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Sì della Camera al pareggio di bilancio

Ragioni (non merkeliane) per sostenere il pareggio di bilancio

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Giuseppe Guarino, giurista medico che fa diagnosi e non terapie, ieri ha posto sul Foglio l’imbarazzante questione se siano valide le regole del Fiscal compact, bandiera dell’europeismo. E ha dimostrato che quel trattato internazionale è illegittimo perché deroga alla regola di Maastricht del tetto al deficit pari al 3 per cento del pil che, con il Trattato di Lisbona, fa parte del Trattato dell’Unione europea.

Si potrebbe sostenere che se tutti gli stati dell’Unione votassero il Fiscal compact ciò comporterebbe la modifica del Trattato europeo. Ma la tesi di Guarino è piantata su una roccia. Il Fiscal compact sponsorizzato dalla Germania è strumentale all’acquisto della Banca centrale europea di debito degli stati membri. Se essi sono impegnati al pareggio del bilancio e vi stanno arrivando, tale acquisto non viola il divieto dello Statuto della Bce e dal Trattato europeo di finanziare i disavanzi degli stati.

Questo vincolo di bilancio che limita la loro politica fiscale ha come contropartita, per gli stati dell’euro, il possibile intervento della Bce, mentre per gli stati non euro sarebbe invece un vincolo senza contropartita. Perciò essi non hanno interesse a firmarlo. Ergo, in mancanza dell’accordo di 27 stati (Regno Unito e Repubblica ceca non ci stanno), come regola costituzionale di bilancio europea rimane quella del 3 per cento come tetto al deficit. E su ciò Guarino ha ragione.

Ma il giurista medico-diagnostico nota anche che, da quando in Europa è stata introdotta l’unione monetaria, il tasso di crescita medio del pil è molto diminuito. E ne desume che il Fiscal compact aggraverebbe il male. Guarino però non fa solo diagnosi, dice che il nostro Parlamento non dovrebbe votare il principio costituzionale del pareggio.

E in effetti ieri il ddl sul pareggio di bilancio è finito su un binario morto: Anna Finocchiaro, senatrice del Pd che a questa regola era contrario in nome di Keynes, ha fatto sapere che il partito non lo voterà adducendo argomenti da legulei. E’ un grave errore. Il peso del Fiscal compact e il rischio di avvitamento della nostra economia comportano invece di votare la regola costituzionale del pareggio che interpreta l’articolo 81 nel suo spirito originario, quale lo avrebbero voluto Luigi Einaudi ed Ezio Vanoni. Essi riuscirono solo parzialmente a porla nell’articolo 81 tramite il quarto comma che vieta di finanziare le nuove spese o la riduzione di imposte senza copertura.

Il Fiscal compact non c’entra. In effetti la regola costituzionale del pareggio è stata lanciata dal governo di Berlusconi, in modo autonomo, prima che fosse elaborato il Fiscal compact. Il quale è perverso soprattutto là dove pone la regola per cui gli stati con eccesso di debito pubblico sul 60 per cento lo debbono ridurre di un 5 per cento annuo. La politica fiscale discrezionale keynesiana è uno strumento pericoloso che ha dilatato la spesa sociale assistenziale e la pressione fiscale, favorendo il modello neocorporativo. Ma la tesi di una politica fiscale fatta con il computer, che riduce annualmente il rapporto debito/pil in quota fissa e automatica, è un mostro.

Solo se ci si impegna alla regola costituzionale del pareggio si può rifiutare il Fiscal compact e protestare con la Germania per i blocchi alla politica della Bce di Mario Draghi. La servitù allo spread cessa se si firma il pareggio. Esso comporta la neutralità fiscale. E consente, pur con il cambio fisso, le politiche di rilancio della crescita, il taglio delle spese per ridurre le imposte, la centralità dei contatti aziendali, il rilancio della infrastrutture con l’iniziativa privata, la cessione di beni pubblici con swap per i detentori privati di debito pubblico.

Tratto da Il Foglio

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