Quell’epoca in cui a sinistra c’erano solo parvenu
24 Maggio 2008
Quando, dopo le elezioni del 1876, la Sinistra scalza gli eredi di Cavour dalla guida dello Stivale, il bel mondo, con qualche ritrosia, è costretto ad aprire agli uomini nuovi case e salotti. Persino a corte si allargano le maglie. Qualche pregiudizio tuttavia resiste. In particolare, al Quirinale ai tempi di Umberto I e Margherita dove pure gli esponenti della Sinistra non mancano di farsi vedere certe barriere sembrano dure a morire. Lo sostiene Carlo M. Fiorentino, autore di "La corte dei Savoia (1849-1900)", e in questo senso ricorda come “soltanto Nicotera aveva titolo di ballare a corte una quadriglia o un valzer con la regina, poiché disponeva di un titolo nobiliare”.
Per il resto, si mostrano “più pretenziosi dei loro predecessori” e non mancano in occasione dei grandi ricevimenti di presentarsi “ricamati d’oro e coperti di croci” scorazzati da vetture “prese in affitto”. In una parola: parvenu. Almeno così appaiono ai più caustici fra i rappresentanti dell’ex maggioranza parlamentare, tipo l’abbastanza cortigiano Ruggiero Borghi che ipotizza di sbarazzarsene al più presto per “ricostruire una rigida corte aristocratica”.
E’ questo solo uno dei tanti dettagli, poco noti al grande pubblico, che si possono ritrovare nell’interessante volume uscito dalla penna di Fiorentino, funzionario all’Archivio di Stato. La vita e le consuetudini di quel universo ristretto che circonda i due sovrani di casa Savoia presi in questione, il re galantuomo e il figlio Umberto I, vi è analizzata con un misto di curiosità non esente da un pizzico di simpatia.
L’autore ricorda la scarsa inclinazione di re Vittorio per la mondanità e i suoi riti. Una ritrosia di pelle. Ben presto rafforzata da una precoce vedovanza e dalla lunga relazione con la bella Rosina, al secolo Rosa Vercellona, la popolana a cui nel 1859 concede il titolo di contessa di Mirafiori, elevandola così a pari di quei tanti aristocratici che a lungo l’hanno guardata alternando sufficienza a sussiego. Certo il suo bel “donnone” non è tipo da ricevimenti, e neppure le sue titolate e occasionali facenti funzioni di rappresentanza sono esenti da pecche in quanto a uso di mondo. Risultato: l’irsuto sovrano fa scuola e la corte gli si modella addosso. Così nemmeno a Unità conquistata si modifica quel modello targato vecchio Piemonte. Tantopiù che certi difetti d’origine sembrano irriformabili. Così radicati da condizionare il pur volenteroso Umberto e persino la civettuola e rampantissima dolce metà, ovvero la regina Margherita.
La nuova sovrana è tutt’altro che sprovvista di spirito d’iniziativa. Al dunque ci prova e, a suo modo, sgomita e combina. Ottima pierre, è considerata universalmente colta, di bella presenza e aggiornata. Segue con diligenza le novità del momento e si avvale di un nutrito codazzo di consiglieri di navigata esperienza. Il suo atteggiarsi piace anche ai cosiddetti avversari. Celeberrimo il caso del vate nazionale, Carducci, che, all’apparenza solo in ragione dei suoi begli occhi, abbandona i giovanili furori repubblicani per approdare alla sponda opposta in qualità di sperticato ammiratore della sovrana.
Ma neppure all’inventiva Margherita riesce il miracolo di trasformare il palazzo del Quirinale in qualcosa che assomigli a talune super corti dell’Europa del tempo. In effetti, l’Italietta
è troppo fragile, troppo recente per potersi permettere un’élite in grado di brillare di autonoma luce e capace, di tanto in tanto, di far persino sognare.
Carlo M. Fiorentino, La corte dei Savoia (1849-1900), il Mulino, pagine 370, euro 27,00.
