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Ragioni e torti dell’anti-casinismo

Casini non trova requie sul web. I commenti giunti a l’Occidentale gli imputano due principali capi d’accusa: rappresentare una persistence d’ancien régime e ricercare da troppo tempo e troppo scopertamente il regicidio. I due presunti delitti, in realtà, sono tra loro connessi. Casini da sempre subisce Berlusconi e il partito da lui creato perché legato alla concezione della politica degli anni della sua formazione. Per questo, sta lì a lambiccarsi il cervello per provare ad accelerare la fine politica del Cavaliere, convinto così non soltanto di ereditare un bel gruzzolo di voti, ma anche di restaurare schemi e regole della politica più consoni alla sua concezione della normalità. Il suo vero obiettivo, insomma, sarebbe quello di rinchiudere il berlusconismo in una parentesi. Per questo, è disposto persino ad allungare la vita al governo Prodi. Da qui, per i più, deriva una sentenza inappellabile: bisogna cogliere l’occasione del voto favorevole espresso dall’Udc in Senato sulle missioni all’estero per spingerlo definitivamente fuori dall’alleanza di centro-destra, evitando così per tempo che il cancro si trasformi in metastasi.

Lo confesso: questa requisitoria con connessa richiesta di pena mi sembra eccessivamente severa. Non contesto che Casini e il suo partito rappresentino un vecchio modo d’intendere la politica. Penso però che in quel mondo vi siano esperienze, principi e storie che un’alternativa liberale al governo della sinistra ha interesse a salvare. Ho presente la colpa grave di essersi posto al di fuori di un’alleanza e anche quella d’avere assunto una posizione sul voto in Senato aprioristica, senza cioè offrire possibilità d’interlocuzione ad alcuno degli alleati. Considero anche, però, che la scelta si presentava effettivamente controversa: da un canto vi era la coerenza con i voti espressi in passato che avrebbe consigliato di votare a favore; dall’altra la presa atto di una politica in Afghanistan che dalla vicenda Mastrogiacomo in poi si è modificata in senso sensibilmente anti-occidentale, contraendo debiti tanto duraturi quanto inconfessabili con i nemici dell’alleanza. Il ricatto di Gino Strada nei confronti del ministro degli esteri è la cartina di tornasole di questa realtà.

Io non sono tra quanti si sono pentiti il giorno dopo della scelta compiuta. E in quest’attitudine – lo confesso – rientra anche un calcolo di partito. Non ci trovo nulla di male: se Forza Italia vuole smentire d’essere una meteora come in troppi hanno interesse che sia, deve sapere offrire una prova di serietà, nell’interesse suo ma anche nell’interesse del Paese. Ora, Forza Italia non avrebbe potuto evitare la spaccatura della coalizione dopo che la Lega, ma anche An, gli avevano notificato di non avere alcuna intenzione di formulare un voto positivo. Aveva, a quel punto, tre buone ragioni per indirizzarsi verso l’astensione. Le evidenze della politica estera del governo Prodi; il rifiuto del ricatto virtuale dell’Udc che avrebbe significato offrigli la guida dell’alleanza; la considerazione delle attitudini presenti nel suo elettorato. La responsabilità politica impone che i propri elettori non sempre siano assecondati. Richiede anche, però, che le loro istanze non vengano per partito preso ignorate.

Una volta che però il voto è stato espresso, maturità politica richiederebbe di mettere da parte istinti vendicativi o inutili ostentazioni di muscoli. Una grande forza politica comunica attraverso scelte conseguenti e non attraverso proclami o adunate. Forza Italia, dopo aver rifiutato il veto dell’Udc, non deve dare l’impressione di accettarne di diversi. Di contro, a soli due mesi dalle elezioni amministrative, ha tutto l’interesse a riproporre quelle battaglie – dal quoziente famigliare alle pensioni – sulle quali l’accordo con il partito di Casini si presenta come una derivazione naturale. Se la mano tesa verrà rifiutata o, peggio, verrà morsa, allora si avranno tutte le ragioni per andare fino in fondo. E la gran parte dell’elettorato dell’Udc seguirà. Solo allora però, non prima.

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3 COMMENTS

  1. casini, ieri, oggi e domani?
    L’arte della politica richiede un lungo apprendistato, in FI sembra essere invece appannaggio di troppi yes-man. Riuscirà Berlusconi a scrollarseli di dosso?

  2. Non sono d’accordo quando
    Non sono d’accordo quando scrive:
    “La responsabilità politica impone che i propri elettori non sempre siano assecondati. Richiede anche, però, che le loro istanze non vengano per partito preso ignorate”.
    Forse difetto di acutezza, ma queste sue affermazioni mi riportano:
    a) al comportamento di Marco Follini (modello esemplare di responsabilità politica),
    b) al modo stantìo di fare politica: ascolta (il popolo bue) e poi agisci come ti pare.
    A mio modo di vedere, invece, quando un delegato (dagli elettori) non vuole o non può assecondare la volontà del suo azionista di riferimento (gli elettori), ha un solo modo per esercitare la propria responsabilità politica: dare le dimissioni, costi quel che costi sul piano personale. E, non fare come gli pare, arrogandosi, nella fattispecie, una presunta superiorità strategico-politica tutta da dimostrare.
    Bene ha fatto Berlusconi a non ignorare le istanze provenienti dal basso ed abbandonare la via della strategia politica che non è una scienza esatta ma una strada lastricata d’insidie (politiche) e capricciose variabili.
    Infine, la politica della mano tesa avrà un senso se a stringerla sarà uno al di fuori dell’attuale gruppo dirigente dell’UDC altrimenti sembrerà (a me elettore) un inciucio fatto in casa (delle libertà), e così, come nelle fiabe, tutti vissero felici e contenti.

  3. Esimio senatore
    Esimio senatore Quagliariello,
    mi sembra che la sua analisi si distingua – oltre che per il consueto acume e l’abituale lucidità – per una dose particolarmente robusta di buon senso e concretezza. Personalmente, condivido la sostanza del suo ragionamento. Nell’attuale panorama politico, come purtroppo abbiamo visto, anche il partito dei Pensionati può risultare decisivo ai fini del risultato elettorale e del conseguente mandato a governare. E’ chiaro, dunque, che bisogna pensarci cento volte, prima di “regalare” Casini agli avversari o di relegare l’Udc nel limbo indistinto e ambiguo di un Centro all’italiana. Anche perchè, nei cinque anni della precedente legislatura, la collaborazione all’interno del centrodestra è stata complessivamente positiva e proficua, prima che (per motivi forse facili da immaginare, ma di sicuro assai difficili da comprendere) si registrassero certi strappi.
    Io credo, però, che il cerino sia adesso nelle mani di Casini e del suo partito, soprattutto dopo il voto del Senato sull’Afghanistan che ha “stanato” i centristi e portato allo scoperto manovre in atto a fari spenti già da tempo.
    E’ Casini, in altri termini, che deve parlare chiaro.
    A pensarci bene, in fondo, basterebbe che il leader della Vela rispondesse in maniera netta – senza discorsi in democristianese – a qualche semplice domanda. Una su tutte: quando dice che l’Udc è e resta alternativa alla sinistra, si riferisce solo alla sinistra radicale o anche ai Ds? In questa seconda ipotesi, a mio sommesso parere, Casini (specialmente alla luce della prossima nascita del Partito Democratico) rimarrebbe effettivamente all’interno di un’ottica e di una logica bipolare, perfino al di là dei suoi obiettivi e delle sue intenzioni, delle sue speranze e delle sue ambizioni. Nel caso inverso, invece, verrebbe ufficializzata la sua finalità di costruire un altro contenitore che funga da ago della bilancia, spostandosi ora a destra e ora a sinistra, il che riporterebbe indietro le lancette del nostro orologio politico (alla mai rimpianta epoca in cui i governi duravano in media dieci mesi).
    E credo che, per ripartire al fianco della Cdl senza reciproci quanto autolesionistici sospetti e diffidenze, Casini dovrebbe mostrarsi disposto – in tema di legge elettorale – a rinunciare al tanto strombazzato modello tedesco. Non può venirci a raccontare, infatti, che quel sistema garantisce stabilità: abbiamo tutti sotto gli occhi il non esaltante pateracchio della Grosse Koalition, prodotto dal pareggio elettorale Merkel-Schroeder.
    Proseguendo su quella strada, l’Udc confermerebbe di coltivare riserve mentali sul dopo-voto e su alleanze variabili a seconda delle contingenze e delle convenienze. Tornando sulla “retta via” del bipolarismo, invece, dimostrerebbe di voler realmente sviluppare e migliorare, ma non interrompere, il cammino politico finora compiuto.
    Le amministrative sono alle porte, il governo boccheggia sempre più vistosamente. Per Casini è tempo di decidere e di offrire risposte inequivoche. Magari ci riuscirà meglio e più in fretta, se ascolterà la voce della sua base e non i consigli interessati di qualche “nostalgico delle rottamazioni”.
    Distinti saluti
    – Enzo Sara –

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