Home News Questione catalana, l’Europa ripete gli errori di Madrid. Eppure basterebbe rileggere Andreotti…

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Questione catalana, l’Europa ripete gli errori di Madrid. Eppure basterebbe rileggere Andreotti…

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Non ha destato sufficiente attenzione la notizia, delle scorse settimane, della deliberazione da parte del Parlamento Europeo della revoca dell’immunità parlamentare di cui l’eurodeputato Carles Pudjemont godeva per i fatti connessi alla celebrazione del referendum sull’indipendenza della Catalogna celebratosi nell’ottobre del 2017 e per i quali alcuni altri leader indipendentisti sono oggi reclusi nelle patrie galere spagnole.

Al momento non sappiamo come la vicenda andrà a finire. Pudjemont ha preannunciato ricorso alla Corte Europea di Giustizia che nel recente passato aveva adottato una posizione garantista in favore di Oriol Junqueras vice presidente della Comunità Autonome di Catalogna, anch’egli detenuto in Spagna per gli stessi capi di imputazione di Pudjemont e divenuto nel frattempo deputato europeo. Certo non possiamo non notare come il Parlamento europeo abbia deciso di escludere la copertura dell’immunità per fatti che sono in toto riconducibili all’esercizio di una legittima, quanto non condivisibile, iniziativa politica dell’imputato, un’iniziativa che si radica nelle proprie profonde convinzioni politiche e quindi si pone al confine con quell’insindacabilità che copre in modo rafforzato i voti e le opinioni degli eurodeputati.

Ma non è questo il punto. Il fatto è che la decisione dell’europarlamento si pone nella scia di quello stupido atteggiamento rigorista e punitivo che Madrid ha deciso di assumere nei confronti dell’indipendentismo catalano. Sul punto vogliamo essere chiari: non abbiamo alcuna simpatia nei confronti della battaglia per l’indipendenza della Catalogna che ci appare una cosa stupida e nociva. Nociva per tutti: per l’Europa, per la Spagna e, soprattutto, per la Catalogna. Certo, la battaglia indipendentista ha radici storiche lontane: risale addirittura all’11 settembre 1714, quando – nell’ambito della guerra di successione al trono di Spagna – le armate borboniche, dopo 14 mesi di assedio, entrano in Barcellona e la mettono a ferro e a fuoco. Si tratta però di ragioni storiche ormai lontanissime e comunque  totalmente inservibili per fondare un’opzione politica secessionista.

Fatta questa doverosa premessa, dobbiamo però sottolineare come in questi ultimi anni proprio il cieco e sordo atteggiamento di Madrid sia stato il principale alleato dell’indipendentismo catalano, il più potente carburante del quale hanno beneficiato Pudjemont & co. Il referendum del primo ottobre 2017 era naturalmente illegittimo e quindi inutile, però era anche sostanzialmente innocuo. Era la banale ripetizione di quella consultazione popolare svoltasi nel 2014 alla quale aveva partecipato solo il 35,9 % degli aventi diritto e solo l’80,72 % dei votanti si era espresso per la piena indipendenza. Aver formalmente proibito il referendum e inviato l’esercito per impedirne lo svolgimento è stato un mero atto di esibizionismo muscolare che ha finito per rinserrare le fila degli indipendentisti, per rinforzare la loro identità, per incentivare alla partecipazione elettorale e quindi per peggiorare la situazione. La quale ha poi assunto toni quasi comici quando nonostante l’esercito, gli scontri e i sequestri delle schede elettorali riuscirono a votare 3.056.217 cittadini (pari al 43,03% degli aventi diritto), con il 90,18% di Si. E no! Se mando l’esercito per impedire una consultazione elettorale, la consultazione semplicemente non deve aver luogo. Al massimo possono sfuggirmi qualche decina di migliaia di elettori, non certo oltre 3 milioni!

Ma questo stupido atteggiamento, un mix di prosopopea rigorista e incapacità operativa, è continuato anche dopo il referendum, quando è stato avviato l’iter processuale contro i leader indipendentisti imputati di sedizione, ribellione e appropriazione indebita. Quello che sulla stampa spagnola è ormai indicato come el process, ovvero il processo per antonomasia. Un processo conclusosi con condanne pesantissime (dai 9 ai 13 anni) di reclusione dopo richieste della pubblica accusa quasi incredibili (dai 24 ai 74 anni)!

Non c’è dubbio che proprio il pugno di ferro usato da Madrid ha consentito ai partiti indipendentisti di stabilizzarsi, di accrescere i propri consensi – come dimostrano i risultati elettorali delle ultime consultazioni regionali – e di diventare un elemento centrale ed insostituibile dei processi di governo della Catalogna, nonostante dispongano di una classe dirigente di modestissima qualità.

La questione catalana è ormai precipitata in un cul de sac dal quale è difficile immaginare un’uscita. Se possiamo permetterci un suggerimento, diremmo che per una volta la Spagna dovrebbe prendere a modello la bistrattata politica italiana. Dovrebbe ispirarsi alla antica saggezza democristiana secondo la quale il miglior modo per affrontare i problemi complicati è sopire, prendere tempo, avviare confronti, aprire tavoli, negoziare, fare concessioni con l’obiettivo di rompere la compattezza dell’avversario, di stancarlo e di riuscire a sopravvivere. Perché come insegnava il grande Giulio Andreotti “è meglio tirare a campare che tirare le cuoia!”.

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