Home News Recovery all’italiana: non farti cadere le braccia

Un quadro deprimente

Recovery all’italiana: non farti cadere le braccia

1
407

Il Consiglio europeo del luglio 2020 ha deciso che la UE, per il periodo 2021-2027, integrerà i 1074,3 miliardi previsti dal proprio bilancio con altri 750 miliardi di euro di un apposito programma denominato Next Generation EU (NGEU). Si è trattato di un passo storico per l’Unione che per la prima volta ha acceduto, seppur con limiti e precauzioni, alla mutualizzazione del debito. Per l’Italia è un’occasione imperdibile. Per la prima volta nella sua storia di nazione fondatrice, essa dovrebbe ricevere più di quello che è chiamata a versare. E da come verranno spesi i 210 miliardi che arriveranno dall’Europa – tale è la “fetta” che spetta al nostro Paese – passa la distanza che potrà esserci tra un dopo-Covid caratterizzato dalla paura e dall’insicurezza e un dopo-Covid che si compia invece nel segno della ricostruzione e della speranza. Quando si parla di quei soldi servirebbe, perciò, serietà e circospezione: aver presente che si sta maneggiando una materia delicata dalla quale dipenderà tanto del nostro immediato avvenire e, ancor più, di quello delle future generazioni.

Se però il buon giorno si vede dal mattino, come direbbe Renzi c’è poco da star sereni. Inutile negarlo: fin qui non siamo stati all’altezza della sfida. A cominciare dal livello del dibattito sull’effettivo arrivo di quei soldi benedetti.

Per settimane ci è stato fatto credere che il varo del Recovery Fund  (così viene comunemente indicato il pacchetto Next Generation EU, di cui il Recovery è la fetta principale) fosse bloccato in Europa dal veto posto, per motivi ideologici legati all’anti-europeismo, da Polonia e Ungheria. Solo qualche illuso e qualche teorico clamante nel deserto ha provato a far notare, in casa nostra, che il problema era più complesso, giacché i due Stati avevano obiettato che fra le condizioni per partecipare al programma vi fosse l’adesione a una concezione di “Stato di diritto” europeo stabilito non da una Costituzione ma da una piattaforma ideologica e identitaria che si può approvare o meno ma  non si può considerare in nessun caso un “testo fondamentale”.

Niente da fare: invece di andare al fondo delle cose, si è consumata nel nostro dibattito pubblico la solita corrida provinciale intorno al totem di un malinteso concetto di europeismo. E l’inadeguatezza del confronto nostrano è attestata dall’esito della vicenda: la diatriba è stata infatti superata grazie alla mediazione di Angela Merkel che – udite udite – ha dato sostanzialmente ragione a Ungheria e Polonia perché ha limitato le condizionalità a fattispecie precise e, in ogni caso, essenzialmente sussidiarie e non sostitutive rispetto agli ordinamenti degli Stati membri.

Col buon senso, insomma, è stato superato un ostacolo che la classe dirigente italiana pretendeva di affrontare a colpi di “politicamente corretto”. Oggi l’arrivo di quei soldi appare meno incerto e, per questo, la necessità di approfondire programmi, progetti, ipotesi d’investimento, si fa più impellente. Se si tiene conto di quanto hanno già fatto Paesi come Germania e Francia avremmo dovuto essere un bel pezzo avanti. E invece, a voler considerare con obiettività lo stato dell’arte, cadono letteralmente le braccia.

La bozza del Recovery Plan approdata sul tavolo del Consiglio dei ministri lunedì 7 dicembre stabilisce che 196 miliardi di risorse dovranno essere spalmati in sei macro-aree: alla digitalizzazione e innovazione saranno destinati 48,7 miliardi, allarea rivoluzione verde e transizione ecologica” andranno 74,3 miliardi, al settore infrastrutture per una mobilità sostenibile 27,7 miliardi, il capitolo istruzione e ricerca” potrà contare su 19,2 miliardi, quello sulla Parità di genere su 17,1 miliardi, mentre larea sanità, orfana del Mes, dovrà accontentarsi di 9 miliardi.

Queste sei macro-aree, a loro volta, sono state suddivise in “cluster” o insiemi di progetti omogenei mentre, a valle, vengono selezionate politiche di supporto senza le quali le sei sfide difficilmente potranno giungere alla vittoria. In particolare, nel documento si insiste sugli investimenti pubblici che necessiterebbero della semplificazione dei processi di gestione, monitoraggio e attuazione finanziaria – fisica e procedurale – delle risorse, attraverso la revisione del Codice degli appalti e l’adozione di misure di riforma della governance degli investimenti; sulla riforma della pubblica amministrazione, elemento chiave per la modernizzazione del Paese e per migliorare la vita dei cittadini e l’ambiente imprenditoriale, che prevede la valorizzazione della performance organizzativa e la regolazione dello smart working, la semplificazione amministrativa e normativa, la riforma delle società partecipate e la disciplina degli appalti pubblici; sulla ricerca e sviluppo, con un incremento delle risorse per il settore pubblico e la ricerca universitaria e la promozione della partecipazione delle imprese a hub tecnologici internazionali; sulla riforma del fisco, finalizzata a ridurre la disparità fra i cittadini e rendere più efficiente il sistema, con una riduzione strutturale del cuneo fiscale sul lavoro, tramite una riforma Irpef in chiave progressiva; sulla riforma della giustizia, che implica la riduzione della durata dei procedimenti civili e penali, la revisione del codice civile, la riforma del diritto societario;  sulla riforma del mercato del lavoro per “tutelare i lavoratori vulnerabili, garantendo salari dignitosi”, aumentare l’occupazione e offrire incentivi fiscali al welfare contrattuale. 

Il tutto è contenuto in un documento di quasi 130 pagine. Leggendolo, si ha l’impressione di aver varcato la soglia della fiera dell’ovvio e viene da rimpiangere – veramente – il desaparecido “Piano Colao” (ricordate?). Lì, almeno, qualche misura pratica, precisa e specifica (seppur penalizzata da una disorganicità generale) si rintracciava. In quelle slides c’erano indicate quantomeno le tempistiche per l’attuazione delle misure, oltre a qualche ipotesi di intervento normativo necessario per conseguire il risultato sperato. Qui nulla di tutto ciò: si ha l’impressione di leggere solo una lunga lista di “desiderata” che riguardano la riforma della giustizia, la digitalizzazone, la transizione ecologica, la parità di genere, eccetera. Insomma, manca solo la pace nel mondo e siamo al completo. Tutto molto generico e quindi inevitabilmente, banalmente, condivisibile.

Questo vuoto d’idee, questa mancanza sia di visione che di praticità, rende ancora più inquietante quanto è stato immaginato sulla governance che dovrebbe sovrintendere l’attuazione del Piano. Andiamo al punto essenziale: le sei macro-aree dovrebbero essere affidate ad altrettanti super tecnici con poteri amplissimi, privi di effettivi controlli, che rispondono a una cabina di regia formata dal Presidente del Consiglio e da due Ministri. Insomma: un super-governo ombra che sostanzialmente non risponde al Parlamento. A quest’ultimo, infatti, il documento programmatico dedica due righe di numero che letteralmente recitano: “si auspica un ruolo attivo dello stesso (del Parlamento, ndr) nel controllo e monitoraggio dell’attuazione del PNRR, nelle modalità da stabilire in accordo con i Regolamenti parlamentari e lo svolgimento della vita istituzionale.

Com’è noto, non possiamo essere annoverati tra i laudatori di una democrazia parlamentare che non sia razionalizzata e corretta da meccanismi che consentano agli esecutivi di governare pur in presenza di stringenti meccanismi di controllo. Questo però è troppo. In altri tempi più di qualcuno avrebbe gridato al golpe. Oggi, invece, tutto (o quasi) tace. Si va incontro a un’occasione storica armati solo di una robusta dose di retorica, senza idee e, soprattutto, senza un’idea seria per attuarle. E’ universalmente noto che non abbiamo mai fatto sconti a Matteo Renzi. Alcune cose ascoltate da uno con la sua storia e il suo curriculum politico-istituzionale possono apparire surreali ma, dobbiamo ammetterlo, nel merito sono cose sacrosante.

Non c’è dubbio: avremmo bisogno di tempo. Nessuno schieramento politico – né a destra, né a sinistra, né tantomeno oltre la destra e la sinistra – sembra aver raggiunto un assetto maturo e definitivo. E la crisi sanitaria ancora in atto certamente non consiglia strappi traumatici. Proprio per questo, però, ci vorrebbero prudenza e misura nella gestione istituzionale di processi di portata epocale. Sembra, invece, che questa prudenza e questa misura pericolosamente latitino. Bisogna ritrovarle al più presto. Sennò, nonostante i rischi che ciò comporta, a questa fase politico-istituzionale è meglio darci un taglio.

  •  
  •  

1 COMMENT

  1. Il solo fatto che non si andrà ulteriormente a finanziare lo Show Business (cioè: Politica Spettacolo, Istruzione Spettacolo, Ricerca Spettacolo, Medicina/Virologia/Immunologia Spettacolo, ecc,) che poi è, a sua volta, finanziato dal Sistema Inserzionistico-Pubblicitario e/o da quelli di CrowdFunding …
    … è già qualcosa !!!

    Dal Governo Renzi in avanti, il Numero di Governi tanto Pseudo-Politici che Pseudo-Tecnici è già a Quota 3 o 4.

    Ci toccherà Vedere anche il 5° Utile Idiota … quello del Mono Colore a 5 Stelle DOCG ???

Aggiungi un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here