Quelle gaffe provvidenziali di Donald Trump per rimediare ai pasticci di Barack Obama

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Quelle gaffe provvidenziali di Donald Trump per rimediare ai pasticci di Barack Obama

28 Febbraio 2017

Gaffe provvidenziali. “Yet sometimes an off-center comment can have its uses” Scrive Charles Krauthammer sul Daily Telegraph del 24 febbraio. Il celebre commentatore conservatore (ma firma anche del quotidiano superantitrumpista Washington Post) spiega come le provocazioni in politica estera di Donald Trump alla fine stiano producendo risultati che potrebbero essere positivi.

La tattica trumpista di sfidare competitori, nemici e alleati, con frasi urticanti (La Cina non può darci ordini su con chi possiamo parlare o no, la difesa dell’Europa non può essere pagata solo da noi, con tutto quello che spendiamo in Irak sarebbe giusto essere compensati con un po’ di petrolio, si potrebbe mettere l’ambasciata americana a Gerusalemme, l’euro è un marco mascherato che avvantaggia il commercio tedesco, non accetteremo con semplici procedure immigrati dalle nazioni dove si combatte contro gli americani, e così via) è un modo per porre su basi realistiche una politica estera scombinata da quella precedente puramente retorica di Barack Obama.

Nei fatti, finora, dopo le urticazioni (anche se non vanno sottovalutati i possibili pericoli di certe accelerazioni come avverte Krauthammer) sono seguite trattative più precise affidate da Trump a un team di persone di qualità che provengono dal Pentagono, dalla Goldman Sachs e dall’industria a partire da quella -fondamentale per gli Stati Uniti- petrolifera, impegnate a cercare le necessarie mediazioni e convergenze, che forse potrebbero riuscire meglio senza il preventivo spargimento di melassa che caratterizzava la linea di condotta obamian-hillarian-kerrista.

 

Nebbie togate sul Tavoliere. “Emiliano ha un procedimento disciplinare in corso e io non posso dire se si deve dimettere”. così Piercamillo Davigo presidente dell’ Associazione Nazionale Magistrati il 22 febbraio a Otto e mezzo su La7.  Tutta la storia del potere italiano nella Seconda repubblica è segnata da un certo caos nel rapporto tra le istituzioni della democrazia politica e lo strabordare di ordinamenti come quello della magistratura. Al ruolo di controllo della legalità che hanno gli apparati della repressione del crimine e alla funzione di garanzia superpartes che dovrebbe avere la magistratura giudicante, si è sostituito un sistema nel quale settori dello Stato svolgono un ruolo di surroga o supplenza delle istituzioni della sovranità popolare.

Anche ampi settori delle toghe più radicali, a partire da quelle che hanno come riferimento Luciano Violante, hanno compreso come una certa torsione politica delle funzioni giurisdizionali crei nel medio periodo un deperimento della democrazia. Ma questa consapevolezza non traducendosi in vere riforme non ha consentito di superare le tendenze in atto. Il governo Renzi ha preferito rimediare alla situazione inventandosi un superpotere del magistrato messo a dirigere l’autorità anticorruzione, Raffaele Cantone, e ciò di fatto ha prodotto tra l’altro nuove invidie e rancori (anche perché l’assetto del concreto potere della magistratura è feudale non monarchico) che hanno alimentato un ulteriore degrado del sistema democratico.

Oggi assistiamo a Michele Emiliano che fa politica da diversi anni prima come sindaco di Bari ora come governatore della Puglia, e ha assunto un ruolo chiave nelle vicende del Pd, prima promuovendo una scissione poi tornando sui propri passi, senza mai dimettersi da magistrato. Ora è vero -come ha notato il governatore pugliese- che l’accanirsi solo sul suo caso è anomalo. Ma le parole stesse di Davigo fanno capire come la sua scelta di non dimettersi sia contestata anche dentro la stessa categoria togata e come dunque un certo appoggio del ministro della Giustizia Andrea Orlando o del piddino vicepresidente del Csm possano influire su scelte politiche di Emiliano che altrimenti appaiono francamente  inspiegabili.  Come un po’ anomalo appare non tanto testimoniare su un caso di presunta corruzione come quello Consip, quanto rivelare un sms che Luca Lotti gli aveva inviato ben due anni fa.

 

Senza cultura. “Culture incollate” così Angelo Panebianco descrive sul Corriere della Sera del 27 febbraio il processo di formazione di un Partito democratico che non essendo riuscito a darsi una identità unitaria, era condannato a dividersi. E’ opportuno  prendere spunto dalle acute considerazioni panebianchesche per approfondire l’esame di quel che è successo a sinistra negli ultimi venti anni. Mentre è evidente come i partiti socialisti e affini siano in grave difficoltà in tutto l’Occidente perché non hanno ancora elaborato una strategia adeguata su come superare/mantenere quel welfare state che costituiva il cuore della loro proposta politica, in Italia la crisi è ben più radicale perché la già complessa riflessione culturale “occidentale” è stata paralizzata anche dalle posizioni di rendita su cui l’articolato ceto politico italiano di sinistra poteva contare : ampi settori dello Stato (quel “deep State” che alcuni “liberal” americani vorrebbero mobilitare oggi contro Donald Trump) larghi settori dell’impresa e della finanza più assistita, i principali centri dell’euroburocrazia e del suo dominus berlinese, lo stesso movimento sindacale costretto “a stare a sinistra” hanno in questo senso contribuito a bloccare le indispensabili riflessioni sulla Costituzione repubblicana, sui Trattati europei, sul ruolo del sindacato, perché i benefici materiali “ambientali”superavano ogni incentivo a rinnovarsi. Così non si è proceduto in grande misura a quelle innovazioni che sono state possibili in altre sinistre europee e, soprattutto, si è impedito alla radice la ricomposizione tra culture diverse necessaria a  far vivere nuove organizzazioni politiche come il Pd.  Anteponendo gli  interessi di un ceto politico a quelli delle basi sociali, non si disponeva più della leva concreta per effettuare i necessari cambiamenti e integrazioni.

 

Il mite e moderato Melloni. “Non ha saputo né spargere mitezza né convincere i moderati, e s’è ridotto a mestare la fangosità da usare contro ogni nemico” così Alberto Melloni scrive sulla Repubblica del 28 febbraio riferendosi al cattolicesimo di destra. Il cattolicesimo di destra, un coacervo di spargitori di fango. Quel che si chiama un ritratto “mite” e “moderato”.