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Recovery Plan: appunti per il nostro dopoguerra

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Pubblichiamo l’intervento di Gaetano Quagliariello nel corso della discussione parlamentare sul Recovery Plan.

(…) Vorrei soffermarmi su due snodi problematici e fare due raccomandazioni. Gli snodi problematici sono l’Europa e le riforme interne, forse i due pilastri del Recovery Plan.

Credo che l’Europa nel Secondo dopoguerra non sia stata l’Europa di Ventotene e l’Europa ideologica, ma l’Europa che è riuscita a far ripartire il Continente dopo il periodo bellico e a coinvolgere la forza economica della Germania nel momento nel quale la guerra fredda scalava uno dei suoi picchi più importanti. È stata l’Europa della CECA e poi del Mercato europeo comune.

In quel caso l’Italia fece la scelta giusta di fronte a quell’Europa pragmatica.

Agganciarsi all’Europa, infatti, per un Paese che aveva subito poco prima la resa incondizionata, significò una cosa che fino ad allora la storia non aveva proposto a nessun popolo: rientrare nel consesso internazionale. Soprattutto, consentì all’economia italiana di depurarsi di quel velo di autarchia che le derivava dalla stagione precedente.

Una parte del successo del miracolo economico italiano dipese anche da quella scelta. Fu una vera e propria rivoluzione, portata avanti da un uomo che si chiamava Alcide De Gasperi e da una formula politica che si chiamava centrismo. Un’Italia che era arretrata e fondamentalmente agricola, nel giro di pochi anni diventò una potenza europea e una potenza industriale.

È questo il periodo che va dagli anni Cinquanta fino agli inizi degli anni Sessanta, quando si pose il problema – e qui è il secondo snodo controverso – di riforme, che allora si chiamavano di struttura, adeguate a consolidare quel risultato.

Mi è capitata tra le mani una pubblicazione di cui riporto una citazione: «Senza pretesa di esaustività, elenco le riforme più evidenti: rafforzamento competitivo dell’industria privata e pubblica; miglioramento della qualità della pubblica amministrazione in generale, di giustizia, scuola, università e ricerca in particolare; completamento e continuo aggiornamento di un programma razionale di infrastrutturazione e logistica; una politica efficace, coerente continua nei confronti della questione meridionale; un disegno di riduzione della dipendenza energetica; la fondazione di un sistema di welfare equo e sostenibile nel lungo periodo».

Sembrano le riforme che abbiamo di fronte. Questa è un’analisi di Michele Salvati, un economista di sinistra, che fa l’elenco delle riforme mancate durante la stagione che viene chiamata del lungo centro-sinistra, che inizia nella metà degli anni Sessanta e finisce nella metà degli anni Novanta. Se ci aggiungiamo un po’ di digitalizzazione e un po’ di transizione ecologica, è il programma che abbiamo davanti.

Queste riforme mancate, queste riforme che non ci sono state, hanno rappresentato la palla al piede del Paese e hanno anche condizionato stagioni successive, come quelle che vanno sotto il nome di seconda Repubblica. Hanno portato a un debito pubblico sproporzionato, a una fiscalità oppressiva, a un aumento delle divisioni del Paese non soltanto sul versante Nord-Sud, perché a questo si aggiunge, soprattutto negli ultimi anni, una divisione che andrebbe tenuta presente di più, tra aree interne e coste. Abbiamo infatti, sulla dorsale appenninica, un Paese che si sta spopolando, in cui restano solamente alcuni dei borghi più belli d’Europa, dove c’è un’anima della nostra tradizione, assolutamente abbandonati.

Di questi macigni e di queste riforme non fatte non ci siamo mai liberati.

La fase che va sotto il nome di globalizzazione ha accentuato il peso di tutto ciò, ha comportato che il nostro Paese abbia una crescita più lenta – è un dato di fatto – di tutti gli altri Paesi europei dello stesso rango e poi ha provocato l’espulsione dal mercato di una parte della nostra impresa, che non è riuscita a compiere il salto da piccola impresa a impresa media, in qualche modo vanificando quello che era accaduto negli anni Ottanta, con l’esplosione del cosiddetto esercito delle partite IVA.

Vorrei che avessimo la consapevolezza che questa crisi pandemica è una grande opportunità, perché è una crisi globale, che ci dà la possibilità di scrivere su una lavagna bianca, che dà all’Europa la possibilità di riformarsi tornando ad essere un’opportunità e non un’oppressione burocratica, che dà all’Europa la possibilità di revisionare il Trattato di Maastricht, sia sul versante del patto di stabilità, sia sul versante del fiscal compact.

Questa crisi, proprio perché è globale, relativizza anche i gap storici dell’Italia che si sono consolidati nel lungo periodo. Spero che il Governo abbia la consapevolezza che, se non fosse stata una crisi globale, tutti gli scostamenti che abbiamo fatto finora sarebbero stati assolutamente impossibili.

Da ciò discendono due raccomandazioni, di cui una è per il Governo. Noi abbiamo fortemente voluto questo Governo per la gestione della pandemia e per la gestione del recovery. Con molta sincerità, sul versante della pandemia, anche per contingenze sfavorevoli, questo cambio di passo non si vede. Noi ci aspettiamo che sul recovery ci sia invece un’assunzione di consapevolezza e responsabilità che porti l’Esecutivo a compiere scelte dalle quali traspaia che si tratta di un’occasione storica che, se la si perde, può portare a una diminuzione del rango del nostro Paese.

La seconda raccomandazione va al Parlamento, affinché controlli il Governo, questa ambizione, e non si limiti a rivendicare un ruolo corporativo di mera partecipazione o di copartecipazione alle risorse. Di consociativismo si può morire. Noi abbiamo bisogno di un Parlamento che sferzi il Governo e non che chieda una piccola parte in commedia.

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