Rapporto Usa misura la libertà religiosa nel mondo

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Rapporto Usa misura la libertà religiosa nel mondo

18 Settembre 2007

Dal controllo
del governo cubano sulle pubblicazioni religiose agli arresti di fedeli non-musulmani
in Arabia Saudita, dalla richiesta di Ahmadinejad di porre fine allo sviluppo
del Cristianesimo in Iran alla discriminazione della Germania nei confronti dei
membri di Scientology Tom Cruise e John Travolta. Nella settimana di inizio del
Ramadan islamico e del Rosh Hashanah ebreo, il Dipartimento di Stato americano
ha diffuso il 9° Rapporto annuale sulla libertà religiosa internazionale. Una
fotografia dettagliata e volutamente equilibrata delle condizioni di vita dei
credenti di ogni confessione in 198 Paesi di tutto il mondo.

“La libertà
religiosa è profondamente radicata nei nostri principi e nella nostra storia di
nazione”, ha detto Condoleezza Rice presentando il rapporto. Non dimenticando di
ricordare quanto la lotta all’intolleranza religiosa sia uno strumento indispensabile
per combattere il terrorismo globale. Se in alcuni Stati occidentali – che pure
non sfuggono alle rigide reprimende della relazione – alcuni movimenti nati
oltreoceano faticano a guadagnarsi il pubblico riconoscimento, il dramma resta
altrove.

Ci sono gli
Stati totalitari, come la Corea del Nord, che hanno sancito nelle pagine della
loro Costituzione un “diritto alla libertà religiosa” completamente inesistente
nella realtà. Oppure quelli che, come l’Arabia Saudita, vietano pratiche
differenti dalla religione di Stato e possiedono una polizia religiosa che
costringe i fedeli non musulmani a vivere nell’ombra. Altri, come la Cina, una religione
di Stato se la creano, gerarchie ecclesiali comprese, lamentando ingerenze
straniere e reprimendo con la forza le voci dissidenti. Ed altri ancora, come
l’Afghanistan e l’Iraq, dove il caos istituzionale e la debolezza dell’apparato
giuridico non permettono una reale tutela delle minoranze.

Ondate di
anti-semitismo hanno attraversato il Medio Oriente e l’America latina, ed in
molti Paesi i missionari cattolici, dove non sono perseguitati, arrestati, torturati
o uccisi, vengono espulsi. Eppure, nella sua severa denuncia globale, il
rapporto sembra individuare fievoli raggi di luce. Ad esempio in Vietnam, dove
è iniziato il riconoscimento legale di molte comunità religiose e, in
particolare in seguito ai rapporti diplomatici con la Santa Sede, i cittadini
possono praticare la loro religione con maggiore libertà. Ma lo spiraglio
maggiore dell’anno appena trascorso è quello apertosi finalmente nella
Repubblica Popolare Cinese. Dopo la nomina consensuale del vescovo di Guangzhou,
in una lettera aperta indirizzata ai cattolici cinesi, Benedetto XVI ha chiesto
rispetto e dialogo costruttivo. Ed in risposta il ministero degli Affari esteri
cinese, sottolinea il rapporto americano, si è detto per la prima volta a
favore dei miglioramenti nelle relazioni tra la Cina e il Vaticano. Piccoli
grandi passi verso la libertà di credere senza rischiare la vita.