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Questo papa supera il nichilismo con la forza del paradosso cristiano

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Papa Joseph Ratzinger si situa nello spartiacque che divide la maggioranza del Concilio Vaticano II. Ci sono due fondamentali linee di interpretazione interne alla maggioranza conciliare: la prima è quella che pensa ad una Chiesa interna alla storia e capace di condurre la crisi della coscienza occidentale, segnata dalla rivoluzione, facendo del grande pensiero moderno razionalistico il criterio di riferimento per rinnovare la Chiesa a partire dal futuro del mondo. La politica viene delineata come un orizzonte escatologico di cui i cristiani amerebbero essere la coscienza che spinge alla realizzazione della totale libertà individuale nella totale libertà collettiva. L’autore di riferimento dottrinale di questa corrente è l’antropologia trascendentale di Karl Rahner che vede il divino come trascendentale alla storia umana, come la categoria non detta che rende possibili tutti i giudizi. L’esito massimo di questa teologia è la teologia della liberazione; anche la teologia delle religioni sembra giungere a un trascendentale implicito in tutte le religioni.

La seconda corrente, di cui Ratzinger è diventato capofila, pensa invece al rinnovamento della Chiesa partendo dalla teologia biblica e dalla teologia patristica, e cercando di liberarla dall’essere un capitolo della metafisica fondata sulla grande tradizione tomista. Si contrappone all’idea di un dissolvimento nel futuro della realizzazione della storia mantenendo la differenza escatologica tra Chiesa e storia e la conclusione della storia nell’escatologia cristiana: il giudizio e la resurrezione. Ratzinger è l’uomo di questa scuola. Egli pensa i problemi della teologia come inerenti al linguaggio della Rivelazione che è, in sé stesso, paradossale. Lo si vede nella proposizione fondante la religione cristiana: Gesù Cristo è Dio.

C’è una frase del Cusano che Ratzinger ama citare: “non essere limitato dal massimo, essere contenuto dal minimo è divino”. Cioè non essere limitato dalle galassie e contenuto nel corpo di Cristo eucaristico. Alla base di un linguaggio cristiano non vi è la metafisica, ma il fascino dell’ossimoro e la forza del paradosso. La miglior prova della trascendenza di Dio rispetto al creato è data non dalla sua gloria ma dalla sua crocifissione. Su questo ossimoro paradosso si gioca il parlare di Benedetto XVI il cui fascino è sapienzale. Egli parla alla Chiesa dei padri oltre la grande ricchezza scolastica del secondo millennio. Di fronte al nichilismo egli offre il superamento dei contrari nella coincidenza degli opposti che è il paradosso cristiano di Dio.

bagetbozzo@ragionpolitica.it

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