Quell’Unione Retorica Europea

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Quell’Unione Retorica Europea

13 Ottobre 2017

Allarme son fascisti! “Un governo illegittimo, sostenuto da una maggioranza fittizia figlia di una legge elettorale incostituzionale e spalleggiato da un capo dello Stato eletto da quella falsa maggioranza e già firmatario di una legge elettorale incostituzionale, impone la fiducia a se stesso su una nuova legge elettorale incostituzionale senza averne il potere” Marco Travaglio su Il Fatto dell’11 ottobre bolla come Fascistellum la nuova proposta elettorale in discussione in Parlamento. Al di là del merito delle argomentazioni usate contro il Rosatellum (a mio avviso un compromesso, in una situazione disperata, mediocremente ottimo) , quel che mi interessa sottolineare è l’insensato uso di termini come  “fascista” e “nazista” adoperati peraltro in diverse occasioni anche da persone più serie della stella del giustizialismo italiano. Javier Marias sul Corriere della Sera, sempre dell’11, se ne esce con questa frase: “L’indipendentismo è un movimento totalitario per non dire quasi fascista”. Un movimento confuso con posizioni talvolta molto discutibili come Alternative für Deutschland sarebbe un movimento neonazista. Mentre il figlio di Benjamin Netanyahu con Viktor Orban, sarebbero paranazisti perché criticano George Soros. Beppe Grillo, poi, sarebbe un erede di Joseph Goebbels, e così via. Vi è in queste prese di posizione la rimozione di che cosa sia stata realmente la Guerra civile europea dal 1914 in poi,  e dunque di come questa abbia potuto produrre i mostri oggi evocati. Di quei “mostri” il tratto distintivo e qualificante fu l’uso della violenza ed è la mancanza di questo “tratto” che rende il compararli ai vari fenomeni politici oggi in atto, per quanto deleteri questi siano, una idiozia. Naturalmente se grillini e tardo comunisti, se liberalperbenisti e radical chic continueranno a dare del fascista e del nazista a questo o quel personaggio che non gli piace, a questo o quel provvedimento che a loro non aggrada, può darsi che ce la facciano nel medio periodo a ricreare quelle condizioni di guerra civile più o meno intensamente guerreggiata che poi permetteranno il ritorno -nelle forme che la storia offrirà- di tendenze realmente parafasciste o paranaziste. Però non è questa (ancora) oggi la situazione.

L’Unione retorica europea. “I grandi Stati Nazionali che hanno provocato guerre per secoli, da pochi decenni sono in pace e collaborano all’interno dell’Unione Europea, rinunciando a parte della propria sovranità. Vogliamo buttare via tutto?” così scrive Beppe Severgnini su 7 del Corriere della Sera del 12 ottobre. Le buone intenzioni sono sempre stimabili, ma veramente basta una riflessione essenzialmente retorica per affrontare le questioni centrali dei nostri tempi? Dobbiamo tornare alla filosofia dei Balli Excelsior fine Ottocento quando il progresso era sicuramente garantito, almeno fino che arrivò la Prima guerra mondiale? La pace in Europa è stata assicurata dal 1945 al 1990 dalla divisione (e occupazione militare) della Germania nonché dall’equilibrio “atomico” che frenava conflitti mondiali, e insieme da un Piano Marshall (gestito e finanziato dagli Stati Uniti) nella parte occidentale europea che aiutò la ripresa economica  schivando le vendette da “Trattato di Versailles” che portarono alla Seconda guerra mondiale. Finita questa fase, si è varata una moneta unica, l’euro, che avrebbe dovuto impedire un’egemonia continentale di Berlino evitando così di riprodurre la questione della strabordante potenza tedesca che dalla metà dell’Ottocento scombina gli equilibri del Vecchio continente. Ora siamo in una situazione in cui il “vecchio ordine” con la fine dell’Unione sovietica è finito, e il nuovo non è riuscito a evitare una nuova egemonia tedesca. Detto questo, è giusto impegnarsi in tutti gli sforzi possibili per scongiurare esiti catastrofici, persino riformando (compito assai complicato certamente non risolvibile con chiacchiere di tipo macroniano o con il panglossismo per cui “tutto va bene nel più perfetto e merkelliano dei mondi possibili”) quella sorta di Cacania che è diventata l’Unione europea. Però sarà possibile raggiungere qualche obiettivo solo mantenendo gli occhi aperti, senza coprirli con spesse fette di retorica melassosa.

La solidissima incertezza di alcuni sindaci milanesi. “Un errore: ma andrò a votare sì” dice Beppe Sala al Corriere della Sera. I nuovi sindaci milanesi son fatti così: “Sto con Bersani, anzi con Renzi anzi no con Saviano. Ho fatto bene quindi non mi ripresento. Non sono d’accordo ma voto sì. Sono stato scelto dalla Moratti ma corro per il centrosinistra. Mi piace Gentiloni e dunque appoggio Renzi”. E così via.

Quella sorpresa del premio Nobel per la pace alla Fihn. “The prize came as a surprise to Beatrice Fihn, the executive director of Ican”  Rick Gladstone sul New York Times del 7 ottobre scrive come sia stata una grossa sorpresa la scelta della direttrice della “International campaign to abolish nuclear weapons” come premio Nobel della Pace. Persino il quotidiano americano campione di tutte le battaglie liberal, considera scombinate certe posizioni pacifiste. D’altra parte a Stoccolma erano assai imbarazzati a dare un premio per la pace oltre agli evanescenti Federica Mogherini e John Kerry, a un esponente di un regime come quello iraniano che fomenta guerre per tutto il Medio Oriente, dal Libano allo Yemen. Intanto mentre nella Grande Mela nessun si fila la nuova star del pacifismo, Federico Rampini sulla Repubblica del 7 ottobre scrive: “Se il premio per la pace serve a qualcosa, quest’anno ha fatto centro” interessante notare come lo stesso Rampini su D di Repubblica sempre del 7 faccia una sorta di autocritica per aver esaltato il premio sempre per la Pace dato nel 1991 a Aung San Suu Kyi, oggetto oggi di un’iniziativa per revocarne il nobel per le sue posizioni sui musulmani birmani. Ancora più interessante e significativo che nessuno ricordi lo strampalato premio “per la Pace” dato a Barack Obama nel 2009.