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Un racconto per una canzone

Quella sera santi e diavoli vennero a fargli visita in processione

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“Mamma…”, scrisse senza vergognarsi della sua fragilità. Poi restò fermo, bloccato a cercare l’ispirazione. Sotto la pagina bianca pulsava uno sciame di parole. Sapeva già troppe cose per avere solo vent’anni.

“Ho ucciso un uomo”. Si guardò le mani e gli sembrò che fossero sporche di sangue. Le aveva lavate cento volte ma erano ancora sporche. “Ho premuto il grilletto e adesso è morto”. Lo scrisse nello stesso modo in cui l’aveva fatto. Senza rendersene conto, senza pensare alle conseguenze: un impulso irrefrenabile, il richiamo di un suono e di un’emozione.

Perché, dannazione, perché non si pensa mai alle conseguenze? Era bastato un attimo e un gioco assurdo si era trasformato in tragedia. A chi era venuta l’idea di una rapina? Quella stupida, stupida idea da ragazzi… Una vita era svanita nel sibilo di uno sparo, e la sua insieme a quella. Solo lentamente, giorno dopo giorno, chissà per quanti altri giorni.

Non importa che ancora non l’avessero preso, non importa che forse non l’avrebbero preso mai. Di fronte al mondo e a se stesso stava scontando una terribile condanna all'oblio. Dal giorno dell’omicidio la sua vita non aveva più un senso. Procedeva sbandando da una parte all’altra, come la camminata di un ubriaco.

“Il mio momento è arrivato troppo tardi. Ho i brividi lungo la schiena”.

Il vento gli stava accarezzando i capelli, come sulle rive della Senna, sotto i ponti, o nelle selve con gli zingari boemi. Come altre volte provava un senso di bruciante libertà. Si immaginava di essere un ladro e un poeta, di sgattaiolare nelle vite degli altri e cogliere in gran segreto un’impressione rivelatrice. La sua libertà era essere lì quel giorno e il giorno dopo da tutt’altra parte. Potersene andare dove voleva senza che nessuno lo aspettasse o lo cercasse.

Fuggire era diventato il suo modo di vivere. Gli aveva permesso di conservare l’innocenza. Gli aveva tolto ogni possibilità di essere uomo. Fuggire era l’ultima illusione: correre e correre per restare fermo. “Mamma… a volte vorrei non essere nato”.

Calava il buio e lui cominciava a mettere ordine nei suoi pensieri. Di solito l’ordine s’annunciava con una stretta di malinconia. Di notte – il campo libero da incontri, contrattempi e distrazioni – si sentiva finalmente padrone di se stesso. E il mondo, quello gigantesco che percorreva in un valzer di bandiere, si rimpiccioliva fino ad entrare nella sua testa.

Di notte specialmente venivano a fargli visita processioni di santi e diavoli, carovane di anime in pena che avevano facce di maschere o persone scomparse dalla sua vita. Angeli si offrivano dal cielo di salvarlo e creature mostruose gli promettevano un posto all’inferno. Tutti vestivano sgargianti come in una pantomima e ognuno lasciava un odore e una parola.

Nella sua mente, poi, quelle parole echeggiavano come un canto a più voci, svegliavano pensieri che crescevano in ragionamenti e salivano su su fino alla cima dei massimi sistemi, ai piedi delle cose più semplici della vita.

Le stelle e il blu cobalto dell’Oceano, l’estate e l’odore di gelsomino. Le carezze di sua madre, che a volte gli erano sembrate troppe e a volte troppo poche, e adesso semplicemente gli mancavano da spaccargli in due il cuore.

Maledetta fortuna!, protestò. Maledetta società! Maledetta la vita che l’aveva illuso… “E così credi di potermi offendere e insultare? Credi di potermi amare e poi lasciarmi morire?”. No, diavolo, non poteva essere così… Era bastato distrarsi e il suo destino si era compiuto in un attimo. Ora poteva fuggire, gridare e dibattersi, ma restava prigioniero di quell’attimo. Solo nell’indifferenza, a volte, trovava scampo: gli dava un minuscolo sollievo credere che niente avesse un senso.

“In fondo niente m’importa davvero”.

La notte era umida e cruda come una viscera scoperta. Lo zingaro pensò alle promesse dell’adolescenza e a come era adesso. Sapeva troppe cose e forse non ne aveva capita neanche una. Soffiava col vento, correva veloce e non si fermava da nessuna parte. Volava un metro sopra l’ansia e la paura, sopra la dignità e la vergogna, un metro sopra le vite degli altri.

Quanti ne aveva visti nel suo pellegrinaggio, sparsi per strade che portavano allo stesso posto, lacerati dalle scelte, persi dietro complicate formule che dovrebbero produrre la felicità. A lui sembrava di conoscerle tutte, quelle vite; solo nella sua mente ma le aveva vissute tutte. E tutte le portava nel cuore, ognuna col suo sogno infranto e la sua crudele, invisibile schiavitù alle leggi del mondo. Le indossava ogni tanto per gioco come abiti in esposizione: si guardava allo specchio per vedere l’effetto, già sapendo che non ne avrebbe mai comprato uno.

Poteva abbracciarle tutte, perché lui non era niente.

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