesi dell’Ue
in vista dell’ottenimento del loro voto per una importante carica europea. Si
tratta di paesi marginali, di Cipro, Malta, Lettonia, Grecia, Finlandia, una
costellazione di paesi minori che però hanno ognuno un voto da spendere al
momento buono. Un Asse del tutto marginale, fondamentale però per spostare le
maggioranze numeriche in votazioni determinanti. Ancora una volta, dunque,
D’Alema piega a una logica di manovre di palazzo, di piccolo, piccolissimo
cabotaggio, temi strategici di politica.

Solo che questa volta lo scenario di questi
suoi intrichi non è la stemperata scena romana, ma l’insanguinato Medio Oriente
e D’Alema ha dovuto imparare a sue spese – purtroppo anche a quelle dell’intero
paese – che avere a che fare con il governo di Gerusalemme è altra cosa rispetto
alle sue abituali “cene con le acciughe” per sganciare Bossi da Berlusconi nel
1995 o alle sue trame per conquistarsi i voti del transfuga Mastella – poi
brutalmente scaricato – per mettere in piedi una maggioranza per il suo governo
nel 1998.