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Quelli che…tornare a votare è una sciagura

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Perché quegli sciagurati elettori italiani sono diversi dagli altri europei e non devono poter ricorrere normalmente al voto per risolvere i problemi dell’indirizzo politico della nazione. Altri stati europei hanno rivotato in breve tempo senza terremoti, ma nella situazione italiana bisognerebbe pensarci bene”. Stefano Folli intervistato da Federico Ferraù sul Sussidiario del 27 aprile. Folli è senza dubbio un osservatore di grande qualità, però è anche lui condizionato da quel giudizio sulla minorità politica degli italiani che ha avuto in Carlo Azeglio Ciampi il grande protagonista della campagna sui vincoli esterni che ci dovevano rendere responsabili. E’ il frutto di una lunga storia che parte dal processo stesso di costruzione dall’alto e grazie a influenze straniere del nostro Stato sin dal 1861. E’ una impostazione tragica, è l’accettazione di un destino ineluttabile. Se consideriamo che tra gli Stati che hanno rivotato per dare una legittimazione popolare al proprio governo, oltre alla Spagna e alla Gran Bretagna, c’è persino la Grecia, possiamo intendere quanto l’espressione della volontà popolare possa invece  aiutare a modificare un fato che ci condanna a uno Stato con fragili rapporti con i suoi cittadini. Naturalmente non basta un voto, ci vuole anche una riforma della Costituzione per esempio in senso federalista (o ameno autonomistico) ma tutto può cominciare solo se c’è una forte investitura popolare delle nostre istituzioni democratiche, altrimenti si veleggerà sempre tra un Mario Monti e un Giacinto della Cananea con l’unica reale scelta possibile se farsi comandare da Franza o da Alemagna.

Macron, Fillon, Bolloré, Sarkozy, la democrazia classica e il Deep state. Selon les informations du Monde, le milliardaire breton a été placé en garde à vue dans le cadre d’une information judiciaire ouverte notamment pour « corruption d’agents publics étrangers » et portant sur les conditions d’obtention en 2010 de deux des seize terminaux à conteneurs opérés par le groupe Bolloré sur le continent africain, l’un à Lomé, au Togo, l’autre à Conakry, en Guinée”. Simon Piel e Joan Tilouine su Le Monde del 24 aprile raccontano del fermo di polizia di Vincent Bolloré per presunte tangenti pagate in Togo e Guinea per assicurarsi concessioni nei porti locali. Tutto ciò avviene a poche settimane di distanza da quando Nicolas Sarkozy, grande protettore di Bolloré, era stata fermato per un’inchiesta su fondi illeciti che gli sarebbero arrivati da Muamar Gheddafi. Un altro incidente politico francese era avvenuto qualche giorno prima quando Laurent Wauquiez, nuovo leader dei gollisti, aveva affermato in un seminario di studenti che per sabotare la candidatura di François Fillon alle presidenziali, era stata messa insieme una “cellule di démolition”. Dominique Moisi intervistato da Stefano Montefiori sul Corriere della Sera del 26 aprile dice:Macron si propone come il campione della democrazia classica contrapposta alla democrazia illiberale”. Non so se il nuovo inquilino dell’Eliseo sia un campione della democrazia classica, senza dubbio appare espressione di una nazione dove il Deep state ha l’aria sostenere i presidenti invece di sabotarli.

Quel cuor d’oro di Walter senza pietà per i giganti, ma impegnato allo spasimo per salvare i nanetti. Andare «oltre il Pd». Lo ritengo molto grave” scrive Walter Veltroni sul Corriere della Sera del 4 aprile. Il primo politico che si è ispirato a Fonzie dimostra che nonostante tutto è peggio del secondo politico che si è ispirato a Fonzie, cioè Matteo Renzi. La propensione alla chiacchiera è forte in tutti e due, ma il genietto di Rignano almeno è un tipo sveglio. Come si fa a impostare una discussione sul tema dell’andare o non andare oltre al Pd, come si fa a mitizzare un’esperienza politica magari utile in una certa fase ma chiaramente mal riuscita? Veltroni è fra quelli che hanno contribuito a chiudere il Partito comunista italiano, formazione politica fondamentale nell’organizzazione della lotta clandestina al fascismo, nella Resistenza, nella elaborazione della Costituzione, nel sostenere le lotte operaie del Secondo dopoguerra, nel resistere al terrorismo, nel contribuire a mantenere la lotta politica italiana sul terreno della democrazia. Dopo la fine dell’Urss superare il Pci era necessario ma quella che si chiuse era il tipo di storia prima citata. E ora non si può discutere di andare oltre a un partito che in dieci   anni al meglio delle sue performance ci ha dato Romano Prodi, Mario Monti, Enrico Letta, Matteo Renzi e Paolo Gentiloni?

A Largo Fochetti è l’ora di mobilitare i Draghi per salvare l’accordo M5S – Pd e piegare tutto il piegabile necessario. Il numero del 27 aprile della Repubblica è un numero di grande mobilitazione. “Draghi manda un chiaro messaggio” scrive Andrea Bonanni. Marco Ruffolo spiega di contorno gli orientamenti delle imprese, di come “il protrarsi dell’incertezza politica potrebbe convincerle a congelare gli investimenti” e Paolo Griseri interpreta il sentimento politico di queste stesse imprese: “L’importante è il programma, non le sigle di partito”. Insomma come ribadisce Tonia Mastrobuoni: “Mario Draghi ha cautamente raccomandato ieri di riabbassare lo sguardo”. Con "sguardo” la valorosa inviata repubblicona di Berlino a Berlino intende naturalmente anche “testa” “schiena”, ginocchia” e quant’altro all’onnipotenza di forze che non sono contrastabili.

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